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LETTERATURA: I MAESTRI: Contrappunto (Hemingway e altro)

25 gennaio 2018

di Indro Montanelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 15 agosto 1970]

Quando sento dire (e lo sento molto spesso): ¬ę L’eloquenza dei fatti ¬Ľ o ¬ę I fatti parlano da soli ¬Ľ, mi si rizza il pelo. Quando mai hanno parlato, i fatti? Inerti e stolidi (bruti, per dire qualcosa hanno bisogno che qualcuno glielo suggerisca). Certo, fra i sug¬≠geritori ci sono quelli cattivi che fanno udire la propria voce alla platea, e quelli bravi che non la fanno udire. Ma quando sembra che un fatto parli proprio da s√©, chi legge non si faccia illusioni: signifi¬≠ca soltanto che alle sue spal¬≠le c’√® un ventriloquo pi√Ļ abile degli altri.

Forse questa riflessione mi viene suggerita dal libro che sto leggendo ¬ę Hemingway: storia di una vita ¬Ľ di Carlos Baker, tutto affidato ai fatti, sul presupposto appunto che parlino da soli. La loro raccolta √® costata sette anni di studi e di ricerche, e si sente. E’ difficile, anzi senz’altro im¬≠possibile, che a questa biogra¬≠fia qualcuno possa aggiungere qualcosa, in fatto di fatti. Cre¬≠do che all’appello non ne man¬≠chi nessuno, neanche fra i pi√Ļ insignificanti. Questo libro ri¬≠sponde per filo e per segno, circostanziatamente, fin nei minimi dettagli, a tutte le no¬≠stre curiosit√†. A tutte, meno una: chi fosse Hemingway. Questo, nelle intenzioni di Ba¬≠ker, dovrebbero dirlo i fatti. Ma i fatti non lo dicono. Ar¬≠rivati in fondo all’ultima del¬≠le sue mille pagine, della crea¬≠tura umana e dello scrittore Hemingway si sa ci√≤ che se ne sapeva al momento di comin¬≠ciare a leggere la prima. S’√® imparato soltanto che di fatti, nella vita di Hemingway, ce ne sono stati molti di pi√Ļ, e anche di molto pi√Ļ singolari, di quanto noi sospettassimo. Ma stanno l√¨, atoni e afoni, in attesa che qualcuno gli faccia dire qualcosa. Senza suggeri¬≠tore, non suggeriscono nulla.

Visto che siamo in tema e che questo tema √® tornato tan¬≠to d’attualit√†, dir√≤ anch’io co¬≠sa penso di Hemingway al di fuori dei fatti. Forse le mie opinioni sono soltanto mie (saggi critici su di lui non ne ho mai letti), e se lo sono non pretendono di far testo. Ma fra tante che ne sono state dette, una di pi√Ļ non far√† guasti.

A me Hemingway ha sem¬≠pre fatto l’effetto d’un Byron di ¬ę frontiera ¬Ľ cresciuto, in¬≠vece che in un collegio di Oxford, in un accampamento di pionieri e nell’adorazione dei suoi rozzi feticci: la For¬≠za, il Coraggio, la Lealt√†, l‚ÄôOnore. Appartiene insomma sia pure in versione di ¬ę pra¬≠teria ¬Ľ, alla grande e sofistica¬≠ta famiglia dei ¬ę decadenti ¬Ľ, dei ¬ę poeti-vati ¬Ľ, e lo dimo¬≠stra la sua incapacit√† a creare dei veri e propri personaggi. Essi si riducono a semplici va¬≠riazioni del medesimo atletico Eroe, che poi era sempre Hemingway, non com’era, ma come lui si vedeva e voleva essere visto. Anche di donne nei suoi racconti ce n’√® una so!a, sempre quella, che non √® una donna, ma La Donna, come i pionieri appunto la concepisco¬≠no circondandola di un religioso culto. Anche la pi√Ļ vera e umana, la Catherine di Addio alle armi √® un’eroina da western armata, invece che di una pistola, di una siringa d’infermiera. Contrariamente a quel che dice il romanzo, essa non si concesse mai a Heming¬≠way che voleva a tutti i costi farne la compagna dell’Eroe, e gli prefer√¨ un tenente napo¬≠letano che pi√Ļ pedestremente la considerava il riposo del guerriero. Hemingway non gliene volle, ma non cap√¨. Non capiva nulla, di donne, come tutti coloro che ne hanno in testa uno stereotipo.

Non credo affatto che si sia suicidato, come qualcuno sostiene, perch√© ¬ę non aveva nulla da dire ¬Ľ. Se questo fosse vero, l’ottanta per cento degli artisti, specie gli scrittori, dovrebbero suicidarsi prima dei cinquant’anni, e lui avreb¬≠be dovuto farlo addirittura prima dei quaranta. A quarant’anni, Hemingway poteva gi√† contare su una nutrita schiera d’imitatori, fra i quali c’era anche Hemingway, uni¬≠camente inteso a rifare se stes¬≠so, cosa che qualche volta gli riusciva alla perfezione come ne II vecchio e il mare, trion¬≠fo del puro ¬ę mestiere ¬Ľ e ca¬≠polavoro di autofagia.

Pi√Ļ di qualsiasi saggio cri¬≠tico, questo racconto ci dice cos’era Hemingway e cosa non era. Non era un grande narratore: non ne aveva il fiato, e infatti le sue cose migliori sono i racconti brevi. Non era uno scrittore¬†¬† ¬ę di pensiero ¬Ľ, un lanciatore di ¬ęmessaggi¬Ľ, e del resto nemmeno vi si at¬≠teggiava: il suo impegno ¬Ľ (guerra di Spagna) non era, come per Malraux, prete¬≠sto di romanzo. Hemingway sapeva pi√Ļ cose di¬† quanto il suo culto dell’Eroe muscolare gli consentisse di confessare, ma non ne sapeva molte, o per lo meno non ne sapeva quante gli sarebbero occorse a riconoscere la propria genealogia. Sono sicuro che non ha mai sospettato di essere un parente, e anche abba¬≠stanza stretto, di D’Annunzio: ne avrebbe sobbalzato d’orrore.

Per√≤ questo antiletterato era in realt√† un arciletterato della pi√Ļ bell’acqua, forse l’unico scrittore americano che abbia fatto della ¬ę prosa d’arte ¬Ľ. Gli esperti dicono che vi fu iniziato da Gertrude Stein, da Ezra Pound, e da Anderson. Ma questo non significa niente. Cio√® significa soltanto che questo irsuto ra¬≠gazzo della prateria, pur an¬≠dando a naso, il naso lo ebbe buono nella scelta dei maestri, e le lezioni seppe metterle a frutto perch√© il suo stile ‚ÄĒ non c’√® da sbagliare ‚ÄĒ √® pro¬≠prio ¬ę suo ¬Ľ. Se lo costru√¨, da buon americano, con un’ope¬≠razione di pura tecnica: non arricchendo e innovando il suo vocabolario, ma impoverendo¬≠lo e riducendone all’osso la sintassi. Aspettiamo che qual¬≠che esegeta pignolo ricostrui¬≠sca la cifra esatta delle parole usate da Hemingway. Ma non credo che vadano oltre qual¬≠che centinaio. Ed √® su questo l√®ssico da petit n√®gre che He¬≠mingway, furbissimo na√Įf, ha lavorato tutta la vita ot¬≠tenendo, solo con un giuoco di reiterazioni e di sincopi, gli effetti pi√Ļ straordinari. Non fu soltanto bravura.

Cio√® fu bravura soltanto negli ultimi tempi. Nei primi, fu musica e poesia. Finirono presto, √® vero. Un po’ perch√© questa √® la sorte delle primizie, un po’ perch√© chi si affida so¬≠lo allo stile cade inevitabil¬≠mente nella ¬ę maniera ¬Ľ. A trent’anni Hemingway gi√† co¬≠minciava a rifare se stesso, a quaranta non sapeva far altro. Ma non fu per questo che si spar√≤. Il suo suicidio non ha nulla di letterario. Anche se non aveva pi√Ļ niente da dire, Hemingway aveva ancora tan¬≠te cose da fare: andare a cac¬≠cia, andare a pesca, e curare il suo personaggio, che in fon¬≠do era la cosa a cui pi√Ļ tene¬≠va e quella che gli era meglio riuscita. Ma quando si mise in bocca le canne del fucile, non pensava pi√Ļ nemmeno a quel¬≠lo. Forse pens√≤ soltanto che un Eroe non deve temere la morte. Ma il fatto √® che l’Eroe non c‚Äôera pi√Ļ. C‚Äôera soltanto un pover‚Äôuomo roso dall‚Äôalcool e dall‚Äôarteriosclerosi, che della morte aveva una paura birbona. L‚Äôaveva sempre avuta, anche quando sul fronte italiano imitava gli ¬ę arditi ¬Ľ che accendevano la sigaretta alla miccia della bomba. Perch√©, come quello degli ¬Ľ arditi ¬Ľ il suo coraggio non era che spavalderia.

*

Di passaggio a V., vado a trovare il vecchio marchese G. Lungo, ossuto, giallognolo, coi grandi occhi spiritati e infos­sati dentro le guance cave, e i canini sporgenti, rinfagottato in scialli nonostante il caldo che fa, sembra un Dràcula in pensione. Giace in una poltro­na sdrucita sulla veranda del suo cadente palazzo, e non dà segno né di gioia né di noia al mio apparire.

¬ę Come se la passa, marche¬≠se? ¬Ľ.

¬ę Guardo il mio ¬Ľ risponde, come sempre.

Un tempo lo diceva alzando la testa e tendendo orizzontal¬≠mente il dito a indicare un re¬≠moto crinale di balze. Ora la testa l’abbassa e il dito lo pie¬≠ga a indicare l’orto sotto casa. A furia di vendere, ¬ę il suo ¬Ľ s’√® ridotto a quello. Ma lui se¬≠guita a guardarlo con lo stesso compiaciuto orgoglio, e a far di quel guardare la sua unica professione e passatempo.

*

Mi son sempre chiesto per¬≠ch√© oggi si pubblichino tanti libri di buona creanza. Forse per riparare alla malcreanza che sempre pi√Ļ impronta gli umani rapporti? La spie¬≠gazione non mi soddisfa. Cre¬≠do piuttosto che dipenda dal¬≠l’estrema articolazione della nostra societ√† e dal suo cosiddetto ¬ę pluralismo ¬Ľ. Un tempo era difficile cambiar con¬≠dizione: chi nasceva contadi¬≠no, di solito viveva e moriva da contadino; e altrettanto ca¬≠pitava all’operaio, al piccolo borghese, al borghese. Ognu¬≠no di questi ceti aveva la sua etichetta, che il giovane as¬≠sorbiva per imitazione in fa¬≠miglia e nell’ambiente, senza bisogno di un codice scritto. Ora la societ√† si √® fluidificata, e i ceti non sono pi√Ļ che sta¬≠zioni di transito. Il figlio in¬≠gegnere del contadino che si √® fatto operaio ne ha gi√† cam¬≠biati tre nel suo primo quar¬≠to di vita, per altrettante vol¬≠te ha dovuto rivoluzionare il suo galateo, e non sa pi√Ļ a quale attenersi. Una societ√† in movimento come la nostra genera insicurezza e alimenta il fabbisogno di bussole.

Gli editori vi fanno fronte con molta sollecitudine ma non con altrettanto discerni¬≠mento. Ho visto che hanno ri¬≠pubblicato anche la classica Etichetta di Emily Post, un modello del genere, ma tagliata sull’esigenze di una societ√† statica ch’√® proprio l’opposto di quella nostra. Strano che non abbiano pensato addirittura a una riedizione del vecchio If di Kipling. Cio√® non √® strano affatto. Le ¬ęmaniere¬Ľ si prestano a fare ¬ę mercato ¬Ľ. La coscienza, un po’ meno.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart