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LETTERATURA: I MAESTRI: Flannery O’Connor. La coda del Pavone

7 luglio 2016

di Sergio Perosa
[da “La fiera letteraria”, numero 15, giovedì 11 aprile 1968]

FLANNERY O’CONNOR
La vita che salvi può essere la tua
Einaudi, pagine 399, lire 3500.

Precocemente scomparsa nel 1964, a trentanove anni, Flannery O’Connor è stata una delle più intense e significa­tive narratrici americane del secondo dopoguerra. Per narratrice s’intende qui essenzialmente scrittrice di rac­conti; giacché la O’Connor, oltre all’ap­partenenza all’ipotetica « scuola del Sud », ha in comune con i suoi più no­ti contemporanei (Carson McCullers, Truman Capote, ecc.) una congenita predisposizione al racconto.

E’ noto come le prove più cospicue di tanti narratori americani, da Poe a Hawthorne e Melville, da Mark Twain a James, da Hemingway a Faulkner, siano spesso proprio nell’ambito del racconto, della novelette, del romanzo breve, che rappresenta pure la misura più congeniale per scrittori della raffi­nata sensibilità e della decadenza co­me la McCullers o Capote. Non per nulla quest’ultimo, quando approda al romanzo disteso, lo fa sulla base di fatti avvenuti e vissuti (A sangue freddo) e con risultati che han dato adito a tante discussioni e perples­sità. Ancor più di loro, Flannery O’­Connor ottiene i risultati migliori e per così dire si ritrova soprattutto nel giro breve e intenso, nel segno incisi­vo del racconto.

Dei suoi due romanzi solo il secon­do, Il cielo è dei violenti (1960, traduz. ital. nel 1965) è qualcosa di più di un intreccio di singole storie e piega l’ele­mento picaresco a una trama unitaria; il giovanile Wise Blood (1952) è chia­ramente costruito su singoli nuclei che hanno la completezza del raccon­to, e come racconti erano separatamente apparsi in precedenza.

Romanzi e racconti della O’Connor — quest’ultimi apparsi ora in italiano in un’edizione che comprende sia la raccolta A Good Man is Hard to Find (1955) che la raccolta pubblicata po­stuma Everything that Rises Must Converge (1965) — presentano co­munque il segno d’una forte e origina­le natura di scrittrice, nella misura stessa in cui pongono e risolvono in modo del tutto particolare due proble­mi di fondo. L’uno è quello già accen­nato dell’appartenenza all’ipotetica « scuola del Sud »; l’altro è quello del dichiarato e programmatico impegno cattolico della scrittrice.

Per il primo aspetto si tratta d’una facile e un po’ superficiale identifica­zione, che si chiarisce in rapporto alla natura particolare della sensibilità ar­tistica della O’Connor e del suo stesso impegno spirituale. Nei suoi racconti abbondano le stage properties e gli elementi esteriori della narrativa sudi­sta: lo sfondo rurale, le piantagioni o le fattorie in rovina, i negri derelitti che si muovono come fantasmi in una indecifrabile terra di nessuno, i poveri bianchi: soprattutto questi ultimi, nel­la loro gamma che va dai fittavoli ai braccianti, ai predicatori vagabondi, ai venditori di bibbie. Lo sfondo di Faul­kner, se non di Capote: ma qui comin­ciano le distinzioni. Il mondo — ma lei preferisce chiamarlo « Paese » — prediletto dalla O’Connor non è né mi­tico né paranoico, ma spoglio e concre­to nei suoi riferimenti; e se é quello dei bianchi sull’orlo della decadenza o dei fittavoli irrequieti, in bilico e come sospesi fra l’agiatezza perduta e la vo­lontà di rifarsi, fra ottimismi velleita­ri e continue rese di fronte alla tragi­ca, distruttrice presenza del grottesco e della violenza, dell’assurdo e dell’ab­norme, lo è con modi e fini ben precisi.

Un rapporto quasi ossessivo in mol­ti di questi racconti — da Un cerchio nel fuoco a Brava gente di campagna, da Il Profugo a Greenleaf — è quello fra padrone gentilizie o sognanti, illu­se o un po’ svanite, e fittavoli perver­samente in attesa o complici della ca­duta e distruzione di un mondo: un rapporto fra illusorie certezze e l’usu­ra disgregatrice di una realtĂ  che non si sa riconoscere se non nel momento che esplode con violenza distruttrice. E’ il grande tema del Sud — il mondo gentilizio che svanisce di fronte alla pressione di una forza repressa e sco­nosciuta, la volontĂ  predatoria e affa­ristica, la perversa sagacia dei disere­dati che attendono, pronti a sostituirsi a quel mondo… Ma il tema è qui tra­sposto in termini di un’estrema allusi­vitĂ , per far luogo all’attenzione pre­stata al concreto dispiegarsi di una realtĂ  di tensioni e attriti, nella quale la violenza è insita ed esplode con tranquilla inesorabilitĂ .

Non stupisce perciò che queste sia­no storie di disadattati e di alienati, di transfughi, profughi e falsi profeti va­gabondi, di dislocati cronici e di vellei­tari senza terra, sperduti sulle pianu­re polverose, nei pascoli e nei poderi in sfacelo, su strade senza meta appa­rente che non sia quella simbolica del fiume che genera desideri di redenzio­ne per annullare vite e coscienze nel suo abbraccio. Mario Praz ha parlato di una « Nuova Irlanda tropicale », di un clima ove il surrealismo cresce al­l’aria aperta, dove ogni famiglia ha lo scheletro nell’armadio. E questi dere­litti, infatti, concretissimi nei loro ri­ferimenti locali e regionali, portano in sé, o sono costantemente portati a in­contrare, il segno fisico d’una aliena­zione e d’una maledizione, di un’atro­ce beffa del destino.

La ragazza deficiente di quel gioiel­lo narrativo che è La vita che salvi può essere la tua, sposata da un mon­co per impossessarsi d’una macchina antidiluviana riverniciata, e abbando­nata al primo squallido caffè sulla strada; la ragazza mutilata di Brava gente di campagna beffata dall’ipocri­ta venditore di Bibbie alla ricerca di ripugnanti trofei amorosi; la vecchina posta di fronte allo « spostato » che trucida a mente fredda perchĂ© si cre­de una sorta di GesĂą capovolto in Un brav’uomo chi lo trova?, il veterano sudista ultracentenario che soccombe alla laurea della figlia ultrasessan­tenne, e donne angosciate dalla gravi­danza, bambini sperduti in cittĂ  o che aspirano al battesimo mortale del fiu­me, portano scompiglio e distruzione nelle fattorie… Un’amplissima gamma di personaggi tarati, balordi, spostati, in un seguito di incontri fra la natura o l’illusione decaduta dell’uomo e la cieca violenza l’incuranza e l’indiffe­renza che distrugge.

L’insistenza su questi particolari ab­normi rimanda al motivo di una deca­denza che è di natura morale, metafi­sica. Per hobby, la O’Connor allevava pavoni: quasi un emblema della sua natura di scrittrice, affascinata dallo stridore è dalla violenza che ella rive­ste, come il pavone, di smagliante bel­lezza estetica. E cosi, nella pantomima agghiacciante di mostruosità che si rincorre nei suoi racconti, è presente non solo o non tanto il gusto meridio­nale per il « grottesco », quanto una necessità di denuncia morale, il segno stesso del suo impegno religioso e spi­rituale.

In uno scritto del 1957, Flannery O’Connor specificava che il Sud le in­teressava come « Paese » angosciato in quanto sempre piĂą simile al resto del mondo, e che era la fede cristiana a spingerla verso il grottesco, il perver­so, l’inaccettabile, giacchĂ© il concetto stesso d redenzione sarebbe senza si­gnificato se !a vita non offrisse ragioni sufficienti, distorsioni ripugnanti da denunciare come tali, da imporre al­l’attenzione con lo scandalo. Noi dire­mo che tale volontĂ  è piĂą implicita che non svolta, nei racconti; che a in­teressarla, da artista, è l’aspetto ripu­gnante, la percezione improvvisa del male, da misurare solo idealmente su un ordine e una fede perduti.

La sua fede ci dà la motivazione, più che giustificarci i termini narrati­vi della sua opera. Poiché credeva in Cristo ha popolato il suo « Paese » di tanti falsi profeti, predicatori perver­si, ipocriti in agguato, profughi sulle vie del bene. Il senso morale e religio­so, come lei voleva, è implicito nella profondità, e noi diremmo nella preci­sione agghiacciante della sua imma­ginazione. Ma è perché era fastidiosissima e tormentata scrittrice che ha sa­puto incidere originalmente su un ma­teriale in apparenza di repertorio, se­gnarci il profilo e il tocco del male che opera e s’incontra per le strade assola­te, dietro le siepi, nel giardino che si credeva difeso dalla staccionata. E’ un male metafisico che rimanda all’indif­ferenza e alla perdita della fede nel mondo, solo perché è quel male, ab­norme, incongruo, lì, nella Georgia o nel Tennessee.

Memorabile e insuperabile è l’incisi­vità del suo tocco, la precisione del dettato, lo stanco e come cullante pro­cedere dei suoi racconti verso le lanci­nanti conclusioni, che hanno tutta la forza rattenuta del grido, ma non lo consentono. Indimenticabili, sommessi e distaccati dialoghi, precisazioni di stati d’animo o d’ambienti, un controllatissimo gusto per l’orrido ne fanno una scrittrice fin troppo perfetta. Ave­va seguito un corso di creative writing, scriveva per riviste letterarie co­me la Kenyon o la Sewanee Review, e si sente. La fede stessa ha finito per so­stenere in lei una volontà e una prati­ca di spoglio e assoluto rigore artisti­co.

 

 


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Bart