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LETTERATURA: I MAESTRI: Emilio Praga, gentile e maledetto

11 agosto 2018

di Guido Bezzola
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 8 maggio 1969]

Molti e molti anni fa, in questo stesso giornale, Alfredo Panzini, pubblicando al¬≠cuni suoi ricordi personali, disse che Emilio Praga gli era sempre stato caro per una sua gentile fiamma di poe¬≠sia che non riusciva a spe¬≠gnere per quanti liquori ci versasse. E certo il clich√© del poeta maledetto, un po’ pro¬≠vinciale rispetto ai grandi modelli parigini, nessuno √® riuscito a levarglielo di dosso al Praga: non senza una certa ragione, del resto, per¬≠ch√© anche il figlio Marco si rammentava, di averlo visto pi√Ļ di una volta stramazzare a terra ubriaco, proprio mentre andavano insieme a passeggio e il padre lo teneva per mano.

Sorte comune e tristissima di parecchi membri della Scapigliatura, quella di pa¬≠gare di persona la propria devozione al mito dell’irrego¬≠larit√†. Rovani, Tarchetti, Pra¬≠ga e non soltanto loro bru¬≠ciarono cos√¨ il meglio di s√©, con risultati discontinui, ine¬≠guali e tutto sommato stima¬≠ti meno dei loro meriti. La reazione carducciana prima e dannunziana poi sembr√≤ spazzar via per sempre tutto il mondo in cui gli scapiglia¬≠ti e i loro eredi avevano cre¬≠duto e che si erano sforzati di tradurre in opere d’arte. Non da molto, a far bene i conti, la letteratura setten¬≠trionale del secondo Ottocen¬≠to, la lombarda soprattut¬≠to, √® tornata di moda, se ne √® capita l’importanza, il va¬≠lore determinante anche per i suoi nessi con la storia ci¬≠vile del nostro paese. Il De Marchi, il Dossi delle Note Azzurre, Igino Ugo Tarchet¬≠ti sono stati ripubblicati in edizioni critiche, con eccel¬≠lenti introduzioni e osserva¬≠zioni a cura rispettivamente del Ferrata, dell’Isella, del Ghidetti: ora tocca a Emilio Praga, di cui Mario Petruc¬≠ciani ha egregiamente cura¬≠to tutte le Poesie (pp. 432, L. 5000) per gli ¬ęScrittori d’I¬≠talia¬Ľ del Laterza (e fa pia¬≠cere salutare l’ingresso d’uno scrittore cos√¨ recente e cos√¨ poco accademico in una col¬≠lezione fino a qualche anno fa togata e seriosa).

Ebbene, riletto tutto il Praga, preso atto delle serie cure finalmente date al te¬≠sto, bisogna pur dire che il Panzini aveva ragione, e che la ¬ę gentile fiamma di poe¬≠sia ¬Ľ nel Praga ardeva dav¬≠vero. Il suo √® un mondo sem¬≠plice (quando va nel filoso¬≠fico o nello storico il tono scade subito), un mondo di umori, di sentimenti, di im¬≠pressioni rapide e immediate, colte d’un tratto e messe in carta in una forma cos√¨ di¬≠messa da parer talvolta sciat¬≠ta senza esserlo; per√≤ √® un mondo vivo, da cui traspaio¬≠no una delicatezza d’animo e una profondit√† di sentimenti che contrastano totalmente con l’irregolarit√† della vita e delle abitudini del Praga: ba¬≠sti vedere i componimenti dedicati alla nascita del fi¬≠glioletto.

Trentasei anni di vita, dal 1839 al 1875, sono pochi dav¬≠vero, specie se bruciati con cos√¨ ossessiva ansia di auto¬≠distruzione: perci√≤, al di l√† delle notate derivazioni da Baudelaire (se n’era accorto anche il Dossi, che nelle No¬≠te Azzurre cita il Praga solo due volte, e con freddezza), da Hoffmann, da Poe, da Heine, conta vedere quel che il Praga ci seppe dire di suo. E il meglio si trova proprio in un linguaggio semplice e spontaneo, in versi facili ma non slombati, che √® poi la prosecuzione lombarda della teoria manzoniana del lin¬≠guaggio popolare, anche se il Praga si professa antiman¬≠zoniano su molti punti. Se leggiamo ¬ę Che nebbia fra i comignoli e il selciato, Che freddo per le strade, e quan¬≠ti ombrelli!… ¬Ľ oppure ¬ę E ci son certe strade in Valtelli¬≠na Cui far l’amore. Meglio che al muso e alla carta ve¬≠lina Di un editore ¬Ľ vediamo bene che la lezione dei Pro¬≠messi sposi non era passata invano, anche se il fiorentinismo veniva volutamente ¬†ignorato. E, ancora, la bella poesia sui Re Magi, dedicata alla madre, con quell’attacco ricchissimo di memoria favo¬≠losa ¬ęI bei vegliardi dallo scettro d’oro Che per la ne¬≠ve, sotto il ciel sereno. So¬≠star sommessi alla mia por¬≠ta udia, La notte della santa Epifania, O son morti di freddo, 0 son malati, Nei paesi del sole, I bei vegliardi dallo scettro d’oro! ¬Ľ mostra una pi√Ļ impegnata ricerca di linguaggio, ma insieme ha il suono e il timbro delle cose scritte da un poeta vero.

A sbalzi s’intende, non sem¬≠pre e non tutto vivo, con pa¬≠recchio ciarpame, ma ricono¬≠scibile nei paesaggi, nelle piccole scene immediate, in certi delicati schizzi femmi¬≠nili: non poeta vate (per fortuna) ma poeta.

Se √® permesso introdurre una nota personale, dir√≤ che in certi appunti manoscritti del mio nonno paterno, scul¬≠tore nato nel 1846, si narra di una cena col Rovani, po¬≠chissimi anni prima che egli morisse, e dei generosi sfor¬≠zi dei non ricchi amici per pagargli una camera all’al¬≠bergo del Cappello, dato che l’autore dei Cento Anni non sapeva dove andare a dormi¬≠re, ridotto in miseria come era: e quasi uguale era la si¬≠tuazione del Praga, privato dell’impiego al Conservatorio, separato dalla famiglia, com¬≠pletamente alla deriva. Il Rovani mor√¨ nel 1874, Emilio Praga nel 1875: due destini assai simili, due ingegni pi√Ļ che notevoli entrambi voltisi al peggio.

 

 


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Bart