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LETTERATURA: I MAESTRI: Compagni di scuola

14 luglio 2018

di Ercole Patti
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 31 ottobre 1969]

Quegli anni dell’adolescenza trascorrevano fitti di pic­coli avvenimenti senza impor­tanza, tra odori vaganti di pa­ste di mandorla, frutti di marzapane e olivette di San­t’Agata sulle soglie delle pa­sticcerie e il fiato fresco dei gelati di cedro e di cioccola­ta che usciva dall’androne del baglio di Tricomi vicino alla Cattedrale; il sentore della polvere da sparo dei giuochi di artifizio e delle girandole della festa di Sant’Agata che riempiva la piazza Duomo e la via Etnea mentre piccoli tizzoni incandescenti spaghi e cartoccetti bruciacchiati piom­bavano tra la folla; e il rumo­re delle bombe sparate per la festa della Madonna a piazza del Carmine, il cui odore di bruciaticcio si mescolava a quello dei ceci abbrustoliti e dei lumi all’acetilene che man­davano un ronzìo preoccupan­te sulle bancarelle piene di torroncini di carrube e di noc­cioline americane; e l’odore violento degli agli accatasta­ti a migliaia come muraglie nella piazza e nella strada di Trecastagni per la festa di Sant’Alfio.

Le aule del liceo-ginnasio Cutelli dai vetri polverosi e rotti da vecchi scioperi stu­denteschi rimasero indelebili nel ricordo di Giuseppe in­sieme ad alcuni ritrattini di compagni di scuola che in massima parte non incontrò mai più e soltanto di pochi ebbe qualche notizia nel cor­so della vita.

Evangelista era grasso e basso; in lui si indovinava sin dall’età di dodici anni il fu­turo piccolo proprietario di paese; un certo torpore gover­nava la sua vita e le sue azio­ni fin da quando la mattina arrivava a scuola coi libri sot­to il braccio o, se pioveva, sotto la mantellina brizzolata del loden. Ragionava con la stessa posatezza di un cin­quantenne, frasi cariche di esperienza e di scetticismo che non sarebbero state possibili in un bambino di dodici anni; ma era il padre che parlava per bocca sua perché Evan­gelista ripeteva sempre le pa­role che aveva detto lui in ogni occasione della giornata.

Fra i compagni di scuola di Giuseppe ben cinque era­no destinati, per uno strano capriccio del destino, a diven­tare dermosifilopati. Ai tempi della scuola questa preferenza per quel ramo della medicina non si era ancora manifestata; venne fuori dopo l’università e Giuseppe la apprese da altri quando non frequentava più quei compagni.

Pistorio era un ragazzo ta­citurno, aveva la bocca un poco storta sopra la bazza piuttosto pronunziata, scrive­va versi di carattere funera­rio; prima ancora di compiere i tredici anni aveva pubblica­to un libricino di pochissime pagine intitolato Colloqui con la morte che sulla copertina recava un disegno raffiguran­te una clessidra, un teschio, tibia sparse e la falce della morte bianchi su fondo nero. Non si capiva come mai quel bambino dai polpacci nudi e pelosi avesse queste prema­ture predilezioni mortuarie. Anche lui crescendo fece par­te del gruppo dei dermosifilo­pati e non pensò più alla morte.

Panebianco era un ragazzi­no biondo e curato che veni­va a scuola coi calzoni sotto il ginocchio, la giacchetta a vita e i capelli divisi da una scriminatura ancora umida dal pettine bagnato; era figlio di un direttore di banca, sem­brava uno dei compagni di scuola del Cuore, forse Votini quello ricco e vanitoso.

Cultrera era un ragazzo alto e noioso con gli occhi gonfi e un sorrisetto ironico sempre sulle labbra come se volesse prendere in giro tutti, ma in realtà quel sorriso era dovuto alla speciale confor­mazione della sua bocca. Cul­trera essendo di intelligenza limitatissima non si sognava neanche lontanamente di pren­dere in giro nessuno e fra l’altro non ne sarebbe stato capace.

Alfredo figlio di un avvo­cato era l’amico più intimo di Giuseppe; bassino dagli occhi azzurri distanti uno dall’al­tro, affettuoso, si manteneva sempre in sottordine con i compagni; non trovarsi sem­pre in sottordine con tutti lo avrebbe messo a disagio. Sin dai banchi di scuola ave­va sempre sognato la carriera bancaria, la sua aspirazione massima era poter sedere un giorno dietro uno sportello di banca. Quel suo sogno poi si avverò.

Pugliatti invece aveva un aspetto fortemente contadine­sco, le sue potenti caviglie uscivano da grosse scarpe da soldato dal collo alto, aveva mani da spietratore e parlava con voce cavernosa, ma era un ragazzo buonissimo e fine nonostante l’apparenza.

Mangiavite era biondastro fronte allargata come se avesse due teste in una; fa­ceva pensare a una di quelle noccioline doppie che non so­no arrivate a dividersi e sono rimaste attaccate. Aveva la vocazione della denunzia, se scopriva una mancanza di qualcuno si affrettava ad ac­cusarlo ai professori o al pre­side. La denunzia e la delazio­ne erano per lui lo scopo e il piacere dell’esistenza.

Mazzaglia dalla faccia spar­sa di foruncoletti e il collo peloso era sempre ironico; qualsiasi cosa dicessero o fa­cessero gli altri egli la com­mentava con parole sarcasti­che, si esprimeva con giri di frase allusivi, citava personag­gi storici e figure mitologiche, non gli andava mai bene niente. L’intera classe era tut­ti i giorni demolita dalla sua ironia implacabile.

Mazzaglia giudicava gli al­tri infimi vermi terra terra, lui solo spaziava in alto al disopra di tutti. Divenne poi commesso di un modesto av­vocato che lo mandò per una intera vita a portare e a ri­tirare carte legali da altri av­vocati ancora più modesti e a far rinviare cause alla pre­tura.

Zara-Buda era un ragazzo dall’aspetto chiuso e naviga­to come se a tredici anni aves­se già fatto tutte le esperien­ze possibili. Parlava poco e sempre con una leggera aria di superiorità sugli altri. Non aveva amici, veniva a scuola solo e andava via solo.

Cucinella era grasso e mor­bido con le vegetazioni ade­noidi che lo costringevano a rimanere sempre a bocca aper­ta per poter respirare. Sin da bambino era stato sempre ava­rissimo e di intelligenza tar­da; ma se si trattava di trar­re da qualcosa qualche vantaggio finanziario anche mi­nimo diventava subito atten­to e accanito; in questi casi tendeva la sua debole intelli­genza fino al massimo delle sue possibilità nello sforzo im­mane di capire cose semplici che capivano tutti. Da grande affamò i suoi contadini fino a farne morire uno addirittura di inedia. Sposò una donna cocciuta e leggera che ama­va spendere e trascorse la vi­ta fino al giorno della morte cercando di difendere dispera­tamente il suo denaro da lei.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart