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LETTERATURA: I MAESTRI: Deluso in Attica

20 maggio 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 24 aprile 1970]

Atene, aprile.

Incredulo, ripenso alla Gre¬≠cia e alla Magna Grecia viste in solitudine o con pochi com¬≠pagni, appena qualche anno fa: l’Argolide a piedi, Olim¬≠pia, Epidauro, la tomba di Agamennone, la Valle dei templi, Corinto, Selinunte, la colonna di Hera Lacinia a Crotone, la pianura di Paestum; e l’Acropoli, qui, in un bianco e azzurro giorno di neve; e Capo Sunion, il tem¬≠pio di Poseidon un tramonto d’ estate, con quell‚Äôimmenso scenario di isole, terrazza sul cuore del mondo, equoreo sperone.

Ahim√®, deponiamo il bran¬≠do: non servono pi√Ļ le paro¬≠le alate. Oggi torniamo a Capo Sunion con tutte le garanzie che salvaguardano il turismo di massa. E’ il momento di salire in torpedone: Mercedes Benz, ogni volta che tocchiamo terra, adombra il viso del dio. Trenta pullman, o forse pi√Ļ, si sono avviati prima del nostro. Molti altri hanno acceso il motore, si appresta¬≠no a seguirci. L’Attica, come accade tutti i pomeriggi della buona stagione, si apre a ruo¬≠te pazienti. Muoviamo.

*

La via costiera che percor¬≠riamo √® nuova (o almeno mi era sconosciuta) ed √® davvero panoramica sebbene disadatta ai pullman, con i suoi tor¬≠nanti a picco. Come al solito, si sta stretti nel torpedone, stivati: la maggior parte dei passeggeri, alle prese con il mal d’auto, non parla. Il cielo √® coperto, il giorno √® ventoso; andiamo verso un tramon¬≠to programmatico, magnifica¬≠to dagli opuscoli, che quasi certamente non ci sar√†. Gli squarci di paesaggio, se il mio finestrino inclina in curva verso la scogliera, svelano i praticelli smaltati dell’Attica, le brevi distese di sparto che chiederebbero di brillare al sole, e di quando in quando i pini, i lecci, le capre; e un coniglio selvatico in fuga. Il mare si arruffa di creste can¬≠dide, infido.

Nell’afa e nell’asprezza del viaggio, l’hostess greca, con le spalle volte al guidatore, √® lo¬≠quace. Senza che nessuno la contrasti, fornisce delucidazio¬≠ni soprattutto edilizie e mer¬≠ceologiche. Alcuni chilometri fa, lasciando l’aeroporto alla nostra sinistra, abbiamo notato palazzi nuovi, eleganti, provvisti di piccoli parchi co¬≠munitari? Ebbene quegli ap¬≠partamenti si affittano a prez¬≠zi appena credibili: peccato che il rombo dei velivoli a reazione li assordi. Qui, all’op¬≠posto, lungo la strada panora¬≠mica, le ville non sono a buon mercato: eccone una semina¬≠scosta nel verde. Non ha che quattro stanze, non la circon¬≠da che un terreno di mille metri quadrati: si vende a sessantamila dollari.

No, nonostante questo, la vita non √® cara in Grecia; ed √® sicura. Avete osservato, men¬≠tre lo superavamo, un auto¬≠carro che trasportava cotone? Appunto, appunto: da qualche tempo la Grecia produce coto¬≠ne, molto cotone, probabil¬≠mente il migliore del mondo, e il cotone occupa ormai il quarto posto fra le risorse fon¬≠damentali dell’Ellade, a parte il turismo. Pi√Ļ redditizio del cotone √® il vino, poi l’olio; prima di tutto il tabacco. I sigari e le sigarette non sono monopolio di Stato, in Grecia. Lo sono invece i fiammiferi: infatti sulla scatola di fiam¬≠miferi che ho in mano, mentre la donna parla, mi si offre l’immagine di un soldato in armi, con la scritta ¬ę21 apri¬≠le ¬Ľ ‚ÄĒ il giorno della rivolu¬≠zione dei colonnelli ‚ÄĒ, e sullo sfondo un’aquila che si alza da un rogo, un’aurora. I fiam¬≠miferi greci, non dissimilmen¬≠te dai nostri, si spezzano con facilit√†; le sigarette greche re¬≠stano preferibili a quelle ita¬≠liane. Sorriderei, se il mal d’auto non me lo vietasse. Da quanti anni non soffrivo mal d’auto? Potessimo aprire un finestrino, empirci il petto del soffio del mare. A un miglio, una nave da carico beccheggia procedendo lentissima con la bandiera spiegata: la voce spiega fieramente che la ban¬≠diera marittima ellenica ha no¬≠ve strisce, tante quante sono, in greco, le lettere della parola libert√†.

Questa √® l’isoletta Patroclou, cos√¨ chiamata (ci si in¬≠forma) perch√© la fortific√≤ Pa¬≠troclo, non l’eroe di Omero, ma l’ammiraglio di Tolomeo Lagide nel secolo terzo. Af¬≠frontiamo le ultime curve, le peggiori; ecco la piazzola di parcheggio, ecco Capo Sunion. Scendiamo barcollanti, penso¬≠si di nozioni inutili, pallidi in volto. Che dir√≤ del tempio di Poseidon rivisitato? Quasi nul¬≠la; quasi non lo vedo. Le sue dodici colonne superstiti, rigi¬≠de, arroccate sulla balza che domina il mare, hanno un tono spento, color della pol¬≠vere. Tutto ha una tinta di polvere, nel vento dell’est che infuria e ci frusta rude. Gli occhi debbono star semichiusi; i passi sono incerti sulle pie¬≠tre del cammina¬≠mento che raggiunge il pro¬≠montorio. Il tempio fu edifi¬≠cato nell‚Äôet√† di Pericle, ed era un tempio-faro dedicato alla salvezza dei naviganti cos√¨ co¬≠me alla piet√† del nume che li proteggeva, in questo brac¬≠cio di mare difficile. Una vol¬≠ta, in un tramonto d’estate, mi colm√≤; adesso lo noto ap¬≠pena. E’ un tramonto di pri¬≠mavera senza sole, si direbbe senza cielo. Davanti a me non rinasce pi√Ļ lo scenario gremi¬≠to di isole e di montagne: l’Eubea, le Cicladi, la costa dell’Argolide, la vetta dell’O¬≠limpo attico e dell’Idra sono scomparse nella foschia. In tal modo la memoria corrode i suoi paradisi. La solitudine, il pi√Ļ arcano dei paradisi, √® perduta.

*

A un dipresso, cinquecento turisti ci hanno preceduti; un migliaio sbarca dai torpedo¬≠ni mentre sostiamo; altri tor¬≠pedoni incroceranno il nostro dopo che avremo ripreso la via per la citt√†. Qui, a Capo Sunion, facciamo, tutti insie¬≠me, una folla cosmopolita, omogenea nello squallore. Cia¬≠scuno √® indifferente (e un po’ sofferente), ma tutti fotografano. Riconosco varie lingue. Il bar, il negozio dei ricordi, il tabaccaio incassano buona va¬≠luta. Non c’√® letizia, non c’√® impeto; molti non ravvisano o non guardano il tempio. Ci so¬≠no fra i turisti, non capisco perch√©, parecchie suore, forse alla guida di collegi. Il perso¬≠naggio pi√Ļ dignitoso √® il po¬≠liziotto, dall’uniforme e dai baffetti di tipo inglese, che parla un cattivo inglese con flemma. E’ altissimo il nume¬≠ro di trasandate ragazze ame¬≠ricane, tedesche, scandinave, in microgonna o zerogonna che denuda le cosce possenti. Impossibile un paragone con le ninfe di Diana dagli armo¬≠niosi ginocchi. La classicit√† √® defunta, chiusa in volumi de¬≠funti.

Un solo ricordo, una cita¬≠zione in versi mi illude: ¬ę Strette per la mano all’om¬≠bra / (e nell’ombra anch’io le vedo) / fanciulle dita di giglio / formano un coro di danza. / Nella danza in giro volgono / e begli occhi inna¬≠morati, / sparse fiottano nel vento / chiome bionde, chio¬≠me nere ¬Ľ. Ma questo poeta non √® che Dionigi Solomos, neo-greco, e la sua corona di fanciulle danzanti, prefigura¬≠ta, vaticinata negli anni ro¬≠mantici e ottocenteschi della rivolta, onorava la libert√†: una conquista, una speranza ca¬≠dute.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart