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LETTERATURA: I MAESTRI: Diario siciliano

21 luglio 2018

di Ercole Patti
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 5 marzo 1969]

FUGA DAL COLLEGIO NEL 1922

Un pomeriggio di febbraio del 1922 i convittori del col­legio Stesicoro erano usciti per la solita passeggiata nelle strade di Catania. Una ventina di ragazzi, accompa­gnati da un istitutore, in fila per due nelle loro divise militari con doppia fila di bot­toni d’argento e i cappelli da bersagliere inclinati sull’orecchio.

I più grandi non avevano ancora quindici anni i più piccoli otto o nove. Erano usciti dal grande portone di un vecchio palazzo gentilizio in piazza Duca di Genova tra gli archi della marina e il museo Biscari; questo palaz­zo alquanto in rovina era la sede del collegio; gli antichi saloni scalcinati dove un tem­po erano stati dati ricevimen­ti funzionavano da aule sco­lastiche e le stanze dai sof­fitti alti e dipinti e dalle pa­reti scrostate una volta fode­rate di raso, erano diventati dormitori pieni di nudi lettini. Il cortile che aveva accolto tiri a quattro e bellis­simi cavalli bai sauri morelli aveva assunto quell’aria ano­nima e polverosa che hanno i cortili dove fanno ricreazio­ne i ragazzi delle scuole pub­bliche.

I convittori fra uno sven­tolìo di penne di cappone avevano percorso via Landolina erano passati davanti al Teatro Massimo avevano im­boccato via Lincoln e lungo la via Etnea si dirigevano ver­so la Villa.

All’improvviso all’altezza della chiesa dei Minoriti un ragazzino, con uno scatto re­pentino aveva abbandonato la fila e si era dileguato corren­do su per una piccola tra­versa; le piume del suo cap­pello da bersagliere palpita­vano al vento della corsa.

L’azione era stata così ful­minea che l’istitutore lì per lì non se ne avvide; quando po­co dopo si accorse che il con­vittore Giuseppe Laganà di dieci anni era scomparso gli vennero le lagrime dalla di­sperazione, la sua era una grossa responsabilità. Tornò indietro nella via Etnea spe­rando di rintracciarlo.

Ma il ragazzino aveva giĂ  imboccato il portone di casa sua pochi isolati appresso.

Giunto a casa Giuseppe La­ganà col cuore che gli balza­va in petto corse a mettersi a letto e vi rimase tremando di paura al pensiero che da un momento all’altro rinca­sasse il padre e lo vedesse; aveva terrore del padre ma la sofferenza che gli procu­rava il collegio era ancora più forte e gli dava il coraggio di affrontare quel terro­re. Subiva il collegio come una crudele punizione che gli veniva inflitta senza che lui avesse commesso alcun reato.

La madre tenne nascosto al marito che Giuseppe era fuggito dal collegio. Per quel­la sera il ragazzo dormì a casa chiuso nella sua came­retta dove la madre gli por­tò da mangiare; la mattina dopo di nascosto dal padre, come un evaso braccato dal­la polizia, venne riportato in collegio.

La disperazione di Giusep­pe nel vedersi ancora rinchiu­so nel tetro palazzotto pres­so gli archi della marina gli fece pensare perfino alla mor­te; forse era meglio morire anziché vivere in quella pri­gione. Concepì un vero odio per il direttore un nobile de­caduto che fumava novanta sigarette al giorno affettava una signorile e ipocrita cor­dialità coi parenti dei ragaz­zi e puzzava di tabacco a tre metri di distanza. Il disprez­zo di Giuseppe si riversava anche su quei suoi compagni che mostravano di stare vo­lentieri in collegio e un poco anche su quelli che pur sof­frendo non avevano la forza di ribellarsi.

Quando calava il tramonto fra le pareti del vecchio pa­lazzo giungeva il brusio ve­spertino di Catania e dalle finestre si vedeva passare il lampionaio che con la sua lunga pertica con in cima una fiammella accendeva a uno a uno i fanali a gas. In quell’ora lo stato d’animo di Giuseppe era simile a quello di un recluso in un peniten­ziario dove avrebbe dovuto passare tutta la vita. Seguiva i movimenti del lampionaio che con il gancio che c’era in cima alla pertica accanto alla fiammella apriva il rubinetto del gas poi accostava la fiamma al tubo che si riem­piva di colpo di luce azzur­rina e gli sembravano gesti meravigliosi perchĂ© compiuti da un uomo libero che si allontanava leggero con la sua pertica per le strade senza che nessuno lo inseguisse o gli potesse dire niente; tutto quello che si svolgeva fuori del collegio aveva per lui un valore immenso. I cari rumori di Catania gli giungevano all’’orecchio; voci di ragazzi liberi che correvano per le strade ma la sera sarebbero andati a dormire nei loro lettini di casa, sarebbero entra­ti nelle cucine magari sgri­dati dalle mamme, prenden­doci anche qualche scapac­cione dal padre, sarebbero scesi giĂą in strada un mo­mento per comprare il « Cor­riere dei Piccoli » o un sac­chetto di caramelle, tutte quel­le piccole cose, insignificanti ma stupende per un carcera­to, che possono fare le per­sone libere che hanno una casa e dei genitori e non deb­bono dormire in lettini di fer­ro allineati uno accanto al­l’altro come in orfanotrofio o in un ospedale.

La mattina il risveglio era straziante. Il lettino privo di qualsiasi intimitĂ  poggiava i suoi piedi di ferro sull’am­pio e freddo pavimento; a pochi passi si risvegliava un ragazzo estraneo nel suo let­tino e un altro ragazzo estra­neo si muoveva dall’altro la­to. PiĂą in lĂ  dietro un legge­ro paravento c’era il letto dell’’istitutore; si vedeva la sua giacca appesa meticolosamen­te alla spalliera della sedia i suoi calzoni ben ripiegati e la sua biancheria di adulto povero e pignolo che non ave­va nulla a che vedere con Giuseppe e che tuttavia gli doveva dormire vicino come a casa succedeva col fratelli­no che era dello stesso san­gue. Stringeva il cuore vede­re la mattina l’istitutore col suo passo di uomo estraneo che si avviava verso il bagno con l’asciugamano intorno al collo nudo che veniva fuori dalla canottiera e che dava il senso della solitudine nel mondo.

SOGNO GASTRONOMICO CATANESE

Mezzogiorno di una gior­nata qualsiasi sul finire di un lontano autunno. Fra poco nelle case catanesi cominceranno ad arrostirsi le trance di alalunga le orate e i saraghi e cominceranno a bolli­re dolcemente in un brodet­to profumato delicatissimi lupi dal dorso scuro assai più fini e leggeri dei merluzzi stessi alla cui famiglia ap­partengono. In una padella intanto friggono sottili fette di melanzane che poi saran­no deposte stillanti di olio sugli spaghetti al dente ap­pena scolati. Un piatto di pasta con le melanzane, un sarago arrosto, un paio di bicchieri di vino rosso e un lungo sonno pomeridiano: delizie del tardo autunno; e se si vuole rendere il sonno ancora più profondo si ag­giungano due cannoli di ri­cotta.

Le piccole trattorie cittadi­ne intanto cucinano piatti che si trovano soltanto da lo­ro semplicissimi ma inegua­gliabili per delicatezza come certe minestrine di zucchine o di cavolicelli, teneri pesci brodetti, piccoli fondi di carciofi bolliti che si sciolgo­no in bocca con una leggerezza mai sentita prima, o le grandi e tenerissime fave secche cotte in un modo spe­ciale che si mangiano sol­tanto in una trattoria lungo la strada di Misterbianco.

Nei ristoranti affacciati sul mare sui neri scogli di Ognina prima degli spaghetti alle cozze si possono mangiare freschi ricci del colore di corallo; gli spicchi di sei o sette ricci sono raccolti in un solo guscio dal quale sono stati raschiati gli aculei, un boccone squisito e consisten­te su cui bastano poche stil­le di limone.

Sulle ali dell’inverno ap­paiono nelle case timballi di riso con la carne e le uova sode dentro, cosce di capret­to « aggrassato » unto di su­ghi saporosissimi, falsomagri fitti e gustosi, spiedini arro­stiti composti di rotoletti di carne tritata immerse in un blando e bianco sughetto, che rievocano l’infanzia.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart