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LETTERATURA: I MAESTRI: Dramma con tre personaggi

3 ottobre 2017

di Giovanni Macchia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 30 maggio 1969]

Verso il 1870 due fratelli scrittori, l’uno legato all’altro come un’anima in due corpi abbandonarono la loro casa di Parigi per trasferirsi ad Auteuil, che era allora quasi un luogo di campagna. Nevraste¬≠nici, anemici, insonni, soffe¬≠renti di gastralgia (anche i loro mali erano al plurale), si allontanavano dalla citt√† per sfuggire al martirio dell’epoca moderna: il rumore.

Ma, per uno dei fratelli, le cose ad Auteuil non si misero molto meglio. Nei momenti di dormiveglia, egli fantasticava di scrivere un racconto che avesse il rumore per oggetto. Il protagonista cercava di di­fendersi cambiando casa, rifu­giandosi in campagna, nelle foreste, sprofondandosi fin nelle tombe delle Piramidi, e poiché in nessun luogo trova­va il silenzio, finiva per uccidersi; ma anche nel sepolcro i vermi con il loro lavoro gli impedivano di dormire.

Evidentemente il rumore (come segno della demenza, del caos) era dentro e non fuori di lui, e non sarebbe stato facile estirparlo. E cos√¨ Jules de Goncourt (era que¬≠sto il suo nome), ora creden¬≠do di essere sbarcato nell’i¬≠sola sonante di Rabelais, ora di trovarsi nel centro di Ro¬≠ma, quando tutte le campane delle chiese si mettono ad ur¬≠lare all’alba sulla citt√† addor¬≠mentata, si avviava verso una malattia inguaribile, sotto gli occhi dolenti e atterriti di suo fratello Edmond, che ci ha lasciato il giornale della sua agonia. E, tra una cura e l’al¬≠tra, sillabando le parole co¬≠me un bambino, con l’oscura coscienza di essere ormai fi¬≠nito come letterato, cominci√≤ a leggere, a voce alta, i M√©moires d’outre-tombe di Cha¬≠teaubriand.

*

I frenologi parlano dell’in¬≠tensit√† vibrante, traslucida che ha l’uomo in punto di morte: accesso simultaneo d’immagi¬≠ni che si succedono, senso spaziale, visione panoramica, coesistenza, memoria: tutto ci√≤ che fu successivo diviene istantaneo, come aveva detto Ballanche.

Proust pens√≤ di far morire Bergotte dinanzi a un quadro del suo pittore preferito: la Veduta di Delft di Vermeer. Il letterato Goncourt, in una dignit√† pi√Ļ tecnica e profes¬≠sionale, si scelse un libro, il libro di un altro letterato: i M√©moires di Chateaubriand. E dell’episodio non √® difficile scoprire l’essenza simbolica. Che cosa ‚ÄĒ mi son chiesto ‚ÄĒ spingeva Jules de Goncourt, nei momenti in cui sentiva che il ¬ę letterato ¬Ľ stava per finire in lui, ad aggrapparsi, come in una presenza d’eterni¬≠t√†, a quelle pagine? Vide in esse l’ultima √†ncora di salvez¬≠za, una medicina, una cura una specie d’idroterapia men¬≠tale, luogo supremo della sa¬≠lute e della bellezza, o avvert√¨ nel denso sapore di morte che vi si sprigionava una forma d’attrazione verso l’aldil√†? Perch√© scelse quel testo come proprio addio, l’addio della sua coscienza d‚Äôhomme de lettres, di fabbricatore di libri? Fedelt√† ad un ideale di prosa cui s’era votato in anni di pa¬≠ziente, massacrante lavoro di affinamento e d’astuzia, o dura, esasperata certezza del proprio fallimento?

*

La prosa di Chateaubriand, per molti decenni rappresent√≤ il clima irraggiungibile di una perfezione formale, che divent√≤ incubo per tutta una generazione di letterati. Per Jules de Goncourt fu impossibile, penso, staccare quell‚Äôideale di prosa dalla personalit√† di chi l‚Äôaveva creata. E ci√≤ rendeva incommensurabile il senso di quel distacco. Die¬≠tro i M√©moires c’era tutta una vita, una vita insieme vissuta e immaginata (√® il famoso te¬≠ma della ¬ę falsit√† ¬Ľ dei M√©moi¬≠res): viaggi, esperienze d’a¬≠more, di popoli, di paesi lon¬≠tani, di vittorie e di malinco¬≠nie, di disfatte e di morte. Dietro i libri dei Goncourt si indovinano degli esseri scorti¬≠cati dalle sensazioni, sangui¬≠nanti, sottoposti ad una sner¬≠vante autopsia morale, abi¬≠tuati a cibarsi di frutti secchi, nel desolante mestiere del let¬≠terato che osserva, occupati ad estrarre le immagini dai loro nervi per trasmetterle sul¬≠la carta, le cui giornate respi¬≠ravano l’insopportabilit√† del¬≠l’esistenza, irrimediabilmente segnate dal marchio antibor¬≠ghese: la noia. Chateaubriand era la forza, la fama, il suc¬≠cesso, la grande carriera: era la musica, il canto della gran¬≠de prosa.

Per riconquistare nella sua fisicit√† la densit√† di quel cli¬≠ma, per restituirgli la forza sonora che la carta aveva as¬≠sorbito e sommerso nel suo silenzio, come un attore che propaghi in echi bronzei la sua idolatria del ritmo, Jules leg¬≠geva quelle pagine ad alta vo¬≠ce, come faceva Flaubert coi Martyrs. Nella grande somma¬≠ria distinzione tra scrittori da leggere con gli occhi o con la voce, Chateaubriand apparte¬≠neva alla seconda classe. E bisogner√† interpretare come nate dalla coscienza di un divieto lo stato di disperazione in cui Jules veniva gettato dal¬≠l’improvvisa e forzata interru¬≠zione di quelle interminabili sedute, con cui perseguitava il fratello dalla mattina alla se¬≠ra. Per una parola mal pro¬≠nunciata, egli si fermava di colpo, diventava immobile co¬≠me fosse di pietra, con lo spa¬≠vento negli occhi, mentre le lagrime gli scendevano sulle gote. Una volta, seguendo l‚Äôarrivo del cardinale Pacca a Fontainebleau, mentre Cha¬≠teaubriand evoca stupendamente il silenzio, la solitudi¬≠ne, l’abbandono in cui era te¬≠nuto il Papa prigioniero, di colpo egli si ferm√≤ su quel nome: Pacca, non riusc√¨ a pronunciarlo, ebbe una crisi dolorosa, e avvicin√≤ il libro ai suoi occhi, racconta Edmond, con tanta intensit√† che si sarebbe detto avesse voluto entrare con la testa nella pagina stampata.

*

Questa declamazione dur√≤, ad intervalli, pi√Ļ di due mesi. Dai primi d’aprile fino a po¬≠chi giorni avanti la morte, av¬≠venuta esattamente il venti giugno 1870. E si chiudeva cos√¨ una scena che ebbe tre protagonisti: l’autore (cio√® Chateaubriand, fuori del pal¬≠coscenico, ma evocato come personaggio centrale del dram¬≠ma), l’attore (Jules, nel suo vano sforzo d’immedesimazio¬≠ne col personaggio, sempre pi√Ļ distante, sempre pi√Ļ solo), lo spettatore, unico spettatore, che sta fermo, immobile ad un angolo della scena, insie¬≠me storico e coro, che si com¬≠muove, piange e prende ap¬≠punti (il fratello Edmond). Ma su quest’ultima silenziosa figura c’√® qualcosa da dire.

Proust, si racconta, alcuni giorni prima di morire, tra gli spasimi dell’asfissia, conti¬≠nuando a dettare, chiese di integrare con ci√≤ che, moribon¬≠do, provava in quel momento, l’episodio della fine di Bergot¬≠te: quasi ch’egli intendesse scrivere, sopra dati d’esperien¬≠za, la storia della propria morte. Ad Auteuil questo per¬≠sonaggio eroico fu come diviso in due, e dette luogo alla sce¬≠na (ripugnante per uno spet¬≠tatore comune) di un fratello che si fa storico della morte dell’altro, mentre annota su di un foglio, pur con lo stra¬≠zio nel cuore, ci√≤ che l’altro, in quegli stessi momenti, sof¬≠fre, patisce, fino all’ultimo grado della disperazione.

Edmond qualche tempo do¬≠po difese accanitamente l’au¬≠tenticit√† di quel suo amore. Gli era parso utile, disse, per la storia della letteratura, non ignorando l’atrocit√† dell’inca¬≠rico, lo studio dell’agonia di uno scrittore morto per la let¬≠teratura e per l’ingiustizia del¬≠la critica. Allontanava cos√¨ da s√© la fredda infida figura del letterato, maniaco del docu¬≠mento. Ma avrebbe potuto ag¬≠giungere qualcosa di pi√Ļ. Fin allora essi erano stati come un’anima in due corpi; due volti chiusi nella luce di un unico specchio. Nell’ora su¬≠prema del distacco, gi√† rotto l’incredibile sodalizio, mentre le due immagini s’allontana¬≠vano l’una dall’altra, egli, se¬≠gnando sulla carta i cupi ri¬≠flessi dell’immagine fraterna che svaniva, sceglieva l’unico mezzo per ritardarne la fine, per non distruggerla del tutto. Con quel suo atto sanzionava una poetica: l‚Äô√©criture che do¬≠mina lo sconforto, il dolore, il tempo della strage.

Nel 1893, pochi anni prima della morte, Edmond annot√≤ nel suo Journal: ¬ę C’est vraiment curieux que le livre, les M√©moires d’outre-tombe, sur lequel mon fr√®re est tomb√© mourant, ait recommenc√© √† √™tre la lecture des jours o√Ļ je n’√©tais pas bien certain de la continuation de ma vie¬Ľ.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart