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LETTERATURA: I MAESTRI: Conterie e turismo

8 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 3 aprile 1970]

Abidjan, aprile.

In principio ci sono stati i fortini portoghesi sparsi lungo la costa, con le guarnigioni di soldati dalle teste chiuse in elmi di ferro, che oggi pos­siamo rivedere, strani e grotte­schi, nelle sculture del Benin. Stavano lì a difendere la pri­ma prepotenza europea: cianfrusaglie, conterie contro oro, pietre preziose e spezie rare. Ma gli Africani non sapevano che le conterie non valevano niente e l’oro e le pietre pre­ziose moltissimo. La loro scala di valori era quella dell’imma­ginazione infantile; quella de­gli Europei, invece, la scala di valori del profitto mercan­tile. Poi nei due secoli susse­guenti sono venuti i mercanti di schiavi, vestiti di velluti, di sete, di broccati in brache corte e calze, la spada al fianco; e di nuovo, contro cianfrusaglie e conterie gli Africani hanno fornito qual­che cosa di infinitamente pre­zioso: i loro fratelli razziati con la complicitĂ  e l’autoriz­zazione dei loro re da schiavi­sti arabi, quindi incatenati, imbarcati, venduti in America come bestiame. Anche questa volta gli Africani « ignorava­no » il valore inestimabile del­la merce umana che fornivano agli Europei in cambio delle conterie. Ma gli Europei, que­sto valore lo conoscevano be­nissimo, il cristianesimo glie- l’aveva insegnato per secoli e così far finta d’ignorare, come gli Africani, che un uomo non è una cosa, è stato il grande delitto degli Europei in quei due secoli. Dopo aver venduto in schiavitĂą una ventina di milioni di persone (il maggior delitto contro l’umanitĂ , prima dei campi di sterminio nazi­sti), finita la tratta, è stata la volta, in pieno ottocento, delle cosidette « materie pri­me ». Anche questa volta la solita disparitĂ  tra l’Europeo che « sa » il valore di ciò che acquista e il non-valore di ciò che fornisce in cambio, e l’ignoranza infantile dell’Africano si è risolta di nuovo in una violenza perpetrata dal primo ai danni del secondo. Il colonialismo ottocentesco in cambio delle materie prime ha dato qualche cosa che lì per lì è stato chiamato « civiltĂ  »: cioè la burocrazia statale, po­liziesca, militare, le leggi, il mercato moderno con la do­manda e l’offerta, il recluta­mento per le guerre europee e cosi via. Eccoci ai giorni nostri. Il colonialismo se ne va: ma viene subito il neo-colonialismo; e il rapporto tra Europei e Africani non cam­bia. La violenza rimane, anche se nascosta e sottile. Come chiamarla? Diciamo che è una violenza economica, turistica e culturale.

*

Qualcuno domanderĂ  a que­sto punto: ma come avrebbe dovuto essere allora, il rap­porto tra Africa e Europa? Rispondiamo: l’Africano non è « diverso » dall’Europeo, non è un « altro ». E’ sem­plicemente l’altra faccia del- l’Europeo, il suo complemen­to, la sua alternativa. Sfrut­tando, schiavizzando, oppri­mendo l’Africano, l’Europeo ha in realtĂ  sfruttato, schiavizzato, oppresso l’« altro » se stesso. La sua violenza è stata, in altre parole, una vio­lenza suicida esercitata dalla « storia » contro la propria indispensabile e insostituibile « antistoria ». Simbolo di que­sto rapporto, potrebbero esse­re da una parte gli elmi, le corazze, le sete, i broccati di cui si rivestivano i Portoghe­si; dall’altra, la nuditĂ  com­pleta degli Africani. La « sto­ria » si veste e, attraverso il tempo, cambia continuamen­te di vestito; l’antistoria è nuda e rimane nuda. La sto­ria si veste e cambia di vestito perchĂ© ha bisogno, per esistere e svilupparsi, di rifiutare la natura, cioè la nuditĂ : l’antistoria è la natura stessa, cioè la nuditĂ , immo­bile e fuori del tempo. La complementaritĂ  di queste due situazioni umane non ha bi­sogno di essere commenta­ta. Riconoscendo nell’Africano non giĂ  la propria alter­nativa, il proprio complemen­to ma una cosa inanimata e insignificante da sfruttare, da vendere, da adoperare, l’Europeo ha mancato la piĂą grande occasione della sua storia, vale a dire: creare una civiltĂ  completa non dissimi­le dalle civiltĂ  remote dei suoi inizi. Ha preferito invece svi­lupparsi in maniera incom­pleta, amputata, parziale, sen­za o addirittura contro l’Afri­cano. Cioè contro la natura che ha nell’Africa il suo mas­simo, piĂą autentico e venera­bile monumento.

Ho parlato di violenza eco­nomica, turistica e culturale, oggi. L’albergo di Abidjan, capitale della repubblica del­la Costa d’Avorio, dove ci troviamo, è un museo incon­sapevole di questa nuova vio­lenza. Costruito su una col­linetta di fronte al porto, es­so è semplicemente un grat­tacielo di Nuova York, tra­sferito tale e quale su questo lembo d’Africa. La prima violenza è nella proporzione. Il gigantismo dell’albergo non è in accordo né con la città, né col Paese; bensì con il gi­gantismo degli interessi dell’industria turistica occidenta­le, per cui la Costa d’Avorio non è che uno dei tanti mer­cati di sole e di esotismo do­ve spedire la gente delle « metropoli » (o, come si di­ceva ai tempi del coloniali­smo classico: delle madrepa­trie) a fare le loro vacanze. Siamo così pur sempre allo « stabilimento » coloniale; sol­tanto che invece di essere co­me quattro secoli or sono una fortezza armata di colubrine di bronzo, è un albergo con centinaia di stanze con l’aria condizionata.

La seconda violenza che si nota nell’albergo è la già summenzionata trasformazio­ne della cultura africana in « boutique ». Per le vaste sa­le e saloni, per i serpeggianti corridoi, negli immensi atri, tutto ciò che mezzo secolo fa ha costituito una delle mag­giori rivoluzioni della cultu­ra occidentale, cioè la scoper­ta dell’arte negra, tutto ciò che è stato per anni ricerca­to, studiato, compreso e as­similato da ristretti gruppi di artisti e di critici; appare tra­sformato in ornamento cultu­rale in serie, insieme falso e fiero della propria falsità. Si tratta di una violenza esteti­ca che è anzitutto cecità. In­vece di carpire il segreto del­le maschere rituali, si è pre­ferito fabbricarne degli in­grandimenti colossali e ap­penderli sulle pareti per fare « colore »; invece di rivivere la magìa dei totem, si è pre­ferito adoperarli come colon­nine di sostegno per bar e ristoranti esotici; invece di penetrare il mistero delle ful­minee sintesi delle statuette di argomento religioso o ero­tico, si è preferito farne del­le riproduzioni gigantesche e collocarle nel mezzo degli atri, centro di raccolta delle valigie dei viaggiatori appe­na arrivati. A questo punto corre l’obbligo di riconoscere che questa decorazione neo­africana è spesso divertente ed elegante. Ma tanto peggio. Vuol dire che alla prepoten­za consumista hanno collabo­rato non soltanto i soliti di­vulgatori ma anche artisti, specialisti, esteti.

*

Il terzo aspetto della vio­lenza turistica è l’isolamento del villaggio dell’hinterland africano in confronto alla so­cievolezza dell’albergo di lus­so. Isolamento dovuto a man­canza di vie e di mezzi di comunicazione. L’albergo non ha rapporti con l’Africa; ha soltanto rapporti con l’Occidente, di cui è insieme una emanazione e un avamposto. Ci vogliono cinque ore per volare da Parigi all’albergo; ma è spesso impossibile ar­rivare a villaggi distanti da Abidjan non più di un centi­naio di chilometri. La stret­ta rete di rapporti e di co­municazioni tra l’albergo di lusso e Roma, Parigi, Londra e Nuova York è la causa, a ben guardare, del nessun rap­porto tra l’albergo e il vil­laggio.

Ricordo una gita ad uno di questi villaggi così vicini e insieme così poco accessi­bili. Siamo andati in macchi­na, per una pista rossa e Cruda attraverso la foresta equatoriale in direzione del confine del Ghana. Poi dal­l’automobile si è passati ad un motoscafo. Parallele al mare, dietro i lidi di dune e di cespugli marini, si esten­dono, in Costa d’Avorio, per centinaia di chilometri nume­rose lagune e paludi. Sembra­no grandi canali tanto sono dritte, immobili e regolari. Ma la boscaglia arruffata e selvaggia in mezzo alla qua­le si stendono, fa capire l’im­probabilitĂ  di simili gigante­sche opere di irrigazione e di raccolta. Si corre in motosca­fo per ore e ore senza che il paesaggio cambi minima­mente; e questo è un carat­tere tipicamente africano: la monotonia o se si preferisce la ripetizione all’infinito di un solo motivo, di un solo particolare. Alla fine, in fon­do alla laguna, ecco scintil­lare, oltre uno stretto passag­gio, tra due alte dune, la spuma libera e sferzante del­l’ondata marina. Siamo arri­vati alla costa. Qui, su una sponda, ci aspetta una ca­panna di lusso su false pala­fitte dove piĂą tardi mangere­mo, al suono di una radio, cibi cucinati secondo le mi­gliori ricette parigine; sull’al­tra, un villaggio africano, a quanto sembra, dei piĂą auten­tici e intatti. Andiamo a ve­dere il villaggio. All’ombra di una selva di alti e sottili palmizi, le capanne, basse e stagionate, danno l’idea di un gruppo di baite alpine. Tutte hanno uno steccato dentro il quale razzolano le galline, si rotolano i maiali e cammina­no barcollando bambini ignu­di dall’ombelico sporgente; tutte hanno accumulato un mucchio di noci di cocco da­vanti alla porta. Il villaggio è deserto perchĂ© stanno per arrivare dall’oceano le barche dei pescatori e questo è un grande evento sociale nell’iso­lamento quasi completo della piccola comunitĂ . Ecco la spiaggia. Donne vecchi e bambini stanno allineati lun­go la risacca; come le lunghe prue delle piroghe spuntano al di sopra delle onde, un’ani­mazione ilare ed eccitata si sparge su tutte le facce. Poi le barche scivolano sulla spiaggia, gli uomini ne salta­no fuori e le tirano in secco.

*

Allora, mentre la piccola folla si precipita ridendo e gridando verso i pescatori, mi accorgo di un fatto singolare. Siamo tre europei; il villag­gio, come ho già accennato, è isolato tra le sue dune, sen­za quasi alcuna possibilità di comunicazione con il resto del mondo; e tuttavia quelle donne e quegli uomini, che avrebbero il diritto di considerarci dei completi stranie­ri, si adoperano per farci par­tecipare alla loro festività. Sorridono, ci indicano le bar­che, prendono i pesci e ce li mostrano, vogliono insomma che noi siamo allegri con lo­ro. Non posso fare a meno di paragonare quest’accoglien­za con quella, del tutto op­posta, che ci avrebbero fatto in un’occasione simile gli Indios della Bolivia tra i quali mi sono trovato venti giorni or sono. E comprendo il mo­tivo di questa differenza. Gli Indios hanno avuto una sto­ria e poi gli Spagnoli gliel’hanno interrotta e distrutta e gli Indios non hanno più dimenticato e tutt’oggi consi­derano gli Spagnoli come de­gli usurpatori e gli oppongo­no una specie di inconscio rifiuto sociale. Ma gli Africa­ni, loro, non hanno conosciu­to che l’antistoria, cioè la natura. Hanno sofferto in pas­sato forse più degli Indios, sfruttati, schiavi, oppressi; ma, al contrario degli Indios, hanno dimenticato e tutt’al più ricordano le tragedie del loro passato come si ricorda­no le calamità naturali, senza rancori storici, con una sere­nità che, alla fine, è oblio.

Penso queste cose guardan­do alla folla vivace e gioiosa intorno le barche da pesca. Il pesce è in terra, alcune donne già raschiano via le squame coi coltelli. Poi sento una piccola mano introdursi a forza nella mia. E’ la mano di un bambino di forse quat­tro anni, completamente nudo salvo un filo di perline az­zurre che gli cinge la vita e gli passa tra le gambe come un perizoma. Ancora uno che ha dimenticato, che non ser­ba rancore, che sta nell’anti- storia. Mi dice sorridendo: « Moi et toi, camarade ».

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart