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LETTERATURA: I MAESTRI: Coccioli. Dalla cenere di Garcia Lorca

23 giugno 2016

di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 41, giovedì, 12 ottobre 1967]

CARLO COCCIOLI
Le corde dell’arpa
Longanesi, pagine 282, lire 1800.

Leggiamo la prima pagina del nuo­vo romanzo di Carlo Coccioli, Le corde dell’arpa: « Un giorno all’improvviso restano soli. Loro due da una parte, gli altri dall’altra. Loro due in una ca­mera da letto o comunque sia in un mondo che somiglia a una camera da letto; di fuori, il vuoto. Fabrizio pian­ge; Letizia no. “PerchĂ© non piangi, Le­tizia?”, geme lui piangendo. Lei non risponde. Da un’ora, da tre ore, da un giorno, da un secolo, lei si sta petti­nando. Si passa a lungo, lentamente, meditativamente, il pettine poi la ma­no fra i capelli. Lui piange singhioz­zando accovacciato sul tappeto; versa tutte le lacrime che ha di dentro; ogni tanto, coi pugni, colpisce rabbio­samente il tappeto. Lei nulla. Lei si pettina, si accarezza i capelli. Poi di­ce: “PerchĂ© piangi, Fabrizio?”. Lui non risponde. Continua a piangere, ma ora senza lacrime, perchĂ© non ne ha piĂą. Entra Geltrude e dice: “Ve­nite a mangiare, venite a mangiare”. NĂ© lui nĂ© lei rispondono. Lui, stanco di piangere, avvilito dal fatto di non avere piĂą una sola lacrima, gioca col gatto di Geltrude. Lei non si stanca di pettinarsi, di accarezzarsi i capelli. Poi, con un movimento brusco, la­sciando cadere il pettine si” volta e di­ce: “Di’, non hai voglia di un gela­to?”. Lui si accorge che ne ha voglia. Escono in strada, a piedi, e la gente per la strada li guarda. Lui porta gli occhiali neri affinchĂ© non gli si ve­dano gli occhi rossi. Lei divora due gelati; lui tre. Senza parlare. Leccano avidamente la crema densa, e le loro lingue rosa si somigliano ».

Per rendersi conto del modo espres­sivo che lo scrittore ha scelto per que­sto libro, può bastare. Tutto il raccon­to procede su questo indicativo pre­sente, ove la visualità si allea con l’esclamazione, la registrazione con il sottofondo corposo e iterativo dei sen­timenti eccezionali. Non è il « presen­te » laico del regard: è un presente tutto febbrile, che intende stringere la realtà in un cerchio inesorabile ove il tempo è atrofizzato e allude diretta- mente a un’eternità privilegiata; un presente ritmato come un segnale di guerra, un ossessivo tam-tam anima­lesco. Si può dire di un simile acce­so descrittivismo quello che a pagina 22 si dice di Letizia, che è « traspa­rente », ma « fa della trasparenza uno stato violento ». Del resto il nume del romanzo è Garcia Lorca. E insomma il Coccioli si pone apertamente, pur con adeguamenti formali a certi modi dell’attualità, nell’ambito del più foco­so decadentismo. L’infantilismo pre­stato alla forma è l’altra faccia di una materia corrusca e outrée.

La storia che si narra ne Le corde dell’arpa è quanto di più sanguigno e viscerale si possa immaginare. Il lui e la lei che abbiamo incontrato so­no fratello e sorella, gemelli: usciti insieme dallo stesso alveo, sono spi­ritualmente e fisicamente modellati a tal punto l’uno sull’altra che la loro identità li preme all’unione assoluta, anche carnale. L’incesto è il loro ritor­no all’archetipo, a un’originaria unità, è la completezza di ogni possibile amo­re; è così radicato nel loro essere, che si identifica non con il peccato ma con l’innocenza. L’incesto è l’« as­surdo » ove si nasconde la verità.

Debole in maniera forte

Ciò che importa allo scrittore è dun­que il rapporto tra i due, il loro sta­to e processo di identificazione, piut­tosto che la loro definizione di perso­naggi. Quando si prova a descriverce­li, rimane nella genericità: di Letizia ci viene offerta, a modo di ritratto, la « passionale, intensissima altalena », la « misura eroica » del sentimento, donna « debole in maniera forte », « inesistente in modo turbinosamente esistente »: ma qui siamo veramente in una sfera solo verbale, di enfasi, e ciò che conta è invero soltanto l’iti­nerario di Letizia verso il fratello (Letizia-Fabrizia-Fabrizio) e vicever­sa, e il misticismo erotico che lo per­vade. Non possiamo infatti prendere per buoni ingenui distici dannunziani del tipo: « Letizia ride avvolta di so­le, Letizia ride avvolta di luna », o estatici calchi lorchiani come: « Oh metafisica purezza, mormora Letizia, della spiaggia di Salina Cruz! » (pa­gine 121 e 122). Non è questo il tipo di lirismo che si addice al Coccioli, il cui ingegno è assai più sottile della penna.

Vediamo allora come il racconto si svolge. Letizia si sposa ma l’esperien­za è terribile. Il marito è impotente e vizioso, e la povera ragazza viene sottoposta inutilmente a ogni sorta di repugnanti sevizie, compresa la droga. La raggiunge allora Fabrizio a CittĂ  del Messico. I due sono ricchi, e, ab­bandonato il marito alla sua sorte, si mettono in viaggio: terre festose e pa­gane, riti orgiastici, folle deliranti pro­ne a celebrare i misteri della vita. Qui lo scrittore, nonostante le appros­simazioni stilistiche sempre in ecces­so, è a suo agio, e ritrova il gusto del colore e del ritmo nella sua pagina. Ma intanto, nella frenesia esaltante di tali paesaggi torridi di primitive passioni, matura torbidamente il dram­ma. Il rapporto d’amore tra i due fra­telli, benchĂ© essi vivano insieme ogni ora della giornata e dormano abbrac­ciati nello stesso letto, è incompleto perchĂ© privo della piena sessualitĂ . Ne è ferita la sua stessa innocenza e spon­taneitĂ , perchĂ© Letizia ha bisogno di « ritrovare’ l’anima mediante il ses­so ». E’ uno spasimo continuo, come se ella fosse di continuo privata di un suo diritto alla pienezza del vive­re attraverso la quale riconoscersi nel suo culmine d’amore per il fratello. Ecco dunque che lui, quando vede brillare negli occhi di lei la luce scan­dita e perfetta del desiderio, le accom­pagna un giovane nella sua camera, nel suo letto, e aspetta dietro la por­ta che il destino si compia. Nel culmi­ne del piacere, la sente tra le braccia dell’altro invocare il suo nome, Fabri­zio. La storia si ripete parecchie vol­te, in diversi Paesi. Letizia, appagata, indifferente e amorosa chiama tutto questo « giocare ».

La fisiologia del rapporto

Non è chi non veda come un simile gioco costituisca per uno scrittore di oggi un rischio mortale: egli deve te­nere a bada il suo senso di humor, costringerlo con la testa sott’acqua si­no a che soffochi. Ma, per strano che sembri, proprio qui, in una simile la­cerante ambiguitĂ , il romanzo trova la sua giustificazione. I sentimenti che possiedono Fabrizio durante quei riti sono molto complessi; da un lato c’è la gelosia, il dolore dell’estraneitĂ , dal­l’altro lato c’è il sentimento di essere egli stesso completato in quel rappor­to anonimo e peccaminoso. Ma c’è an­che qualche cosa di piĂą disperato e sottile; egli si identifica insieme con l’uomo che possiede Letizia e con Le­tizia che ne è posseduta. L’incèsto fra­terno, al limite, è uno specchio subli­mante dell’omosessualitĂ . L’identifica­zione, in codesti amplessi, per inter­posta persona, prevale sul possesso. « Dovreste essere uno, ma siete due, e farvi due è uno dei molti sbagli apparenti di Dio »: questa è la filoso­fia del rapporto tra i due fratelli, come la riassume un’amica saggia. Per bizzarra e contorta che possa essere la situazione, si sente molto bene che in essa, per lo scrittore, tutto è in gioco.

Prima di tornare su questo punto, vediamo la conclusione. Rientrati in Italia, a Firenze, quando tentano di ripetere il gioco, sono vittime- di un ricatto: il fratello maggiore di un ra­gazzino assoldato per stare con Leti­zia, piomba nella camera, chiede da­naro; c’è una rissa, Fabrizio è ferito, e finalmente, messi i due estranei al­la porta, l’incesto atteso per tutto il libro si consuma. Ecco Letizia ora in­vocata con suono di ottoni e in atto di litania come « torre dalle muraglie forti, mare di tempeste e di serenità illimitate, grappolo di fiori che non si possono cogliere, ghirlanda di fiori col­ti, vento che travolge e che è travol­to, città fierissima ma finalmente accessibile ». E allorché ella s’innamo­ra dì nuovo, a prima vista, di un cer­to Ireneo, che le appare della loro stes­sa razza e sangue, il libro si chiude, a quel che capisco, nell’incertezza: se sarà Ireneo a sostituire Fabrizio, o se sarà, definitivamente Fabrizio a sostituire per sempre Ireneo e tutti gli altri possibili sosia.

Si è spesso parlato, qui da noi, di un « caso Coccioli ». Come è noto, egli gode da tempo in Francia, al Messico e altrove di una strepitosa buona ac­coglienza, sia del pubblico sia della critica, mentre in Italia è poco meno che ignorato e da taluni considerato appena ai margini della letteratura. Di qui la sua acerba polemica contro la nostra società letteraria, il suo esi­lio sdegnoso. Le corde dell’arpa è un libro suo tipico, nei pregi e nei difet­ti, e può costituire un test definitivo per la sua « fortuna ». A questo pun­to dunque nel giudizio è compreso il dovere di una franca testimonianza.

E’ chiaro che una chilometrica di­stanza separa il suo gusto dal mio. Si è fatto talora per lui il nome di Malaparte, ma egli non ne possiede la scioltezza, l’eleganza del savoir vivre che diviene letteratura come con­versazione. Le implicanze mistico-teo­logiche che affiorano nei suoi libri so­no spesso intrise di un rozzo finali­smo terrestre, dal desiderio di una troppo rapida e strumentale resa dei conti. In realtà la matrice culturale del Coccioli rimane fissata nel nostro dopoguerra, in un impasto non sem­pre omogeneo di dannunzianesimo, neorealismo e impegno cristiano. E peraltro c’è in lui un indubitabile vigore, un’urgenza del dolore nasco­sto anche nella gloria del vivere, an­che nei disegni dello spirito, e potrem­mo dire il bisogno cristiano di un pro­cesso a Dio, che toccano da vicino il nostro essere contemporanei. In ognu­no dei suoi libri, anche in quelli che saremmo disposti a definire brutti, c’è sempre il soprassalto di una coscien­za che formula una domanda essen­ziale.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart