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LETTERATURA: I MAESTRI: Donna cavallo

13 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 30 agosto 1970]

Mentre scendo dall’automobile, nell’afa accecante del mezzogiorno, qualcuno che non vedo, mi dice: « caval­lona », passandomi accanto. Entro in casa; i miei genitori sono già a tavola, li ve­do attraverso i vetri della porta; vado direttamente nel­la mia camera e mi spoglio in fretta per la doccia. Nuda, salgo nella vecchia vasca in­callita, afferro l’antiquata doccia a mano e ne dirigo il magro zampillo sul mio cor­po. C’è uno specchio oblungo proprio di fronte alla vasca; e io mi vedo intera, in atto di annaffiarmi.

Guardandomi, la parola « cavallona » mi torna in men­te e non posso fare a meno di riconoscerne la verità. So­no infatti molto alta con le spalle larghe e il bacino lar­go; ma ho gambe lunghe, agili e magre; e, nell’insieme, la grande macchina femminile del mio corpo dà un’impressione di armonia e persino di eleganza. Appunto come i cavalli che sono i soli ani­mali ad essere al tempo stes­so grandi e graziosi. Purtrop­po, anche la mia faccia os­suta è cavallina, con la fronte molto bassa, il naso lungo e la bocca prominente. Ma so­prattutto i miei occhi fanno pensare a quelli di un ca­vallo. Rotondi, neri, limpidi, rivelano tuttavia una folle inquietudine in fondo alla loro limpidezza.

Mi domando a questo pun­to se lo sconosciuto passante dicendomi « cavallona », ab­bia voluto farmi un compli­mento. E decido che si è limi­tato a definirmi, a descrivermi. Sì, è così, sono una « cavallona », una ragazza che se si fosse sposata, chis­sà, forse sarebbe adesso sem­plicemente una matrona; e che, invece, restando nubile, è diventata pian piano la ca­ricatura di se stessa e ha fini­to per rassomigliare ad un animale.

L’idea del cavallo mi torna a tavola, poco dopo. Mio padre allunga una mano per farmi una carezza e io ho subito uno scarto violento con il capo, proprio come un ca­vallo. Mia madre mi nomina d’improvviso: « Rossana », e io, al mio nome, faccio un salto, appunto come un ca­vallo che si adombra. Mia madre allora domanda: « Ma si può sapere che hai? Che stai pensando? »

Sto pensando che odio i miei genitori e che non ce la faccio più a vivere con loro. Ma sto pensando pure che non mi hanno mai fatto nien­te di male e che io non sto bene con loro soltanto perché sono felici e la loro felicità mi esclude.

Ma bisogna intendersi su questa felicità. Forse sarebbe più esatto dire che sono riu­sciti a creare tra di loro un equilibrio, un rapporto come di parti che si completano. Davvero, ciascuno di loro po­trebbe dire dell’altro, secondo il linguaggio borghese: « Que­sta è la mia metà ». Purtrop­po, però, l’intero che queste due metà vengono a formare non è dei più amabili. Così al sentimento dell’esclusione si aggiunge, in me, quello della rivolta.

Ecco mio padre: faccia flo­scia, gonfia, occhi celesti di espressione fatua, naso a bul­bo, bocca ghiotta, capelli biondi ingrigiti ancora ricci e sempre spettinati. Tutta la sua persona esprime una sen­sualità invereconda e assolu­tamente ripugnante. Ed ecco mia madre. E’ più vecchia di mio padre, potrebbe essere una zia e una sorella mag­giore. Nella sua magrezza angolosa, nella sua severità spiritata non c’è neppure una stilla di quella sensualità che mi dà tanto fastidio in mio padre. Anche questo mi ripu­gna. Non è giusto né essere così sensuali come mio padre né così poco sensuali come mia madre.

Poi, ecco, avviene qualche cosa che fa scattare il mec­canismo della felicità dei miei genitori. Entra la domestica che mia madre ha assunto da una decina di giorni. Mi col­pisce, una volta di più, la « sconvenienza » di questa donna, che, però, se la consi­dero dal punto di vista di mio padre e di mia madre, si cambia subito, magicamente in « convenienza ». Matura e appariscente, ha i capelli tinti di un brutto rosso ramato, con una ciocca disfatta che le pende di continuo attraverso l’occhio immobile e fa­tale. E’ piccola, quasi contraf­fatta, con il seno e il sedere prominenti; cerca di correg­gere questa indecenza natu­rale con la ridicola e volgare superbia del portamento. Ci serve con l’aria di chi fa un mestiere non suo e che disprezza, offrendo il vassoio pericolosamente inclinato e girando il capo indietro come a dire: « Su, sbrigati, ché sto aspettando ». Gli occhi di mio padre la seguono in tutti i suoi gesti; e gli occhi di mia madre seguono gli sguardi di mio padre. Poi la donna por­ge il vassoio a mio padre e lui, posando la mano sulla tavola, fa in modo di sfiorarle la mano. Mia madre dice tranquillamente: « Non si toc­ca la mano alla cameriera ». Mio padre si serve e, come se niente fosse, prende a mangiare in silenzio.

Perché dico che sono felici? Perché si sostengono a vicenda. La sensualità di mio padre giustifica il moralismo di mia madre allo stesso mo­do che quest’ultimo giustifica la sensualità di mio padre. Qualche volta mi domando cosa c’era in principio, com’è nato questo infrangibile equi­librio e non vengo a capo di nulla. Forse c’era la sensua­lità, e il moralismo ne è nato come reazione; ma forse, in­vece, c’era il moralismo e la sensualità non è stata che un effetto di questa causa. Co­munque il connubio tra mia madre che reprime e mio pa­dre che viene represso, fun­ziona. Il fatto che, nonostan­te i miei numerosi tentativi di intervenire e di parteci­pare alla vita della famiglia, io mi sia sempre sentita, at­traverso gli anni, costante­mente esclusa.

Penso queste cose a testa bassa, di fronte al piatto an­cora pieno, senza mangiare. Poi ho ancora uno scatto da cavallo. Vedo la domestica camminare attraverso la stanza e mio padre seguirne i movimenti con sguardo furtivo.

Mia madre dice con voce sommessa: « Occhio lungo ». Allora, poso il tovagliolo sul tavolo, farfuglio che non ho fame, mi alzo di colpo e me ne vado nella mia camera.

Mi getto sul letto e aspetto con impazienza che i miei genitori si siano rinchiusi nel­la loro camera per il riposo del pomeriggio. Mentre aspet­to, non penso niente; assisto meravigliata al tumulto in­coerente della mia fantasia. Finalmente, appena sono si­cura che dormono, suono il campanello.

Si bussa; dico: avanti; la domestica si affaccia senza entrare, appoggiandosi, fami­liare e neghittosa, allo stipite della porta. Le dico: « Mar­gherita, si rende conto che così non si può andare avanti? ».

Stranamente, mi dà subito ragione: « Lo so, ma mi dica lei cosa posso farci ».

« Si licenzi ».

« Ho già provato quattro volte. Ma sua madre mi ha supplicato a mani giunte di non andarmene. E io allora sono rimasta ».

« Dica la verità: mia ma­dre l’ha persuasa a restare con un aumento molto forte dello stipendio ».

« Beh, sì, ma cosa dovevo fare? Rifiutare? ».

« Non dico questo ».

« E allora torno a chie­derlo: cosa debbo fare, tra suo padre che, appena può, mi mette le mani addosso, e sua madre che pur di farmi restare mi paga il doppio degli altri? ».

Ecco, la mia follia caval­lina insorge. Rispondo quasi senza riflettere: « Dica a mio padre che lei ci sta, a patto che pianti mia madre e vada a vivere con lei ».

La vedo guardarmi, genui­namente sorpresa. In fondo è una persona di buon senso e non comprende certe cose. Domanda lentamente: « Ed è proprio lei a farmi una si­mile proposta? ».

« In tutti i casi, chieda di mangiare a tavola con noi come membro di diritto della famiglia ».

Margherita non apprezza la mia stravaganza. Mormora tra i denti: « Che razza di famiglia! »; e se ne va lenta­mente, lasciando la porta se­miaperta.

Rimasta sola vado alla fine­stra e guardo imbambolata, alla strada. Abitiamo a via Nazionale, al secondo piano di una vecchia casa. Quattro file di automobili, due per un verso e due per l’altro, avan­zano lentamente in un’aria velata dall’afa e dai fumi del­la benzina. Tra tutte queste macchine, ecco, incede una vecchia carrozza di piazza, col suo cavallo. Com’è strano il cavallo tra tutte quelle automobili! Com’è singolare il suo corpo grande e grosso sulle quattro gambe sottili!

E come si vede che « morde il freno », inquieto, incapace di inserirsi nel traffico mec­canizzato! Lo guardo affasci­nata e fraterna. La parola « cavallona » evidentemente continua ad agire. Mi dico che sono « matta come un cavallo »; e pur guardando alla carrozza che si allontana pian piano tra le macchine, comincio a piangere, ritta in piedi contro il davanzale, sporgendo le labbra ad affer­rare le lagrime, appunto co­me un cavallo sporge la bocca ad afferrare la zolla di zuc­chero.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart