Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: I MAESTRI: Con “Il crematorio” contesto la mia vita

12 luglio 2018

di Goffredo Parise
[dal “Corriere della Sera”, domenica 22 marzo 1970]

Confesso il mio disagio: non sono portato per temperamento alle chiose e questa di rispondere ai critici (in poco spazio e sbri­gativamente) è una chiosa alle chiose. Si tratterebbe cioè di compiere, ma a posteriori, quella operazione programmatica, ideologica, esplicativa, che è oggi d’obbligo per indicare a priori prodotti di qualsiasi sorta. Con la premessa, anche sot­tintesa tra le righe degl’in­numerevoli «codici» letterari, i critici, ma non l’anoni­mo utente, infilano una via da percorrere se lo desidera­no. Molti di solito lo desi­derano perché, avendo la opera perduto il suo carat­tere di manoscritto nella bottiglia e assunto quello che le conferisce la mi­sura di spazio che occupa all’interno di uno dei molti e totalitari nominalismi, la equazione è risolta in par­tenza. Il critico, anziché ag­girarsi nel labirinto della immaginazione (sua e del­l’autore) preso dal mistero che nasce dall’imprevedibi­lità seguirà il filo d’Arian­na che l’autore-premessa gli porge e uscirà presto all’aperto. Forse non è sba­gliato anzi necessario. Lo prova un onnipresente fi­losofo francese d’avanguar­dia, Francois Wahl, che lamentò nel Padrone l’as­senza dei sindacati: «dal momento» — cosi diceva — «che l’azione del dottor Max è tutta diretta a sco­raggiare l’azione sindacale» (sic). Le vie della interpre­tazione obbligatoria sono, come si vede, infinite. Se avessi meditato le tesi di Foucault e dedotto premesse al Padrone, forse non sareb­be accaduto. L’attuale filo di Arianna sarebbe quello di strutturare le strutture, alcuni critici andrebbero in visibilio accompagnati per la punta delle dita al mi­nuetto. Ma non mi va di farlo, né credo lo farò mai, non conto tante e rapide frecce al mio arco. Né l’arco. Innanzitutto perché conservo ancora un’incrollabile quanto inattuale fiducia o illusione nella ragione del­l’uomo (che è il suo istin­to) poi perché a mio av­viso le cose non sono le parole e infine perché ho la debolezza o la vani­tà di credere che avanguardia, rivoluzione (o ari­stocrazia, che è la stessa cosa) appaiono sempre, a prima vista, vagamente arrierées.

Il disagio aumenta quan­do si tratta di giudicare chi ha fatto in ogni caso, e se­condo le proprie doti di na­tura, una cortesia. Aggiun­go che il peggior giudice di quanto ho scritto fino a que­sto momento (troppo), il più antipatico voglio dire, sono io stesso, anche se da un punto di vista personale e segreto. Ho sempre avuto e ho molti dubbi sull’inter­pretazione « corretta » del­la letteratura che sta nei miei libri, fondamentalmen­te per una ragione: che essi nascono sempre e sol­tanto da un sentimento in­decifrabile e mai da un pro­gramma ideologico, sociolo­gico, letterario, ecc. Non ho quello che Lukàcs mi ha (non molto bene) spiegato: « una prospettiva del futu­ro ». Forse una dinamica interna della speranza? Nel qual caso mi troverei pu­nito del resto come tutti, dalla brevità illusoria del cogito. Per cui posso dire che mi è dispiaciuto quan­do si è voluto attribuire al Crematorio di Vienna pro­positi di tale natura pro­grammatica. Il cahier Cre­matorio nasce anch’esso da un sentimento e da nien­te altro. Non sempre, lo ammetto. Spesso mancava e allora righe e capitoli rivelano il tono didascalico. I capitoli buoni sono po­chi. Gli altri sono un eser­cizio quasi pedagogico, au­tologico. Tuttavia niente è stato scritto completamen­te a freddo: il sentimen­to, magari decifrabile, c’era sempre.

Eugenio Montale (Cor­riere della Sera) mi an­novera tra i contestatori del sistema, con stile al tempo stesso bilanciato e blasé. E rileva carenza di amor vitae. Ringraziando­lo di aver messo su carta qualche beccatina di dia­grammante calligrafia di­rò che contesto il mio sistema, cioè la vita, es­sendo gli innominati pro­tagonisti, per la maggior parte, la mia non simpa­tica immagine riflessa in molti specchi. Ecco la ra­gione e la spiegazione di tanta « straordinaria con­sapevolezza » non « psico­logicamente » ma sentimen­talmente vera e attendibi­le. Ognuno di noi ha le sue visioni non attendibili « sul vero ». Quanto alla ca­renza di amor vitae, la mia è senz’altro vera. For­se per troppo amor vitae nei confronti di tutti (o quasi tutti) gli altri uomini, anime, animali e piante compresi. Paolo Milano (L’Espresso) non inten­de il binomio del tito­lo, né la ideologia « lam­biccata » (infatti non c’è). Il titolo nasce da una mia costante notturna, rintrac­ciabile in tutti i miei libri (il ragazzo «morto», « il cimitero degli ebrei » nel Prete bello, la « tomba di famiglia » nel Padrone, ecc.); costante che scatu­risce al tempo stesso dalle frequentazioni infantili di cimiteri e crematori e dalle prime folgorazioni cultura­li, o sentimentali, dell’ado­lescenza (Poe, Hoffman, Novalis, Shakespeare, ecc.) che per mia fortuna o di­sgrazia mi svegliavano dal­le sonnolenze scolastiche, italiane in genere. Paolo Milano ha però azzeccato un certo giudizio quando ha parlato di « album di ossessioni ».

A Geno Pampaloni (Il Mondo) vorrei ricordare, a distanza di tre mesi dal­l’uscita del libro, che la sua previsione moralistica del « successo mondano a cui sarà giustamente condan­nato » (io o il libro?) non si è avverata. Quanto alle « incarnazioni stilistiche », tre a suo dire, nel mio curriculum, di cui sotto sotto mi accusa, non so rispon­dere se non con la frase eraclitea: che significa una costante mutazione, alle volte rovesciamento nelle pressoché infinite combina­zioni di elementi fisici, chi­mici e psichici di cui è fatto l’uomo. E’ evidente tuttavia che il casuale colpo di pollice (naso, occhi, boc­ca ecc.) rimane, estetica­mente, una relativa costan­te. Il discorso vale anche per la letteratura. Anche lì a cercarle, le costanti, le parole in questo caso, e le loro associazioni signifi­canti, si possono ritrovare con facilità. Michele Rago (l’Unità) rileva che « si è prodotto quello che Marx aveva indicato come estre­mo pericolo comune: il si­stema che livella e schiac­cia ogni cosa » Sono ono­rato. ma non aspiravo a tanto. II mio pensiero (o sentimento?) è che non sol­tanto ogni sistema schiac­cia ogni cosa, ma che ogni uomo tende fatalmente e inesorabilmente a schiac­ciare ogni cosa, al di fuori della propria vanità (se ha vita e fortuna).

Mario Spinella (Rinasci­ta) ha ben colto che «la violenza non è quindi una deformazione della società tecnologica, una sua discre­panza, ma risulta ad essa conseguente ». E Piero Pal­lamano (Paese Sera) parla di « una musica che morde e rimorde un solo tema, esalando con gelida mono­tonia il dolore senza scam­po dell’uomo » Peccato per la monotonia, che però c’è, e mi chiedo: soltanto nel libro? La monotonia non è forse la nota dominante e prevedibile di una mecca­nica utilitaristica (il dolo­re senza scampo dell’uomo) in cui i sentimenti indivi­duali non sono più social­mente « utili »? Mi obietto: ma l’arte ha il compito di vitalizzare, non il contra­rio, e l’obbligo della impre­vedibilità e del mistero. Ri­spondo: E’ vero. A Dome­nico Porzio (Panorama) confermo la mia intenzio­ne di ritirarmi dalla scena illuminata e visibile. A Walter Pedullà (Avanti!), che mi presenta « come ideologo che respinge dal­l’esterno il sistema… » e mi loda « che sia il miglior Parise mai letto non c’è dubbio », vale la risposta a Montale. « Che sia il mi­glior Parise » ho qualche dubbio invece, se Pedullà lo consente. Molto simpa­tico Leo Pestelli (La Stam­pa) nel sottolineare che « a questo mondo di sasso l’au­tore ha perfettamente in­tonato la scrittura che sen­te l’aura di un gabinetto scientifico e dove il tecni­cismo (a riprova che le pa­role sono in funzione del contesto) mette un poetico gelo ». Giacinto Spagnoletti (Il Messaggero) dopo accurato esame del mio la­voro si chiede quale sarà il mio destino di scrittore. Rispondo: non lo so. La parabola è discendente, for­se il bengala è già spento, comunque sta per toccare terra. (Ma come? lei è an­cora così giovane… No, non sono più giovane e la letteratura rende vecchi, vecchissimi, e precocemente mortali). Claudio Marabini  (Il Resto del Carlino) par­la di ascendenza kafkiana (non è il solo) Può darsi.

In ascendenza tutto è pos­sibile.

Maria Corti (Il Giorno), illustre filologa e linguista (e strutturalista?), stupi­sce un po’ per la lingua: « E le donne? Tutte defini­tivamente oche, inserite nel sistema, incapaci di genera­re l’imprevedibile. Beh. qui Parise non si accorge che conformista diventa lui ». Posso assicurare che non era nella mia intenzione, non è nel libro, e comun­que non mi sarei mai per­messo, con l’arietta che tira. Giuliano Gramigna (Corriere d’informazione), oltre alle lodi, ha una bel­lissima immagine persona­le « così si completa, come la seconda faccia della Luna, la curvatura del ro­manzo » Do atto a Claudio Carabba (La Nazione) che « l’uomo è solo anche nel cuore del caro nido » e, vorrei aggiungere, ha inol­tre uno spietato e indul­gente nemico: se stesso. Fausto Gianfranceschi (Lo Specchio) anche lui, ma da tutt’altra barricata, m’in­globa tra i contestatori « da quando si è lasciato con­quistare dal fascino delle rivoluzioni  cubane e cinesi; ignora che esse non  rappresentano affatto una alternativa… ». Non sono stato conquistato, bensì in­curiosito (da bambino mi si rimproverava di chiede­re sempre: perché? non sono cambiato e nemmeno i rimproveri) e confermo: le rivoluzioni cubane, ci­nesi, eccetera sono la alter­nativa: le masse del mon­do sono da quella parte, caro Gianfranceschi, alme­no per ora, e non è colpa mia.

Molte lodi ho avuto da Carlo Bo (L’Europeo): « ne salta fuori la diagnosi di una malattia che ha co­minciato a colpire l’uma­nità da gran tempo e non ammette distinzioni »; da G. A Cibotto (Il Giornale d’Italia), da Alberto Bevi­lacqua (Oggi) e Giancarlo Vigorelli (Il Tempo Illustra­to), il cui articolo è un abbraccio entusiasta e quin­di non cito. Tipico del suo temperamento e della sua vitalità. Bo e Vigorelli han­no sorvolato, con i loro caratteri generosi, sui di­fetti del libro. Non tanto di « letteratura » di cui non importa molto, quanto di eccessiva razionalizzazione: cioè difetto di poesia. Di tali difetti il libro ne ha parecchi, ma purtroppo ne ha parecchi anche la mia vita o quella parte della mia vita in cui l’azione e la riflessione hanno con­tato più della contempla­zione. Di questo mi scuso con lettori e critici (che ringrazio tutti) ma non con me stesso.


Letto 118 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart