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LETTERATURA: I MAESTRI: Dos Passos è morto a Baltimora

21 febbraio 2017

di Claudio Gorlier
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 29 settembre 1970]

Baltimora, 28 settembre. Lo scrittore americano John Dos Passos √® morto stamane a 74 anni nel suo appartamen¬≠to a Baltimora, dove abitava con la moglie Elisabeth. Era malato di cuore da diversi an¬≠ni e sabato era stato dimesso dall’ospedale del ¬ę Buon Sama¬≠ritano¬Ľ. (AP)

John Dos Passos era l’ultimo dei grandi sopravvissuti della densissima stagione letteraria americana fra le due guerre: sopravvissuto anche nella pate¬≠tica accezione del termine, in quanto sembrava destino co¬≠mune della sua generazione di procedere ormai, dopo la gran¬≠de fiammata iniziale, strasci¬≠cando il passo. Pure, di un mo¬≠mento eccezionalmente ricco della narrativa americana egli era stato un protagonista, e se¬≠condo certa critica, specie fran¬≠cese, il personaggio di punta.

Nato a Chicago nel 1896, Dos Passos veniva come quasi tutti gli scrittori e i poeti america¬≠ni del periodo dal Middle West, dalla pi√Ļ tipica metropoli degli Stati Uniti, nel bene e nel male, ma era l’unico a non vantare una discendenza anglosassone. Il padre infatti, un avvocato di Nuova York, era figlio di un immigrato portoghese, e questa origine lo scrittore non man¬≠c√≤ mai di rivendicare; nell’et√† matura essa contribuisce forse a spiegare, per una sorta di reazione tutt’altro che rara, il suo acceso nazionalismo.

Laureato ad Harvard nel ’16, Dos Passos era venuto in Eu¬≠ropa per studiare architettura, ma la prima guerra mondiale mand√≤ a monte i suoi progetti. La partecipazione al conflitto costitu√¨ una scelta non rara per un intellettuale americano, non in quanto risultato di una inclinazione semplicemente av¬≠venturosa o estetizzante, ma, come nel caso di Hemingway o ‚ÄĒ in sede teorica ‚ÄĒ di De¬≠wey, di una riflessione che si credeva politica. La guerra con¬≠tro gli Imperi Centrali, insom¬≠ma, era ¬ę giusta ¬Ľ. Sul fronte francese, Dos Passos fu autista di ambulanze e partecip√≤ o as¬≠sistette a combattimenti san¬≠guinosi.

Il primo libro, mai tradotto in italiano, pubblicato nel 1917 in edizione addolcita perch√© ri¬≠tenuto troppo aspro e ripub¬≠blicato di recente negli Stati Uniti in edizione integrale, non a caso si intitolava Iniziazione di un uomo. L’iniziazione l’ave¬≠va fornita appunto la guerra, e gi√† allora si intuiva che nel fuoco di quella esperienza sta¬≠vano consumandosi le illusioni. Ne diede una conferma risolu¬≠ta Tre Soldati, apparso nel 1921,

Tre soldati, scritto secondo strutture abbastanza tradizio¬≠nali, contiene gi√† due elementi peculiari della narrativa di Dos Passos: non esistono pro¬≠tagonisti di spicco, ma una folla di individui in drammati¬≠co movimento; il linguaggio rompe deliberatamente con ogni andatura letterariamente sorvegliata, per farsi sfronta¬≠tamente inelegante, spezzato, intessuto di gergo. Il suo no¬≠do tragico non si risolveva sol¬≠tanto nella rappresentazione della morte e della degrada¬≠zione dell’uomo chiamato ad uccidere e ad essere ucciso. Si trattava piuttosto, per il com¬≠battente, a qualsiasi nazione appartenesse, di domandarsi che cosa si trovava ¬ę dietro ¬Ľ la guerra, e a trarne le con¬≠seguenze superando il pregiu¬≠dizio, la facile propaganda, la imposizione della disciplina.

Si comprende dunque che Tre soldati contenesse gi√† i motivi di fondo di Si cambia a Manhattan, pubblicato nel ’25, forse il primo romanzo ame¬≠ricano che abbia per protago¬≠nista pi√Ļ che per sfondo la me¬≠galopoli, qui Nuova York. In apparenza, Si cambia a Ma¬≠nhattan metteva a fuoco il do¬≠loroso problema dei reduci; in pratica, al centro del libro sta¬≠va la riscoperta paradossale dell’America da parte dei sol¬≠dati di ritorno dall’Europa, la angosciosa rivelazione del suo volto ossessivo, anonimo, e in sostanza nemico. Ci√≤ che Sherwood Anderson, perdendosi spesso nei meandri di una dub¬≠bia metafisica, aveva fatto per la provincia, distruggendo il luogo comune della idillica con¬≠vivenza della piccola comunit√†, Dos Passos lo trasferiva nella grande citt√†, cogliendo la di¬≠mensione distorta e umiliata dell’esistenza dell’individuo co¬≠mune vittima dei suoi ingra¬≠naggi.

L’operazione iniziata con Si cambia a Manhattan prosegu√¨, in un arco di tempo abbastan¬≠za ampio, con i tre romanzi della trilogia U.S.A., rispettiva¬≠mente Il quarantaduesimo pa¬≠rallelo (1930), Millenovecentodiciannove (1932), Un mucchio di quattrini (1936). Scrivendo negli anni della depressione e del crollo economico e in segui¬≠to in pieno new deal rooseveltiano, Dos Passos si distingue¬≠va da altri scrittori di quegli anni, per esempio un Heming¬≠way, per la totale abolizione dell’eroe, per il tentativo di ri¬≠fiutare una storia individuale immergendo invece il personag¬≠gio, con la scansione della sua grigia vicenda quotidiana, nel¬≠l’ambiente e nel movimento di una serie infinita di gesti col¬≠lettivi che ne consacravano le frustrazioni, la resa, l’impossi¬≠bilit√† di realizzarsi liberamen¬≠te, sia nel lavoro, sia nella ama¬≠ra tregua del giorno festivo consumato al parco dei diver¬≠timenti.

Fu allora che Dos Passos mise a fuoco una nuova tecnica narrativa destinata a lasciare traccia anche in Europa, come appare dal ciclo dei Chemins de la libert√© di Sartre. Egli introdusse l’angolatura della camera eye, cio√® dell’obbiettivo, montando i suoi romanzi a so¬≠miglianza di un genere cine¬≠matografico, precisamente il newsreel, o documentario. In questo senso, Dos Passos si ri vel√≤ uno dei pi√Ļ aperti sperimentatori, staccandosi dal mo¬≠dello di una narrazione affidata a un flusso spazio-temporale in senso tradizionale. Egli cercava di catturare cos√¨ da un lato il ritmo spezzato ma incalzante della vita dell’individuo, assai prossimo ai ¬ę tempi ¬Ľ di fab¬≠brica; dall’altro di ricondurre sulla pagina la realt√† nella sua essenza insieme visiva, tattile, si direbbe persino olfattiva e uditiva.

Va da s√© che la presenza di Dos Passos, il richiamo che esercit√≤ sui lettori americani ed europei, furono condizionati dalla problematica sociale. Lo scrittore si impegn√≤ personal¬≠mente in attivit√† pol√¨tiche, sia come militante nelle associa¬≠zioni letterarie radicali, sia co¬≠me partecipante attivo a scio¬≠peri, a dimostrazioni politiche sul fronte dell’estrema sinistra. Cesare Pavese, traduttore del Quarantaduesimo parallelo, lo intese appunto sotto questo pro¬≠filo.

Il giudizio mancava di au­tentico fondamento, giacché Dos Passos e molti dei suoi amici radicali non si erano mai posti delle precise alterna­tive e una effettiva chiarifica­zione ideologica. Il rifiuto non preparava la rivolta, dai Tre soldati a Un mucchio di quat­trini, ma denunciava un disa­gio, registrava dei fallimenti, é proponeva, in definitiva, un distacco o una fuga.

Queste debolezze aiutano a spiegare il declino di Dos Pas¬≠sos (e di Hemingway), la sua apparente conversione al lea¬≠lismo, spinta in anni recenti fino all’adesione a gruppi poli¬≠tici di estrema destra e all’a¬≠vallo fornito al maccartismo. Le ultime testimonianze lette¬≠rarie, dall’autobiografia A mez¬≠zo secolo a La bella vita, lo confermano, insieme agli scial¬≠bi r√©portages sulla seconda guerra mondiale, alle confor¬≠mistiche presentazioni degli scritti di Paine e di Jefferson.

Dos Passos, che aveva rice¬≠vuto nel 1967 il premio Feltri¬≠nelli dell’Accademia dei Lincei, meritava prima, a ben vedere, il riconoscimento. Raffreddati gli entusiasmi e chiariti gli equivoci, va schiettamente am¬≠messo che il suo contributo alla letteratura degli Stati Uniti per almeno un ventennio non si pu√≤ liquidare perentoriamen¬≠te. Almeno in parte, ci√≤ che milioni di lettori hanno scorto in lui egli si era sforzato di darlo al meglio di s√©, pagando un prezzo non indifferente.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart