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LETTERATURA: I MAESTRI: Gadda progressista

11 marzo 2017

di Angelo Guglielmi
(da “Quindici”, anno I, numero 4, 15 settembre-15ottobre 1967)

Carlo Emilio Gadda, « Eros e Priapo », Garzanti, 1967, pp. 212, L. 2.000.

Avevo deciso di non occuparmi di questo Eros e Priapo: non è un bel libro e non avendo senso alcuno sparlare del grande Gadda sarei stato costretto a mentire. Dopo sono ritornato sulla mia decisione; e non perché il libro sia diventato improvvisamente bello. [E’ un libro già scritto con il Pasticciaccio (la cui data di composizione è peraltro successiva a quella di Eros) nel senso che si sviluppa nella stessa area d’invenzione linguistica e di sfruttamento tematico in cui con ben altra concentrazione, autorità e felicità aveva fatto i primi passi ed era cresciuto non tanto il Pasticciaccio quanto un solo capitolo di esso (ci riferiamo all’indimenticabile notte di Santo Stefano del Cacco) e che qui è sgonfia e si affloscia per la non riuscita combustione tra l’elemento tematico e la rabbia linguistica, conseguente al non azzeccato dosaggio delle due sostanze messe in contatto. Non si dimentichi che Gadda ha scritto questo libro mentre viveva e soffriva l’esperienza del fascismo: niente di più naturale quindi che. essendo la materia ancora così turgida di un discorso proprio, recalcitrasse alla possibilità di farsi parlare dalla letteratura. Né è ricompensato lo sforzo di leggere questo Eros come una favola intellettuale sulla dabbenaggine e, diciamolo, cupidità umana giacché le lenti di marca freudiana utilizzate per l’analisi non regolate e maneggiate con la felice incongruenza propria della favola. Allora preferisco leggere il saggio di uno specialista].Tuttavia proprio perché non è un libro perfettamente riuscito in esso più esplicite sono le intenzioni, più scoperto il progetto dell’autore: e ciò ci dà la possibilità, che intendiamo non lasciarci sfuggire, di fare alcune considerazioni di carattere generale sullo scrittore Gadda, tentare una valutazione della sua presenza (nel panorama letterario italiano), misurare il senso del suo impegno.

Gadda è uno scrittore comico e in quanto tale è ideologicamente un conservatore. Così si dice: egli sarebbe interessato alla conservazione di certe condizioni obiettive ambientali, al mantenimento di una certa situazione mondana sulla quale poter continuare imperterrito a operare la sua azione disgregatrice, a scaricare la sua rabbia denigratoria.

Questa opinione non è accettabile. Anche ammessa per buona (cosa che non è) la pre­tesa che la prospettiva ideologica di uno scrit­tore comico è ferreamente delimitata dagli interessi della conservazione, ciò che non si può ammettere per buono (neanche solo a scopo retorico) è che Gadda è uno scrittore comico. O se lo è, lo è guardando ad altro (e in questo senso lo sono tutti i più grandi scrittori moderni). Più volte ho scritto e riscritto che in Gadda gli assalti comici, le aggressioni del ludibrio sono diretti a realizzare effetti materici, a neutralizzare i contenuti in quello che hanno di « contenutistico » e, conseguen­temente, a celebrarli in quanto presenza mate­rica, per una specie di « in sé » astorico e di grado zero.

E con questo la questione dovrebbe essere chiusa. Tuttavia non vogliamo dichiararci soddisfatti così presto: proviamo a portare avanti il discorso di Gadda conservatore e vediamo dove ci fa arrivare. Quando si dice che Gadda è un conservatore non credo proprio che ci si riferisca al fatto che legge il Corriere della Sera e vota liberale: questi sono due feno­meni incontrovertibili che tuttavia non defini­scono la natura del suo impegno di uomo giacché sono riconducibili ad una situazione di alterazione psichica, ad una forma di pa­ranoia innocua che gli fa vedere nel Corriere della Sera e nell’on. Malagodi gli unici difen­sori delle 500.000 lire di azioni Edison da lui comperate in un momento difficile per sé e per la patria (e cioè alcuni anni prima del­l’inizio della guerra) e che oggi non valgono più nulla. Dunque il rimprovero che si muove a Gadda intende colpire qual cosa di più pro­fondo, le sue convinzioni intellettuali, il suo modo di vedere le cose. Sì. è vero, per Gadda il mondo è quello che è, anzi è e basta. Gadda non vuole cambiarlo, non presume di poterlo fare migliore. Ma per fortuna! Ci manche­rebbe altro! E’ segno non solo che è un vero scrittore ma che è consapevole che l’unica strada che la letteratura ha di incidere nel mondo è la letteratura stessa.

Certo il mondo è quello che è ma è la letteratura che non è quello che è, che non è e basta. Cioè che è sempre qualcosa di diverso, per così dire, di paradossale rispetto al pre­visto, di eccentrico rispetto al normale, è sempre una violazione della norma, una in­frazione, una forma di illegalità. Ecco che cosa significa essere progressista per uno scrit­tore: avere una idea della letteratura tale per cui essa tutte le volte che vuole realizzarsi deve rivoltarsi contro se stessa. Significa non accettare i limiti della conoscenza estetica e rimetterli sempre in crisi e in discussione spin­gendoli fin dentro il campo del gratuito, del­l’arbitrario, dell’assurdo. Ed è per questo che Gadda è uno scrittore rivoluzionario (è uno scrittore di sinistra, per usare una espressione convenzionale) e Pratolini (scusatemi l’umile esempio, ma non ne ho di più degni e vistosi) non lo è.

E quando diciamo che non lo è ci importa di dire non solo che non lo è in quanto scrit­tore, ma che non lo è nemmeno in quanto uomo, cioè per i riflessi mondani che può avere la azione di scrittore. Vogliamo fare la prova del nove? Intanto: che cosa si deve intendere oggi per rivoluzione? dove la si trova? Risposta: la rivoluzione è nel non volere la guerra del Vietnam, non credere nello spirito di Glassboro, parteggiare per gli arabi deportati, gridare no alla bomba ato­mica; la rivoluzione sono i provos olandesi, sono le bande ribelli in Inghilterra, sono gli studenti di Berkeley, sono le guardie rosse; la rivoluzione è la non videnza, intendendo per essa il silenzio in cui dobbiamo chiudere i nostri padri, giacché ribellarci è ancora venire a patti, è accordarci per delle semplici migliorie, quando è il complesso della civiltà che i nostri padri rappresentano e che essi sono convinti di parlare mentre invece sono da essa parlati, dunque è il complesso degli istituti e delle conquiste, dei progetti e dei raggiungimenti in cui si sviluppa e cresce il nostro mondo che non vogliamo, che noi rifiutiamo.

Rifiutate per che cosa? Non fate domande inutili: rifiutiamo, e basta. La vitalità della rivoluzione oggi è nei suoi contenuti anarchici. Ora pensando a un giovane qualsiasi, con i capelli lunghi o corti, comunque con la voglia di fare, cioè di ribellarsi, cioè di costruirsi la propria vita di là dai modelli troppo inte­ressati che la società gli propone, riuscite a figurarvi voi che cosa questo giovane può im­parare, che stimoli può trarre, che pungoli ricavare da una letteratura (per esempio quel­la di Pratolini) ricca di tanti buoni propositi, edificante, costruita sulla base di una sana (invero soltanto ottusa) immaginazione e nella pretesa (ahimè quanto rispettabile) di incoraggiare l’avvento delle magnifiche sorti e progressive? Sì, siamo tutti d’accordo, la rivoluzione non si fa nemmeno leggendo o brandendo i libri di Gadda; ma siamo anche tutti d’accordo che per arrivare a maturare una qualche disposizione alla lotta o comunque la capacità di resistenza e del rifiuto non ci è stata forse del tutto inutile la lettura dei libri di Gadda, poiché da essi abbiamo appreso quel senso di irriverenza verso il costituito, l’insofferenza verso il ricatto degli adulti e il condizionamento della storia, e insomma quella sorta di libertà intellettuale, di freschezza, quasi di improvvisazione nel considerare e vivere il rapporto con gli altri (vedi la propria azione nel mondo) e cioè quel quid che definisce in primis una coscienza rivoluzionaria (i cui contenuti possono essere formulati soltanto a partire da questo punto).

Dunque mentre ciò che definisce lo scrittore progressista è la convinzione che la letteratura non è mai quello che è, essendo sempre altro, ciò che caratterizza lo scrittore reazionario è la pretesa di volere cambiare il mondo, tanto la letteratura è quello che è sempre stata, cioè un valore immutabile e eterno.

Così non è meraviglia che riandando indietro verso l’ultima vera rivoluzione che conosciamo, cioè la rivoluzione di ottobre in Russia, i due fatti innovativi più importanti che ricordiamo sono — ciascuno nella sfera della propria distinta competenza — l’azione politica dei bolscevichi e il formalismo letterario degli Sklovskiy e degli Eikhenbaum. Si tratta di fatti, nonostante la salutare incomprensione tra essi esistente, perfettamente interdipendenti, cioè nati da uno stesso bisogno di liberazione, dalla stessa necessità di rompere i modelli di comportamento tradizionali, verso nuove conquiste più problematiche e più perigliose, cioè più aperte alla comprensione della complessità del mondo e delle sue intricate prospettive. [Che poi Stalin abbia perseguitato e combattuto i formalisti russi e per essi tutta la letteratura del desengagement, ravvisando in essi i propri nemici mortali, non significa un bel niente (cioè non mette in causa l’interdipendenza tra i due fatti affermata più sopra) nel senso che quella persecuzione è imputabile e alla sua ottusità per tutto ciò che fuoriesce dal campo della pura prassi e a motivi di ordine tattico collegati col tipo di azione politica che stava conducendo].

Ed ora un altro punto. Eros e Priapo è costruito su una materia dolente e cioè l’Italia del ventennio. Il romanzo contiene un giudizio quanto mai esatto sul periodo e gronda sano sdegno per il fascismo e il suo duce. Ma noi sappiamo che i libri di Gadda non valgono per i giudizi che contengono, né affidano le loro chances di riuscita al ricatto, vuoi ideologico, vuoi sentimentale, dei materiali che utilizzano. I risultati dei libri di Gadda appaiono affatto indifferenti rispetto  materiali utilizzati per costruirli. Cioè la responsabilità del loro valore è altrove. Ne abbiamo parlato tante volte. Ma allora cosa dobbiamo ricavarne? Che Gadda avrebbe po­tuto scrivere lo stesso libro anche se — in­vece che da un giudizio di riprovazione e di condanna del fascismo — avesse preso le mosse da una base di accettazione e di cele­brazione di esso? Che il giudizio storico (cioè la sua fondatezza) è del tutto estraneo al for­marsi delle prospettive estetiche del romanzo? E’ facile rispondere di no. E in questo caso per motivare questo no non dovremo inter­rogare i rapporti tra politica e letteratura né indagare sui nessi tra vero e bello giacché abbiamo a disposizione una giustificazione tanto più elementare di ordine empirico de­duttivo che, nonostante il carattere semplici­stico, constatatane comunque l’incontrovertibilità, non ce pentiamo di addurre. E cioè: Gadda ha un particolare modo di scrivere un libro per cui esso, sviluppandosi come un rito di dissacrazione, configurandosi come la cele­brazione di una degradazione necessita in partenza di un oggetto, di un materiale profondamente compromesso cioè in possesso di un sito potenziale di canoa autodisintegrante. Quindi se Gadda fosse stato fascista non avrebbe scritto Eros e Priapo ma quello che è più importante non avrebbe mai corso il pericolo di scrivere il contrario di Eros e Priapo. Ma allora dobbiamo credere che la letteratura per se stessa immunizza, funge come da filtro nei riguardi di ogni proprio più o meno vituperevole errore di giudizio e valutazione storica? Forse; ma certo non perché, tenute per buone le prospettive dell’estetica idealistica, la poesia ogni cosa e tutto riscatta e sublima, ma semmai nel senso che la letteratura mentre si muove licenzio­samente non infrequentemente capovolgendo i valori correnti, e afferma con arbitrio cioè senza preoccuparsi di dare conto di ciò che ha affermato, pure sente un limite (che peral­tro rappresenta il massimo della sua libertà), cioè si arresta di fronte alla barriera della verità storica, allorché questa si presenta come sintesi di un giudizio sull’umanità e come indicazione delle sue possibilità di sopravvi­venza e di costruzione nel futuro.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart