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LETTERATURA: I MAESTRI: CuriositĂ  stendhaliane

1 novembre 2018

di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 25 febbraio 1970]

Nel catalogo di una li­breria antiquaria milanese trovo: « (Stendhal) MĂ©rimĂ©e, P. – H.B. par Un des Quarante. Avec un frontespice stupĂ©fiant dessinĂ© et gravĂ© par S. P. Q. R. (FĂ©licien Rops), Eleutheropolis, l’an MDCCCLXIV (Bruxelles, 1864) ».

Telefono alla libreria: il libro c’è ancora (per la di­stanza, quasi mai arrivo ad avere, dalle librerie antiqua­rie del nord, i libri che mi interessano); me lo spediran­no subito. So che contiene ricordi e aneddoti stendhaliani che MĂ©rimĂ©e aveva pub­blicato nel 1850 in un opu­scolo tirato a venticinque esemplari, anonimo e senza data, che poi l’autore stesso aveva fatto in modo che non circolasse, poichĂ© lo Stendhal miscredente e cinico che ne veniva fuori non piaceva agli amici dello scrittore scompar­so; nĂ©, ancora oggi, piace agli stendhalisti — « une sorte d’offrande empoisonnĂ©e á ce­lui qu’elle prĂ©tend honorer », dice il Del Litto. E conosco, per una riproduzione che si trova nell’Album Stendhal di Gallimard, il frontespizio « stupefacente » che FĂ©licien Rops incise per la ristampa, limitata e quasi clandestina, che quattordici anni dopo si fece a Bruxelles dell’opuscolo. O meglio: credevo di conoscerlo; chĂ© quando ho tra le mani il libretto, scopro che il frontespizio è ben piĂą « stu­pefacente » di come appare nell’Album di Gallimard. Nell’Album, pagina 315, la ripro­duzione è stata evidentemente censurata. E’ rimasta la testa di cervo dalle robuste corna (che, a guardar bene, sono anche altre cose), sono rima­ste le iniziali H B elegante­mente caudate: ma la scena davvero stupefacente cui le iniziali e la testa del cervo sovrastano, la scena che dĂ  al cervo espressione di stupo­re, è scomparsa.

La scena è, nella versione che poteva darne FĂ©licien Rops (e chi ha visto la bella mostra di cose di Rops, che si è tenuta lo scorso anno a Milano, intende), quella che segnò la rottura dell’annosa e, nonostante tutto meraviglio­sa, relazione tra Stendhal e Angela Pietragrua, « Madame Grua », dice MerimĂ©e: la qua­le, eccezione alla fama di fe­deltĂ  delle italiane, indegna­mente tradiva Henry Beyle (che assumerĂ  due anni dopo il pseudonimo del « signor de Stendhal, ufficiale di cavalle­ria », pubblicando il libro Rome, Naples et Florence en 1817). Questa donna, dice ancora MĂ©rimĂ©e, pur avendo come marito il piĂą compia­cente degli uomini, lo aveva dipinto come un mostro di gelosia: e Beyle se ne era convinto al punto da accet­tare di andarsene a Torino, poichĂ© la sua presenza a Milano risultava pericolosa per lei.

Ma fosse il dubbio, fosse il desiderio, fece una furtiva puntata a Milano. Forse per sapere come fossero andate le cose presso i Pietragrua du­rante la sua assenza, prese contatto con la cameriera di Angela. Questa, memore del­la generositĂ  di Beyle, e a scarico di coscienza, gli rive­lava che la sua signora lo ingannava, che « avait autant d’amants diffĂ©rents ». PoichĂ© Beyle non voleva credere, glie­ne offrì la prova: « lo fece nascondere in un camerino da dove, mettendo l’occhio al buco della serratura, egli vide, a tre piedi da lui, la piĂą mo­struosa e convincente prova ». E così, cinquant’anni dopo, mettendo l’occhio all’altro bu­co della serratura che gli of­friva MĂ©rimĂ©e, FĂ©licien Rops vide, come in uno spaccato scenografico, Beyle con l’oc­chio alla serratura e Angela col suo ignoto partner in quella che i verbali dei sottuf­ficiali di polizia chiamano flagranza di reato.

In effetti, era stato Sten­dhal stesso a invitare Rops a questo giuoco alquanto gros­solano: « Beyle mi disse – scriveva MĂ©rimĂ©e — che la singolaritĂ  della cosa e il ri­dicolo della situazione gli die­dero un’improvvisa e folle allegria e che a stento, per non allarmare i colpevoli, riu­scì a trattenersi dallo scop­piare a ridere ». Rops non aveva ragione di trattenersi: ed esplode in una risata che è il caso di chiamare grassa. NĂ© era uomo da far caso alla notazione che viene subito do­po: « Soltanto dopo qualche tempo egli sentì la propria infelicitĂ  ». Anzi, una simile notazione poteva, per Rops, aggiungere comico al comico: un cornuto che riflette e sof­fre era allora tanto piĂą comico di un cornuto che ci ride sopra.

Ci voleva ancora un buon secolo, e uno scrittore come Pirandello, perché le loiche malinconie e pene del « cornuto consapevole » fossero comprese e accettate. Per Rops, avulsa dal contesto stes­so in cui Mérimée la registrava, oltre che dal contesto di quel che Stendhal era stato, di quel che erano i suoi libri, restava la ridevole disavven­tura: non priva di eccitante ambiguità per il disavventura­to Beyle, francamente eccitante per lui, Rops, che ap­punto in questo senso la si­glava raffigurando, in un an­golo della scena, un cagnoli­no in atteggiamento inequivo­cabile. Una storia di corna. Un cornuto. Ancora un pre­testo per un divertimento, co­me si direbbe oggi, « porno ».

Ma il fatto è che quando Rops disegnava quella scenet­ta comica e oscena, con Sten­dhal dentro come personag­gio comico, l’autore della Cer­tosa di Parma era effettualmente considerato un perso­naggio pieno di comiche con­traddizioni e mistificazioni, ostentatamente cinico ma in sostanza patetico se non ad­dirittura pietoso. Qualche con­tributo alla circolazione di una siffatta immagine di Sten­dhal, era appunto venuto dall’H.B. di MĂ©rimĂ©e; ma ci do­vevano anche essere, nei sa­lotti parigini, molte persone che lo ricordavano e che, nel momento in cui una nuova generazione stava per risco­prirne le opere, con deliberata acredine si davano a ridicoliz­zare l’uomo e lo scrittore.

Un siciliano approdato a Parigi subito dopo l’UnitĂ , alacre frequentatore di quei salotti, amico — giovanissimo e tra gli ultimi, se non l’ulti­mo — della vecchia George Sand, dava agli italiani un breve e vivace ragguaglio su Stendhal in cui sono eviden­temente condensati i giudizi e i ricordi che correvano negli ambienti letterari francesi. Il ragguaglio, poi pubblicato nel volume Macchiette parigine, si apriva con ritratto di Sten­dhal, rapido e preciso. « Una bella signora di Milano » scriveva Emanuele Navarro della Miraglia — « lo chiama­va, scherzando: il cinese. Di­fatti, egli arieggiava, in qual­che modo, quei mandarini panciuti e buffi che si fanno vento e fumano su’ mobili di lacca. Gli mancava la coda ma però aveva, in ricambio un falso ciuffo e portava l’unghie lunghissime, per attirar l’attenzione della gente sulla sua mano piccola e bianca. Era pingue, rubicondo, apoplettico, di statura mediocre. Le gambe corte e un po’ storte, sostenevano male il busto troppo rotondo e il ventre che strapiombava molto. Il capo era piantato solidamente sul collo tozzo. Gli occhi, due oc­chietti vivaci e penetranti, si perdevano fra le ondulazioni carnose della faccia larga, a cui le labbra sottili e contratte davano un non so che di sar­donico. Egli aveva, insomma, la fisionomia bizzarra del suo ingegno serio e comico ad un tempo… ».

E Navarro passa, sempre in punta di penna, alla biogra­fia, al carattere, al comporta­mento, alle opere. Ogni tan­to, suo malgrado, c’è qualche lampo di simpatia e affiora il giudizio esatto e penetrante: « Egli ha scritto molte pagine in cui non si sa se debba piĂą ammirarsi la profonditĂ , la semplicitĂ  o la finezza »; nel­la Certosa di Parma « il dram­ma, nel totale, è condotto con abilitĂ  immensa; la luce col­pisce, a grandi sprazzi, il qua­dro; i personaggi, disegnati appena fisicamente, sono di­pinti benissimo per via della azione e del dialogo; la corte di un tiranno in sedicesimo sfila viva e vera… »; « Preten­deva di agire secondo i det­tami della ragione, ma fu pe­rennemente dominato dalla fantasia e fece ogni cosa per entusiasmo ». E si sente che questi giudizi sono veramen­te suoi, del giovane scrittore siciliano che veniva dall’av­ventura garibaldina; non del suo tempo, non dei salotti che frequentava, dei letterati che conosceva.

In societĂ , in quella socie­tĂ  che per un giovane, appe­na arrivato dalla remota Sam­buca Zabut in provincia di Girgenti, doveva apparire cir­confusa di un luminoso e inal­terabile prestigio, si ricordava uno Stendhal personaggio buf­fo, si dava per declinante la fortuna dei suoi libri, si pro­fetizzava che tra non molto soltanto gli archeologi della letteratura li avrebbero cerca­ti. Navarro non poteva fare a meno di adeguarsi a quel giudizio corrente; ma d’altra par­te non riusciva a non appas­sionarsi a quei libri, a quello scrittore, a quell’uomo su cui non stavano per cadere le te­nebre dell’oblio, bensì stava per sorgere un culto.

(Sciascia scriverà: “Postilla su Stendhal e Navarro”, che trovasi in “La corda pazza” – Scrittori e cose della Sicilia”, Adelphi, 1991, che ha qualche variante)


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