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LETTERATURA: I MAESTRI: Dritta

15 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, sabato 31 maggio 1969]

Sto distesa le gambe per aria, i piedi appoggiati sulla testata, il capo rovesciato indietro. E’ la mia posizione prefer­ita allorché voglio riflettere su qualche cosa. A che cosa sto pensando adesso? Sto pensando al personaggio col quale, da alcuni anni, mi identifico sugli schermi. Da qualche tempo non sono più tanto contenta di questo personaggio. Ha successo, piace, fa incassare; tuttavia, come si dice, c’è in esso qualche cosa che non va. Mi conosco, so che questo sentimento di disamore nei riguardi del mio personaggio non può non preludere ad una sempre maggiore mancanza di convinzione della mia interpretazione. E di conseguenza, in un futuro per fortuna ancora lontano, ad un sempre minore successo. Debbo dunque disfarmi del personaggio, al più presto. Quanto dire, in certo modo, disfarmi di me stessa, per lo meno della me stessa che sono stata in questi ultimi anni. Già, perché l’identità di un’attrice fuori dello schermo è per lo meno problematica. Soltanto ritirandosi dalla carriera l’at­trice può passare dalla con­dizione di personaggio a quel­la di persona.

Ma intanto che cos’è che non va nel mio personaggio? Perché provo verso di lui un sentimento ormai quasi ostile, tra il rancore e l’irritazione? Penso, penso e penso e poi, forse a causa della posizione del mio corpo, finisco per ad­dormentarmi. D’improvviso mi sveglio rannicchiata su un fianco, con la testa sul guan­ciale. La voce della cameriera gracchia nel citofono: « Signo­ra, c’è una ragazza che desi­dera parlarle ». Irritata le ri­spondo: « La mandi al diavo­lo, non ci sono per nessuno ». « Ha detto che non se ne va finché lei non la riceve ». Ho la tentazione di arrabbiarmi per la sfacciataggine della visitatrice. Ma, stranamente, mi trattengo. Dico: « E va bene, vengo subito ».

Mi alzo dal letto, vado di istinto allo specchio, mi guar­do. Cerco di capire che cos’è che non funziona più nel mio personaggio. Eccolo, anzi eccomi. Non c’è particolare del mio volto, della mia persona che non sia celebre. Ecco i miei celebri capelli rossi, i miei celebri occhi verdi, la mia ce­lebre bocca dal labbro infe­riore carnoso e imbronciato. Ecco il mio celebre giubbotto nero, la mia celebre cintura dalla grande fibbia di ottone, i miei celebri panta­loni di velluto verde a coste. Ecco, insomma, la celebre ra­gazza rivoltata, vagabonda, in­domita, libera e povera con la quale mi identifico, con la approvazione del pubblico, da alcuni anni. Che cos’è che, tut­to ad un tratto, mi rende an­tipatico un personaggio così amabile?

Lascio lo specchio e passo, disinvolta e irruente, nella sala di soggiorno. La visitatrice mi volta le spalle e guarda, at­traverso la vetrata, nel giar­dino. Non mi sente entrare e così ho il tempo di osservarla.

In un attimo vedo tutto: gli stivali scalcagnati, i pantaloni sformati e col sedere sporco, la cintura malconcia, il giub­botto logoro e unto. Ha ca­pelli come i miei, fulvi, ma opachi, intricati, spettinati. Tossisco apposta; e lei, allo­ra, si volta. Ha la faccia di donna giovane ma come invec­chiata dalla trascuratezza e dalla sporcizia. La carnagio­ne sembra velata di polvere; le labbra appaiono aride e screpolate; gli occhi chiari, privi di trucco, sono sbarrati, nudi, squallidi. Mi dice rude­mente, con voce rauca: « Fi­nalmente ce l’hai fatta! Ti sei svegliata! ».

Domando con puntigliosa educazione: « Signorina, non la conosco, mi dica per pia­cere in che cosa posso esserle utile ».

« Non chiamarmi signorina e non darmi del lei, ipocrita ».

« Allora: signora… ».

« Non chiamarmi signora, non fare la finta tonta. Chia­mami Patrizia ».

« Ti chiami come me? ».

« Già, ti stupisce? Va là, non far l’ingenua ».

« Insomma Patrizia, dimmi che cosa sei venuta a fare qui da me ».

« Sono venuta per dirti la verità, ecco quello che sono venuta a fare ».

« Ma quale verità? ».

« La verità su te stessa ».

« Ma Patrizia, sei pur strana. Ti sei fatta tutta questa strada, da Roma al ventesimo chilometro sulla Cassia, per dirmi la verità su me stessa? ».

« Non fare la spiritosa. Tu hai orrore della verità. Tu già tremi »

« Tremare io? Ma fammi il piacere… ».

«Sì, tremi, perché hai paura che io ti faccia notare tutte le differenze che passano tra me e te. Queste differenze costituiscono, appunto, la verità ».

« Tu stai farneticando ».

« Tu sei ricca ed io sono povera. Questa è la differen­za fondamentale dalla quale discendono tutte le altre A questo punto potrei dirti tan­te cose. Per esempio quanto guadagni a film e dove metti questi guadagni, cioè come li investi. Potrei enumerare i tuoi negozi, appartamenti, garages, obbligazioni, titoli, gioielli e così via ».

«Ti proibisco di parlare di queste cose. Sono fatti miei privati e non ti riguardano ».

« Ah, lo vedi come ti scal­di. Potrei ricordarti che quan­do non giri dei film interpre­tando la parte della ragazza rivoltata, ribelle, indomita, li­bera eccetera eccetera, il tuo tempo lo passi principalmen­te ad occuparti del tuo de­naro insieme con avvocati, agenti, uomini d’affari, me­diatori e altra simile gente ».

« Basta, sei un’insolente, una disgraziata, una cretina di una moralista. Vattene, vat­tene al più presto ».

« Punta sul vivo eh! Ma c’è di peggio. Potrei anche dirti che in te c’è ormai con­sapevolezza completa del rap­porto strettissimo che corre tra il personaggio povero e disinteressato che interpreti e le ricchezze che ricavi da que­sta tua interpretazione. Quan­to dire che il denaro ce l’hai ormai nel cuore, anzi nel cuo­re del cuore ».

« Guarda, non una parola di più, quella è la porta, vattene ».

« Potrei dirti queste e altre cose. Ma non ci tengo. Mi limiterò a condensare la ve­rità su di te in una parola, in una parola sola ».

« No, non lo farai ».

« E perché? ».

« Perché io te l’impedirò ».

« Cosi non ti piace sentirti dire la verità? ».

« La verità, sì. Gli insulti, no ».

« Come fai a sapere che è un insulto? ».

« Lo intuisco dalla tua espressione ».

«Ma debbo dirlo e lo dirò ».

A questo punto perdo la te­sta e mi getto su di lei. L’af­ferro per le spalle, la rivolto, la spingo verso la porta. Lei resiste, io la spingo, lei si lascia scivolare in terra, io l’afferro per un piede e la trascino, renitente, attraverso la sala. Si attacca alla gamba di un tavolo, un vaso di fiori crolla in terra, ma io non lascio la presa, con accani­mento la trascino. Ecco la porta, l’apro, scaravento la ragazza di fuori, richiudo. Uffa! E d’improvviso mi sveglio.

Sono tuttora testa in giĂą e piedi in aria. Ho dormito e ho avuto un incubo. Penso all’incubo e il suo significato mi pare chiaro. Io odio ormai il mio personaggio perchĂ© esso pretende di essere per me una specie di coscienza morale esteriorizzata. La proiezione di un mio supposto senso di colpa. Anni fa, quando mi sono identificata per la pri­ma volta con Patrizia, il no­stro rapporto era ben diverso: povera io, povera lei; ribelle io, ribelle lei; indomita io, indomita lei. Ma, da allora, lei è rimasta dov’era ed io invece ho fatto molta strada. L’indicazione dell’incubo è precisa: debbo scacciare il personaggio dalla mia vita con la stessa spietatezza con la quale l’ho scacciato dalla mia casa nell’incubo. Basta con Patrizia, basta con il sen­so di colpa. Altri personaggi mi attendono.

Mi resta, però, la curiosità dell’insulto che, in sogno, ho impedito di pronunziare a Pa­trizia; e che, secondo lei, con­tiene tutta la verità sopra di me. Vado allo specchio, mi guardo con rapita ammirazio­ne: come si può insultare una creatura meravigliosa come me? Io so qual è l’insulto; ma ci sono tanti modi di dirlo. Patrizia, lei, l’avrebbe detto con disprezzo, con odio. Io invece me lo dirò adesso con simpatia, con affetto. E infatti accosto le labbra allo specchio, mi do un bacio, quindi mormoro sommessamente, carezzevole e indul­gente, in un soffio: « Dritta ».

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart