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LETTERATURA: I MAESTRI: Gianfranco Contini. Piovene, Bassani, Parise, ecco perché vi ho bocciato

14 giugno 2016

di Franco Nencini
[da “La fiera letteraria”, numero 21, giovedì, 23 maggio 1968]

Le « bocciature » di Gianfranco Contini, delle quali tutti parlano, sono nate in montagna, in un villone nei pressi di Domodossola dove l’autore è nato, non a Pian dei Giullari, dove egli vive in mezzo ai suoi clas­sici e lavora circondato da quadri di De Pisis e Morandi. Sei mesi di lavoro, dall’estate scorsa. Mille- cento pagine, cento autori da capire, da salvare, da riscoprire. I rimasti fuori, da questa « Letteratura del­l’Italia Unita-1861-1968 », sono appunto i bocciati. Il libro, uscito da pochi giorni, giĂ  ha provocato recen­sioni non sempre benevoli, ha messo a rumore le cer­chie degli amici e quelle dei nemici. Anche se l’opera nasce formalmente fra i testi scolastici d’avanguardia dell’editore Sansoni, è la prima importante antologia che esce in vista dei nuovi programmi. Il fatto che uno studioso della sua autoritĂ  abbia momentanea­mente lasciato i rimatori dugenteschi per entrare su materia contemporanea (nell’antologia, con una pun­ta di civetteria, si arriva a parlare anche di « Ferrovia locale » e de « Il ballo angelico ») con dichiarata « mancanza di neutralitĂ  » e anzi con tutta la passio­ne e talvolta il divertissement e l’inquietudine dell’e­sperimento di laboratorio, è parso insomma infran­gere le regole del gioco. Neppure è servita la premessa fatta da Contini nell’introduzione. Qualcuno è stato stimolato, anzi, a compilare una polemica « lista dei bocciati »: De Roberto, Deledda, Bontempelli, Pra­tesi, Corazzini, Bassani, Loria, Piovene, Parise, Delfini, Quarantotti-Gambini… L’elenco potrebbe seguitare. Ma a che servono i nomi? Le motivazioni semmai che finora non erano state date. Siamo andati a cer­carle nei dintorni di Firenze, a Pian dei Giullari.

Fiera – Professore, questa sua anto­logia così importante e organica nel tessuto della critica militante, rappre­senta forse uno choc per chi era abi­tuato a considerarla chiuso in una spe­cie di torre d’avorio, Dante, gli studi filologici…

Contini – Direi semmai che si tratti di un ritorno alle origini. Ho iniziato con la critica militante, certo negli ul­timi anni gli interventi si sono dirada­ti, se si eccettua qualche cosa su Para­gone. Ma direi che si è persa un po’ anche una certa funzione delle riviste. L’impegno alla lettura, all’applica­zione di un certo metodo critico, ov­viamente non si è mai perso…

Fiera – AvrĂ  visto come la critica ha parlato di esclusioni, di bocciature. Co­me pensa che certe preferenze, certi stimoli critici, certi amori sperimenta­li trovino la loro collocazione nel tes­suto di una linea maestra, tradizio­nale?

Contini – PiĂą che di esclusioni, par­lerei di assenze. Non ho deliberata- mente voluto escludere nessuno. Vede, un classico lascia tracce memorabili, suscita calore e reazione. Dove la mia memoria non è rimasta per così dire solcata, non ho trascritto. Nella so­stanza, le tavole di presenza sono quelle del gusto della gioventĂą, vocia­no, post-rondistico… Riusata questa bi­lancia a un quarto di secolo di distan­za, m’è parso che gusti e valori pesas­sero ancora. Cito a titolo di esempio il recupero alla funzione militante di un Pascoli, la necessitĂ  di riportarlo a un valore attuale, quotidiano, non tradi­zionale… l’esigenza di vagliare filologi­camente il pluristilismo di un D’An­nunzio e di rivalutare il complesso della sua produzione, di storicizzare Croce e i suoi precedenti…

Fiera – Pare tuttavia di veder trape­lare nelle recensioni la contestazione di un certo « gusto privato », a parte le pagine che lei ha citato e molte al­tre (ad esempio quelle dedicate a Car­ducci e al De Sanctis) e che certo co­me è stato notato resteranno all’attivo della storiografia letteraria italiana, « Quintessenza di attenzione, di ascol­to, di sensibilitĂ  alla storia della cultu­ra e all’invenzione formale ».

Contini – Non credo sia poi così vero come sembra. Certo, cinquant’anni fa chi leggeva Dossi o Faldella poteva ben essere considerato un maniaco. Ma oggi non è piĂą così. Quella che io chiamo « la funzione Gadda » conta, può e deve essere recuperata. In fon­do parlo di eventi che rappresentano la massima punta della contempora­neitĂ , che sono legati da un gioco di influenze e risonanze che ben si pre­stano all’indagine filologica. E’ Pizzuto che spiega Marinetti, e non il contra­rio. Che dire? Se mi si contesta trat­tarsi di inclinazione personale, vorrĂ  dire che qualcosa mi ha spinto a leg­gere e a capire Gadda trent’anni pri­ma degli altri…

Fiera – Parliamo, se non le dispiace, di certe esclusioni. De Roberto, ad esempio, Bassani, e anche Trilussa dal momento che un intero capitolo è dedicato agli scrittori dialettali…

Contini – A mio avviso, De Roberto è scrittore certo stimabile, ma piĂą va­lido per doti morali o di laboriositĂ  che per autentica illuminazione. In- somma, quando c’è un Verga toccato dalla luce della grazia, in un’antologia che impone per forza di cose certi li­miti di spazio, si può sacrificare ciò che al confronto può apparire secondario. Semmai, ecco, mi sarebbe pia­ciuto mettere piĂą Capuana, certe pagi­ne de Il marchese di Roccaverdina.

Lo stesso discorso di De Roberto si può fare per la Deledda. Ho cercato di fare un’antologia il piĂą vasta e rappresentativa possibile. Escludendo la Deledda non sento insomma di avere escluso aspetti dello spirito o ricerche formali che non abbiano avuto altre superiori manifestazioni… A mio avvi­so un’antologia deve mettere a contat­to non con dei nomi, ma con dei tipi di esperienza… Quanto ai meridionali­sti mi sembra che abbiano perso giĂ  molta per strada… Altre volte i motivi sono stati di ordine diverso: per Bas­sani non mi è riuscito di isolare una pagina, di strapparla dal contesto, o l’editore; di Pavese alcune cose tra le piĂą importanti non potevano essere ci­tate per motivi di circolazione scolasti­ca…

Fiera – Ma lei, professore, ha avuto sempre presenti i destinatari dell’anto­logia, cioè gli studenti? Non ritiene, in altre parole, che molti presupposti per la piena comprensione dei contenuti critici piĂą importanti o piĂą originali di questa antologia possano mancare a un ragazzo di diciotto anni?

Contini – Si trattava di far circolare anche valori che non hanno mai avuto

un avallo amministrativo-scolastico di fiducia. Forse fino a ora gli studenti sono stati sottovalutati. Ho procurato, prima con le schede critiche e poi con una scelta adeguata dei testi, di dar modo di usare questi strumenti. Del resto gran parte di questa letteratura, che è stata di Ă©lite, oggi penso che possa benissimo circolare ed essere compresa nell’ambito di quella che si suol chiamare cultura di massa, e anzi forse acquistare un valore ancora piĂą pregnante…

Fiera – Che immagine ha di questi giovani?

Contini – Mi sembra che abbiano un controllo della loro avventura esisten­ziale e intellettuale assai piĂą forte di quello che avessimo noi. Riscontro in loro un grande impegno su tutti i va­lori formali del ragionamento. Sono molto suscettibili di essere educati, meno istintivi della generazione prece­dente. Non a caso — mi pare — la filo­logia è anzi diventata di moda, come studio: anche questo conferma l’esi­genza di un controllo razionale eserci­tato sui Valori formali. Che circoli Saussure, passi, ma quando vedo cir­colare fra i giovani anche gli struttu­ralisti di Praga vuol dire che non è so­lo una moda…

Fiera – Non pensa che sia anche una reazione a un certo passato?

Contini – Non direi, è talmente ar­cheologico quel passato cui lei si rife­risce… Direi semmai che bisogna por­tare questi giovani a recuperare Cro­ce. In fondo prima di ossificarsi è sta­to l’idealismo crociano a esercitare questa funzione di reazione…

Fiera – In una antologia che arriva fino al 1968, e che presenta testimo­nianze e sensibilitĂ  così attente a ogni anche lontano sperimentalismo, non le sembra di avere in qualche modo « sa­crificato » la presenza dell’avanguardia?

Contini – Definirei la mia posizione a questo riguardo come di attesa. Ciò che conosco mi sembra al momento che rappresenti solo moduli invecchia­ti, o che per altre componenti e opere sia al di sotto del livello dei grandi sperimentalismi, presenti di contro in maggior misura in un Gadda o in un Pizzuto. Sperimentare per sperimenta­re, meglio i piĂą illuminati…

Fiera – Esistono anche dei fattori formali piĂą generali che provocano questo suo giudizio?

Contini – Ecco, guardi, mi vado sem­pre piĂą convincendo che letteratura e poesia siano un fatto vocale, destinato all’esecuzione. Questi nascono e muoiono nello scritto di matrice stret­tamente tipografica o grafica… Insomma, in un MallarmĂ© c’è bene una dop­pia gestione, sia vocale che scritta, in questa nostra avanguardia mi sembra che i testi non resistano alla lettura…

Fiera – Ma in alcuni proprio il segno o il collage hanno valore espressivo, si è parlato di poesia visiva…

Contini – Avranno forse queste ope­re legittimitĂ  altrove. Ma allora nella mia antologia avrei dovuto mettere anche pittori, grafici, architetti… Vede, ad esempio il teatro di Beckett o di Jonesco è un tentativo riuscito di « lettrisme » portato a realtĂ  di esecu­zione…

Fiera – Ci siamo forse allontanati dal centro dell’argomento. Quali sono i metodi di lavoro che ha seguito?

Contini – Le dicevo prima dell’im­portanza del segno nella memoria. Non ho schedari, non sottolineo i li­bri… Sarebbe un violare la loro unitĂ … Mi creda, i libri hanno un imene che non deve essere infranto… Ho cercato comunque una unitĂ  di dettato: si trat­tava infatti di considerare letture di trenta o quaranta anni fa come se fos­sero contemporanee, come se questi si­gnificati critici li avessi scritti o senti­ti per la prima volta… Non direi che vi siano stati grandi scossoni. Gadda mi è parso che nel tempo crescesse ancora, Roberto Longhi l’ho ritrovato un punto centrale, un caso limite di grande prose « per sĂ© », e insieme di rapporto mentale illuminante…

Fiera – Pensa, di contro a questi va­lori stabili e certi, che oggi in Italia ci sia un po’ una corsa a non perdere i treni, oggi lo strutturalismo, domani chissĂ …

Contini – Guardi, io non sono avver­so agli snobismi culturali. Anche per­chĂ© penso che in fondo, dove c’è fumo c’è anche un po’ di arrosto. Certo, ve­dere strapazzati, portati per strada i nostri silenziosi idoli di laboratorio può dare fastidio… Semmai il pericolo che si sta correndo è un altro: metodologizzare invece di divulgare, un gioco fine a se stesso, un allontanamento dalla vita, un ragionare sulle moda­litĂ … E alcuni di questi giochi diven­tano di fatto pericolosi, certa sociolo­gia, certe antropologie, le cosiddette comunicazioni di massa, grammatica­lizzano il senso vitale in termini non di rado irrazionali… La morte di Cro­ce, è vero, ha liberato l’Italia da un controllore perpetuo, ma oggi si assi­ste a un libertinaggio corrente, come quelli di figli adolescenti troppo a lun­go vigilati e repressi che oggi impazzi­no dietro alla vaga venere…

Fiera – Un’ultima domanda sull’an­tologia: non le sembra, nell’economia generale, di aver avuto eccessiva pre­dilezione per gli scrittori toscani?

Contini – Quasi sempre, in qualche clausola o modulazione, trovo la gran­de impronta di Tozzi. Se la narrativa oggi ha un senso, mi sembra che piĂą degli altri questi toscani abbiano sen­tito la realtĂ , non siano corsi dietro a elaborazioni per sillogismi…


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