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LETTERATURA: I MAESTRI: Fedeltà maremmana

23 maggio 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 23 settembre 1969]

Mi parlano di Beppe An¬≠geli; mi mostrano la sua fotografia, bell’uomo, anziano, con una faccia leale. E’ ve¬≠stito da fattore a festa e ha stivali lucidi. Invece era guardiacaccia, un misantropo: vi¬≠veva solo, in una capanna nel bosco di Montepescali. Forse era vedovo, forse scapolo. Pe¬≠r√≤, aggiungono, questo Beppe non era esattamente un mi¬≠santropo, piuttosto un con¬≠templativo. La sua capanna, rudimentale in apparenza, of¬≠friva qualche comodit√†, indi¬≠spensabile alla poesia.

Appunto: Beppe Angeli era un poeta, ignorato. Il suo mo¬≠do di vivere ‚ÄĒ nella solitu¬≠dine silvana e georgica ‚ÄĒ fu poetico, perch√© consapevole anche se tacito. Beppe ha scrit¬≠to un’unica poesia, un sonet¬≠to che zoppica un po’ (nes¬≠suna meraviglia, molti lo cre¬≠devano analfabeta) e che affi¬≠da a parole non sempre ma¬≠nierate, un’emozione orgoglio¬≠sa, ma del tutto pura. ¬ę Questa capanna passer√† alla sto¬≠ria – bench√© sia in un posto desolato ¬Ľ, comincia il sonet¬≠to. E si chiude: ¬ę Qui fischia il merlo canta l’usignolo – dal folto bosco stride la ghian¬≠daia – si sente poi muggir la vacca il toro – e il cane della guardia che ti abbaia. – Que¬≠sto linguaggio a noi tanto gen¬≠tile – solo gente del bosco pu√≤ capire ¬Ľ.

¬ę Questo linguaggio a noi tanto gentile ¬Ľ: se approfon¬≠dissimo nel contesto l’analisi di gentile stabiliremmo che l’uso e il peso di questo ag¬≠gettivo, qui, non potrebbero essere se non maremmani, per una scabra (ma stranamente femminea) dolcezza. La dol¬≠cezza maremmana √® in buona parte da scoprire, e credo che La capanna di Beppe figure¬≠rebbe con vigore di esempio nell’antologia che Aldo Maz¬≠zolai ha ora dedicato alla poe¬≠sia popolare della sua terra. Comunque non insister√≤ sul lessico del guardiacaccia poe¬≠ta. Conta che quel sonetto, in una pagina ingiallita di qua¬≠derno, fosse serbato nel por¬≠tafoglio di Beppe come una carta di credito o un’imma¬≠gine devota. Fuori della fo¬≠resta un giorno dell’aprile pas¬≠sato, un’automobile ha tra¬≠volto Beppe Angeli lungo la via di Roccastrada. Superfluo insistere sulla contrapposizio¬≠ne: la crudele volgarit√† della macchina, l’innocenza dell’e¬≠remita, E’ come un bozzetto, fra i soliti bozzetti toscani dell’¬ę omo salvatico ¬Ľ; ma Beppe Angeli ignorava la de¬≠primente letteratura in pro¬≠posito, e, in genere, tutta la letteratura. Scrisse per s√© so¬≠lo il suo solo sonetto. E’ sta¬≠to un poeta fedele.

*

In un’altra dimensione, tro¬≠vo un altro esempio di fedel¬≠t√† maremmana. O, prima ancora che maremmana, fedelt√† (stilistica, sentimentale) a un mondo fantastico, insieme, e morale. Stavolta siamo di fronte a un romanzo, fiero di un proprio valore di coerenza che tocca la cocciutag¬≠gine. Il romanzo si intitola Maramd; ce lo propone l’e¬≠ditore Barulli. L’autore √® An¬≠tonio Meocci, grossetano, esi¬≠liato a Roma, non dimenti¬≠cato fondatore della rivista Ansedonia che usc√¨ (ma non prosper√≤) in Maremma ¬ę per testimoniare il nostro senti¬≠mento di amore alla poesia e collegarci dal fondo della no¬≠stra provincia alla cultura na¬≠zionale nel momento in cui cominciava a prendere co¬≠scienza di essere; “altro” dal fascismo ¬Ľ. Queste parole, che mi turbano svegliando un di¬≠menticato tremore dell’adole¬≠scenza, sono di Geno Pampaloni che ha preposto a Maramad un’avvertenza effusa, e circostanziata.

Colpisce, dicevo, la capar¬≠biet√† di Meocci, la sua dedi¬≠zione irta di scrupoli al libro Maramad. Quattro stesure, la prima delle quali risale al 1940. Questa del 1969 ‚ÄĒ e si sono consumati trent’anni: una vita, l’esilio ‚ÄĒ vede finalmente la luce, con variazioni forse minime, ma dopo un alternarsi di pene, un lavorio di lima che debbono essere stati strenui, non senza la meditazione e il ripudio di consigli autorevoli (Vittorini, Noventa), per i quali, immagino, √® cresciuto e poi si √® placato un rovello.

Ed ecco dunque Maramad, favola dal ¬ę bellissimo movimento di fantasia ¬Ľ come scri¬≠ve il suo prefatore. Maramad √® un cocchiere ¬ę sproporzio¬≠natamente alto, magro, con un viso paffuto di bimbo ¬Ľ; la sua favola ‚ÄĒ sullo sfondo di una ¬ę rivoluzione ¬Ľ senza tem¬≠po che lo coinvolge e lo vede inopinatamente fra i capi del¬≠l’ordine nuovo ‚ÄĒ √® quella del suo amore infelice per una donna, infine del proprio sui¬≠cidio. Il paesaggio della fa¬≠vola, volutamente indetermi¬≠nato, non lo √® al punto che non lo si sappia riconoscere: quell’aria bianca, quegli alti¬≠piani sassosi, quei quadri in un’acqua limpida e grama, le pecore, le alberete della col¬≠lina, i pioppi verdi e grigi, lo sfrenarsi dei cavalli al galoppo. E’ la Maremma, non la pi√Ļ pittoresca ma la pi√Ļ ari¬≠da, la Maremma interna e se¬≠greta.

*

Un giudizio sul libro di Meocci √® difficile. Vi si re¬≠spira l’atmosfera di un’altra stagione, un’altra moda: pre- ermetica, addirittura novecen¬≠tista. Qua e l√†, forse, affiorano certo Bontempelli, certo Soffici, un’eredit√† del surrea¬≠lismo italianizzato. (Di con¬≠tro, il lungo brano che segue Maramad e che ha per titolo Norma, recentissimo, mostra un Meocci tutto diverso, di¬≠ligentemente alle prese con l’informale). Ma non ho dub¬≠bi che per valutare Meocci sia necessario rifarsi a Pampaloni, alla sua testimonianza non meno che alla sua sottigliez¬≠za. Lo citer√≤ non brevemen¬≠te: nella testimonianza di Pampaloni, disincantata e ap¬≠passionata, si specchiano la storia di molti scrittori, la lo¬≠ro verit√†, il loro eventuale scadimento, la rassegnazione, la nostalgia, la lotta perch√© sopravviva in loro una ma¬≠remma, non importa quale maremma del cuore. Il discor¬≠so, che si pone come ¬ę ge¬≠nerazionale ¬Ľ, riflette, io cre¬≠do, una dissipazione necessa¬≠ria (contraddetta da pochi) e perenne.

¬ę Maramad √® una figurazio¬≠ne esistenziale: il viaggio, l’a¬≠more, l’avventura imprevista in un paesaggio quasi di so¬≠gno dicono quando la vita √® piena di attesa, di voglia di vivere. Nella prima parte del libro riconosco quell’atmosfe¬≠ra di trent’anni fa, quell’attizzarsi meraviglioso dei sen¬≠timenti nel sogno. E la rico¬≠nosco anche nei difetti della seconda parte, meno riuscita, come riprova della immaturi¬≠t√† della nostra cultura di al¬≠lora. Dove il libro si affaccia al romanzo, dove esce dalla felice risonanza della purez¬≠za fantastica, cede. Nel pun¬≠to dove il sentimento lirico incontra la storia, √® lo scac¬≠co. Tutto questo si legge per trasparenza nel racconto di Meocci, che non punta sul me¬≠stiere ma sulla passione. Il suo vero tema, com’era pro¬≠prio della nostra generazione, √® una confessione di poesia ¬Ľ.

¬ę Norma ce lo conferma. Lo scrittore si √® fatto pi√Ļ esper¬≠to, nella sua pagina √® entra¬≠ta la dimensione del tempo. Ma la sua capacit√† di poesia si concentra l√† dove il tempo √® di nuovo immobile, dove non c’√® psicologia, avveni¬≠menti, intrecci, ma commemo¬≠razione, elegia, promessa di purezza alla vita. Il senti¬≠mento lirico √® tutto, per Meoc¬≠ci: moralit√†, impegno politico, memoria. E’ un sentimento che non ha potenze vicarie, che non delega nulla di s√©. Meocci sconta, come molti di noi, un’educazione letteraria troppo esclusiva, cresciuta at¬≠torno a una piaga autobio¬≠grafica: l’autobiografia, il suo strazio, sentito come unico possibile esorcismo contro i mali del mondo. La nostra generazione pu√≤ scrivere soltanto una questione privata ¬Ľ.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart