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LETTERATURA: I MAESTRI: Giampaolo Pansa descrive Arrigo Benedetti

17 ottobre 2018

di Giampaolo Pansa
[tratto da “Sangue, sesso, soldi. Le menzogne della storia d’Italia”]

“L’Espresso” presentò ai lettori un giornalismo che era l’opposto di quello del “Corriere” di Missiroli. Il merito fu soprattutto del signore che lo fondò e lo diresse per otto anni, sino al 1963: Arrigo Benedetti. La sua squadra lo chiamava il Tonno. E tra un istante vedremo il perché.

Benedetti era nato a Lucca nel 1910. Arrivò a Roma quando aveva 27 anni, insieme a un amico d’infanzia della sua stessa età, Mario Pannunzio. Arrigo scriveva per piccole riviste letterarie e Mario voleva diventare regista di cinema. Al Caffè Aragno incontrarono un signore piccolino, romagnolo di Bagnacavallo, che aveva cinque anni più di loro. Era Leo Longanesi e stava preparando per Angelo Rizzoli un nuovo settimanale che si sarebbe chiamato “Omnibus”.

Leo scrutò quei due provinciali squattrinati e gli disse: «Venite con me in via del Sudario, sto creando una rivista che non sarà uguale a nessuna di quelle in circolazione. Visto che avete l’aria degli intellettuali, vi darò da leggere gli articoli che potrei pubblicare. Se ci trovate qualcosa che non vi piace, grattateli un pochino».

«Grattateli? Che vuol dire?» domandò Benedetti. La spiegazione di Leo non la dimenticò più: «Significa dargli un’aggiustatina. Ripulirli delle parole banali, delle espressioni logore, dei modi di dire abusati. Tutti i pezzi destinati a un giornale, ma anche tutti i libri, vanno grattati. Per renderli più digeribili».

Arrigo e Mario cominciarono a grattare. E divennero redattori di “Omnibus” quasi senza rendersene conto. Alla fine di ogni settimana, Longanesi li pagava di tasca sua e in contanti, oggi diremmo in nero, senza nessun contratto. In seguito scoprirono che Angelo Rizzoli gli versava i contributi. In compenso, due anni dopo il regime soppresse la rivista perché era troppo irriverente nei confronti del fascismo.

Nel novembre 1972, quando intervistai Benedetti per “La Stampa” di Alberto Ronchey, lui mi disse: «Mi sono sempre trovato nei settimanali un po’ per caso». Accadde in quel modo per un’altra testata, “Oggi”. Il regime ne aveva autorizzato la nascita a una condizione: i direttori dovevano essere due giovani, senza legami con la cultura prefascista. Benedetti e Pannunzio, poco più che trentenni, ebbero così il loro primo giornale. Ma fu un’esperienza che finì presto perché la censura chiuse anche “Oggi”.

La stagione cruciale di Arrigo fu il dopoguerra. Mi spiegò: «L’Italia era assetata di verità e voleva giornali diversi da quelli che avevano taciuto per vent’anni. Anch’io avevo la stessa sete e cercai di soddisfarla. Mi guidavano idee semplici. Prima di tutto i fatti, la cronaca. Noi giornalisti dovevamo essere i testimoni della realtà e avere la capacità di restituirla ai lettori con articoli semplici, rapidi, avvincenti. Ogni riga una notizia, non chiacchiere od ornamento. Il giornalismo è una cosa. la letteratura un’altra. Mi dà fastidio il metà strada: Curzio Malaparte, ecco il giornalista che s’infronzola di letteratura, via!, non ce n’è bisogno».

Diresse “L’Europeo” dal 1945 al 1954, e dal 1955 guidò “l’Espresso”, fondato da lui con una squadra di talenti, a cominciare da Eugenio Scalfari. Immaginava che sarebbe stato letto anche da molti ventenni come me. Riteneva che il settimanale fosse “un romanzo scritto a più mani”. Per costruirlo bisognava essere inflessibili con tutti.

Fu in via Po che Benedetti rivelò in pieno il proprio caratteraccio. Era sgobbone, aggressivo, impaziente, accentratore, egocentrico, mai soddisfatto. La redazione lo chiamava il Tonno, perché era grosso e spingeva le labbra in avanti. Ma talvolta il tonno diventava uno squalo.

Se un articolo non gli piaceva neppure dopo essere stato grattato più volte, s’incolleriva. Stracciava il pezzo, poi se lo metteva in bocca, lo masticava. E infine ne sputava i frammenti nel cestino della carta straccia.

Benedetti era anche un signore che conduceva un’esistenza da impiegato, tutto lavoro e casa. Pranzo all’una, cena alle otto, niente salotti, niente frequentazioni pericolose. Le più rischiose erano quelle con il potere politico. Lui non aveva nessun rapporto con la Casta di allora. E s’imbestialiva se qualcuno dei suoi vantava di averne.

Mi disse: «Io credo che un giornalista non dovrebbe mai diventare amico di chi sta nei partiti, nelle banche o nelle imprese. Il contatto con la controparte, che prima o poi diventa l’oggetto degli articoli che scriviamo, finisce per neutralizzarti, è fatale. I lettori lo avvertono e non ci ritengono più testimoni imparziali».

Lasciato “l’Espresso” nel 1963, si dedicò al lavoro che gli piaceva di più: scrivere romanzi. Ritornò in pista per dirigere una nuova versione del “Mondo”. Quando lo intervistai, si era appena dimesso. “Il Mondo” si trasferiva da Milano a Roma. E lui non voleva ritornare nella capitale.

Una volta concluso il nostro colloquio in un hotel milanese, si alzò, indossò il cappotto e una piccola lobbia, poi si allontanò nelle nebbia di corso Venezia. Mi resi conto che la sua figura mi ricordava per metà il regista Hitchcock e per metà un prelato d’altri tempi.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart