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LETTERATURA: I MAESTRI: Famosa

17 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 23 agosto 1970]

Tutto in regola. All’aeroporto, mi fermo a poca distanza dall’aeroplano e il grup­po si avvicina a me. C’è la luce accecante dell’Africa e non ci vedo troppo bene. In questa luce gli africani sembrano le figure scure di una negativa; gli europei, addirit­tura, scompaiono confonden­dosi nello splendore. Tuttavia, riconosco il ministro che mi saluta a nome della Repubblica che, or ora, ho visitato durante il mio viaggio turistico; tre o quattro fotografi che inginocchiati o in piedi scattano freneticamente delle fotografie; due o tre giornalisti che scrivono con le biro, sui taccuini, la mia risposta al ministro. Una bambina afri­cana vestita di bianco mi of­fre con un inchino un piccolo mazzo di fiori appassiti. Ades­so salgo sulla scaletta dell’ae­roplano, lentamente, per per­mettere ai fotografi di ripren­dere il mio celebre sorriso.

Ma come entro nell’aeroplano lascio cadere il sorriso cosi bruscamente che la hostess stessa, che di sorrisi falsi e automatici dovrebbe intender­sene, si spaventa e mi doman­da se per caso non mi senta male.
Scuoto il capo e seggo, men­tre le lagrime, irresistibilmen­te, mi sgorgano dagli occhi e mi infradiciano le guance. Ho un’angoscia terribile, co­me quasi sempre da almeno due anni, e quest’angoscia, al solito, mi spinge ad un timido e maldestro esibizionismo. Al mio fianco siede un uomo di cui vedo il pantalone bianco; tanto basta perché, allaccian­domi la cintura, tiri un po’ su la già cortissima minigonna affinché il mio vicino veda le mie magnifiche gambe. C’è una probabilità su un milione che quest’uomo non sappia chi sono; una probabilità su un miliardo che possa piacer­mi; e io non voglio rischiare di perderlo. Dunque, esibisco le gambe. Se, invece, sarà uno dei soliti ammiratori e per giunta, come quasi sempre, re­pellente, mi sarà facile rimet­terlo a posto con una delle mie celebri, sarcastiche ri­sposte.

L’aeroplano, dopo aver per­corso rullando tutta la pista, si ferma con i motori che gi­rano a pieno ritmo. Non posso fare a meno di guardare alla mano che il mio vicino tiene sul bracciolo del sedile. E’ una mano di uomo giovane, grande e forte, con una particolare coloritura rosso scuro, come di sangue, che non ho mai visto. L’angoscia però è più forte della curiosità. Ri­prendo a piangere, guardando alla scritta luminosa in fondo all’aeroplano: « Allacciate le cinture. Non fumate ». Poi l’aeroplano, tutto ad un tratto parte e, dopo una breve cor­sa, letteralmente, si sradica dal suolo, salendo in linea quasi verticale verso il cielo. Come spaventata, sovrappongo la mia mano alla mano del mio vicino. L’aeroplano ha un for­te sussulto di cui approfitto per stringere convulsamente la mano. Poi mi volto e lo guardo.

Non m’ero sbagliata: è « lui ». Giovane, bello e, certamente, non sa chi sono. Mi colpisco­no due cose, soprattutto: il colore glauco, liquescente, de­gli occhi, come resi senza sguardo e ciechi dalla loro stessa liquidità; e la differen­za di colore tra la carnagione molto chiara e le mani così scure. Lo guardo e mi guar­da. In un soffio dico, mentre due lagrime mi scendono giù per le guance: « Mi sento co­sì sola ».

Mi risponde con un sorriso, scoprendo denti aguzzi e bian­chi come di lupo: « Una don­na bella come lei, sola? ».

« Appunto perché bella ».

« Strano. Credevo che la bellezza facilitasse gli incon­tri, le amicizie, gli amori ».

« Sì, ma a condizione che resti fuori del mercato ».

« Quale mercato ».

« Il mercato in cui la bel­lezza viene offerta come una merce simile a tutte le altre ».

« E allora? ».

« Allora non ci sono più conoscenze, amicizie, amori, che richiedono un minimo di scelta, di libertà, di autono­mia. Ci sono soltanto gli alti e bassi delle quotazioni del mercato ».

« E la sua bellezza… non è restata fuori del mercato? ».

Fa la domanda con un tono ingenuo e ignaro che non può essere finto. Davvero non sa chi sono. Dico con un sospiro: » No, la mia bellezza è  sul mercato da anni. Sono un’attrice del cinema molto nota, anzi famosa. E le mie quotazioni sono tra le più alte ».

« Ah, ma davvero? ».

Mi viene il sospetto che mi prenda in giro. Oltretutto quel sorriso lupino, quella ambi­gua liquidità delle pupille han­no qualche cosa di inquietan­te.

Dico con fermezza: « Mi chiamo… », e faccio il mio nome. Poi vedendo che ri­mane del tutto impassibile, soggiungo: « Possibile che non ha mai udito il mio nome? ».

Risponde con imbarazzo: « Sono stato per alcuni anni in una regione quasi inac­cessibile dell’Africa. Sono un esploratore. Ho vissuto per sei anni in un territorio selvaggio pieno di paludi, di foreste, di liane, di belve. Lì non giungevano notizie dal mondo… esterno. Adesso, appena arrivato in Europa, andrò a vedere i suoi film. Ma perché piange? ».

Scuoto il capo, incapace d parlare, pur sempre stringendogli con forza la mano. Poi mi calmo e gli dico: « Giudica tu. Sono nata in un borgo di campagna, di cinquemila abitanti. Fai attenzione al numero di cinquemila. Cinquemila persone sono molte; ma cinquemila abitanti fanno pro­prio un piccolo paese, uno di quei paesi nei quali c’è sol­tanto un esemplare di tutto: una farmacia, una chiesa, una cartolibreria, un caffè, una ta­baccheria, un cinema e così via. A quindici anni, io co­noscevo praticamente tutti e cinquemila gli abitanti del mio borgo e loro conoscevano me. Se passeggiavo all’ora del tra­monto tutti mi salutavano e io salutavo tutti. Se andavo a fare la spesa, i bottegai mi chiamavano per nome e io chiamavo i bottegai per no­me; se uscivo dal borgo per fare una passeggiata sulla strada maestra, « sapevo » chi erano i contadini che lavora­vano nei campi e loro egual­mente « sapevano » chi ero. Ero, insomma, conosciuta e conoscevo cinquemila persone direttamente, affettuosamente, fisicamente. Già, fisicamente, perché tutte queste persone, almeno una volta, avevano po­sato lo sguardo non già sulla mia fotografia ma sulla mia persona reale in carne ed ossa. Ed io avevo posato, a mia volta, lo sguardo su di loro.

« Adesso facciamo un salto di dieci anni. Ho venticinque anni, sono famosa e, come ti ho detto, mi sento sempre più sola. Non sono una stupida, mi rendo conto delle cose, non faccio che riflettere su questa mia solitudine e alla fine mi sembra di poterla spiegare in questo modo. La solitudine è dovuta ad un mio errore, co­me dire? di calcolo. E’ avve­nuto come se avessi pensato, all’inizio della mia trionfale carriera: ‘Se quando ero una oscura ragazza in un borgo rustico, conoscevo ed ero co­nosciuta affettuosamente e fi­sicamente da tutti i cinquemi­la abitanti, a maggior ragione quando sarò nota nel mondo intero, sarò conosciuta e co­noscerò affettuosamente e fisi­camente milioni e milioni di persone. Quest’affetto colletti­vo mi riscalderà il cuore. Mai e poi mai mi sentirò sola’  ».

« E invece? ».

«Era un errore, come ti ho detto. In realtà essere celebri vuol dire essere soli. La ce­lebrità è come il cristallo di una vetrina di negozio: sei messa in mostra, tutti ti guar­dano sfilando sul marciapiede, ma nessuno può toccarti e tu non puoi toccare nessuno. Di­co toccare realmente, come in questo momento tocco la tua mano ».

Mi guarda con simpatia, for­se. Ma dice: « Non importa. Sei famosa ».

« Ti pare così bello essere famosi? ».

« E’ la cosa più bella del mondo. Io, per essere famoso, farei qualsiasi cosa, anche un delitto ».

« Saresti famoso un pome­riggio. Con la seconda edizio­ne dei giornali, scompariresti di nuovo nel buio ».

« Ma chi ti dice che am­mazzerei una persona qualsia­si? Ammazzerei una persona celebre. La sua celebrità di­venterebbe mia, un po’ come qui in Africa, un tempo, si credeva che mangiando il fe­gato del nemico se ne eredi­tasse il coraggio ».

La conversazione si inter­rompe perché l’aeroplano co­mincia a scendere. Tutto ad un tratto, mentre l’aeroplano tocca il suolo e fa i soliti balzi ruggendo con tutti i motori, mi accorgo che il mio vicino si è alzato e mi ha preceduto verso l’uscita. Lo vedo in te­sta alla fila di viaggiatori che già si apprestano a scendere; venti persone ci dividono e so­no convinta che lo perderò. Ero sola prima di incontrar­lo, sono stata con lui poco meno di un’ora, e adesso tor­nerò ad essere sola.

All’albergo di gran lusso, nella capitale della nuova Re­pubblica africana che sto per visitare, mi danno una suite: camera da letto, salotto, ba­gno. Sul tavolo c’è un grande cesto pieno di frutta tropicale, con un biglietto che non apro perché so già in anticipo che contiene, stampati, i compli­menti della direzione. Indos­so una vestaglia, mi avvicino alla finestra e guardo di fuori. La finestra guarda all’Oceano il quale, torbido e quasi bian­co, pare bollire nella luce afo­sa, riempiendo di vapori il cielo annebbiato. Ma proprio di fronte all’albergo, al di là del lungomare deserto, c’è un cartellone pubblicitario della grandezza di uno schermo ci­nematografico. Sotto il titolo a grandi lettere rosse, c’è il mio nome e in un angolo ci sono io, seminuda, tra le brac­cia del protagonista.

Si bussa alla porta, dico di entrare e, senza meraviglia, vedo che è il mio vicino di aeroplano. Chiude la porta, mi viene incontro, mi prende tra le sue braccia. Ma non mi bacia. Si tira un po’ indietro e dice: « Ho finto di non sa­pere chi eri. Lo sapevo tutto il   tempo, invece, lo sapevo benissimo. Alla clinica arri­vavano molte riviste e io ri­tagliavo le tue fotografie e le incollavo sulle pareti della mia stanza ».

« Ma quale clinica? Non sei un esploratore, non hai vissuto per sei anni in una regione piena di paludi, di fo­reste? »

« Sì, me lo diceva anche il dottore: tu sei un esploratore, ti sei perduto tra le paludi, nelle foreste. Devi uscirne fuori ».

D’improvviso comprendo quello che mi sta succedendo e, subito dopo, quello che mi è successo finora e quello che mi succederà. Sono spaventa­ta? Non proprio. Ma fingo di esserlo e, svincolandomi con un grido moderatamente ter­rorizzato dalle sue braccia, corro verso la porta. So che è chiusa a chiave e che lui si è messa la chiave in tasca. Tuttavia faccio finta di batte­re coi pugni contro la porta. Sono un’attrice, dopo tutto, e morirò da attrice.

Lui mi spara il primo colpo mentre sto in piedi davanti alla porta. Poi mi buca an­cora il corpo con altre due o tre o quattro pallottole. La­scio la porta e vado a sten­dermi sul letto, per morire in una maniera decente. So che perdo molto sangue e chiudo gli occhi. Li riapro quasi su­bito e vedo lui che, chino su di me, mi guarda. Sento il biso­gno di dirgli qualche cosa di affettuoso, prima di morire. Mormoro in un soffio: « Pic­colo mio, sei contento? Do­mani sarai famoso, sì, famoso in tutto il mondo ».

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart