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LETTERATURA: I MAESTRI: Giorgio Bassani

21 ottobre 2017

di Claudio Marabini
[da: “Gli anni Sessanta – Narrativa e storia”, Rizzoli, 1969]

Nasce di lontano, in Bassani, la preparazione e l’approdo alla morte. Il suicidio di Edgardo Limentani, protagonista dell’Airone (Mondadori, ‘68), non sorprende. Consideriamo questa morte sotto un duplice aspetto: di rifiuto della vita, ovviamente; ma soprattutto di conquista di un altro mondo, un Regno anzi, dove l’immobilità eterna esalta la vita.

Nasce non solo da motivi individuali, psicologici innanzi tutto, e di razza (la componente israelitica), ma anche dalla cultura in cui lo scrittore si è formato: quel filone del decadentismo europeo che, nascendo e nutrendosi del simbolismo francese, intorno alla grande e affascinante personalità di Baudelaire, è pervenuto al nostro ermetismo isolando all’apice dei propri valori il culto dell’ineffa­bile.

Cecov e Mann, il Mann soprattutto dei romanzi brevi (primo tra questi La morte a Venezia, con quell’approdo al Regno finale che è insieme dissoluzione e trionfo); il Joyce dei Dubliners, Proust naturalmente, e Conrad, e Svevo; e al di là di Ungaretti e Montale, i « fari » più prossimi, gli anelli di congiungimento con la « couche » simbolistica, vale a dire gli Eliot, i Garcia Lorca, gli Esenin:  questi nomi, che ricorrono nel retroterra culturale di Bassani, circoscri­vono sufficientemente un’area letteraria in cui l’ineffabile è rivalsa contro il tempo, esaltazione della vita nei suoi momenti di verità  (in quell’unico momento di verità), ricerca ansiosa in una sorta di continua pena senza appagamento, se non parziale, lungo una strada in cui il traguardo della perfezione è ogni volta rinviato a quello finale;  e su un terreno narrativo in cui il realismo s’ammanta  di atmosfere  irreali,  sfuma  i  contorni  nell’alone   di  una   luce che sembra scendere da altri mondi, si carica infine di significati che oltrepassano gli angusti limiti delle nostre piccole giornate1.

L’ultima giornata di Edgardo Limentani affronta l’estremo mo­mento di verità, quello in cui l’ineffabile svela se stesso: si tratta dell’apparizione della morte, del suo magico risplendere dalla soglia del regno della perfezione, del suo persuadere e piegare le fibre della vita a un’altra vita che la esalti e la renda incorruttibile, in un Re­gno in cui non solo sia scomparso il dolore ma risplenda la bellezza. Limentani ha forse motivi pratici validi per sopprimersi; ma que­sti motivi vengono superati e dimenticati: domina una quieta e occulta felicità.

L’airone racconta quest’ultima giornata: come la decisione ma­tura, con irreparabile lentezza, nel cuore di Edgardo Limentani. Sia­mo a Ferrara nella prima parte del racconto, a Codigoro e nelle valli di Pomposa in seguito; infine di nuovo a Ferrara. Edgardo Li­mentani è un ebreo, come tanti dei personaggi di Bassani; ma per la prima volta l’etichetta israelitica, altrove determinante, passa qua­si inosservata. Nella sua vita l’ebraismo ha inciso, naturalmente, so­prattutto sotto il fascismo, e forse non meno che per altri personaggi della narrativa di Bassani. Ma i pericoli corsi non devono essere stati gravi: l’ombra della deportazione, per esempio, non si affacciò a sconvolgerla, come accadde ad altri. Ora, nel ’47, sono cose re­mote. Contano ben di più le agitazioni comuniste contro la pro­prietà terriera; e per i braccianti di Codigoro, dove Limentani ha una tenuta, il padrone non è un ebreo ma soltanto un padrone, da cui ottenere più convenienti patti di lavoro2.

Limentani è semplicemente un uomo stanco della vita, senza più scopo. Non la riempiono, la sua vita, né l’affetto della vecchia madre, né quello della figlia; né, tanto meno, la cura della vasta proprietà, così insidiata (gli operai una volta lo minacciarono con le zappe); né la riempie la compagnia della moglie, sua ex amante, a lui del tutto estranea. E non possiede, ovviamente, la fede, né quel fermo e orgoglioso sentimento di appartenenza a una millenaria co­munità, di altri personaggi dello scrittore.

Si deve anzi aggiungere che la situazione politica generale gli nu-tre un fastidio tanto impalpabile quanto assiduo, che insidia i suoi giorni e lo rende, inconsapevolmente, sospettoso e sempre più incline alla rinuncia : infatti, la tenuta è oramai da tempo intestata alla mo­glie. È sufficiente che Romeo, il portinaio, o Cavino, il ragazzo di caccia, mostrino un comportamento in qualche modo ambiguo, che il sospetto politico affiora, trasferendo ai casi minimi quella che è sentita come l’ostilità dei tempi. Ed è per questa fatale e vaga osti­lità che Limentani non ha l’animo di intraprendere le migliorie agri­cole necessarie a stare al passo col progresso e a rinnovargli il credito bancario. Si riconosce senza rimedio un « sopravvis­suto » (p. 52).

Limentani alla vigilia di Natale del ’47 si alza prima dell’alba per andare a caccia in valle. Tutto è preparato da tempo. Però egli si sente come immerso in un « cupo pozzo di tristezza accidiosa » (p. 81). La sua giornata sarà descritta minuto per minuto nella più scrupolosa « quotidianità ». Lo vediamo vestirsi, persino tentare di liberare il corpo, salutare le persone di casa, partire in macchina, arrivare a Codigoro, perdere tempo in un caffè, finalmente ripartire verso Pomposa, inoltrarsi nelle valli e arrivare alla sua botte. Po­che ore, che tuttavia valgono un’esistenza e nelle quali va notato come a tratti anche gli oggetti e gli ambienti assumano per lui aspet­to e significato ostile, o meglio estraneo. Appena sveglio, la stanza gli appare « estranea » e « squallida »: « ogni oggetto che gli veniva sottocchio, lo urtava, lo infastidiva » (p. 12). Si guarda allo speri Ino e il suo viso è come « se fosse il viso di un altro » (p. 31). Saluta la moglie, partendo, e « ancora una volta era come se fra lui e le cose che vedeva si levasse una specie di sottile lastra di vetro » (p. 23). Scende le scale e ha « la sensazione di calarsi dentro un pozzo » (p. 30). Infine, in valle, si guarderà intorno « come se stesse so­gnando » (p. 103).

In botte Limentani non spara un colpo; spara soltanto il ra­gazzo che lo accompagna, a cui ha ceduto un fucile. A un certo punto persine si addormenta. Poi, in ciclo appare, stranamente, un airone. L’uccello, allontanatosi chissà perché dal mare, viaggia fa­ticosamente, scompare alla vista, torna; e quando Limentani s’è im­medesimato in quel volo, che sembra cavargli dal sangue il senso di quella tristezza accidiosa e dell’inesplicabilità d’ogni cosa e del de­stino, la fucilata del ragazzo lo abbatte. Non è morto però: ferito a un’ala, viaggiando sull’acqua, punta verso la botte di Edgardo, che può fissarne l’occhio lucido e seguirne ogni movimento. L’airo­ne si trascina verso un folto di canne, estrema speranza di sal­vezza mentre il sangue esce dalla ferita e la morte si fa strada in lui, e prima che il cane parta per agguantarlo. Limentani potrebbe fi­nirlo, ma sente che sarebbe come sparare a se stesso.

Torna poi a Codigoro in tutta fretta, con la sensazione, « assur­da d’essere inseguito» (p. 118); e sente il bisogno di «calma, sicu­rezza, stabilità d’umore, senso esatto ed equilibrato delle cose » (p. 119). (Più avanti, sfiorato dal sospetto di una tresca fra la moglie e il fattore, si riconoscerà « l’inveterata disposizione a non vedere niente di quello che rischiasse di rendere pericolante la sua tran­quillità… ») (p. 190). Prende un’abbondante colazione, riposa in un alberghetto (e ogni incontro, ogni atto, anche il più umile e fisico, sembra respingerlo dalla vita), finalmente esce a camminare nella nebbia, la quale, ad accrescere il senso di sortilegio, all’improvviso scompare. Limentani si sente di nuovo come dentro un sogno, un delirio.

Delirava, sì: e chissà da quando. Dalla mattina, dal momento che si era svegliato, e poi, via via, lungo l’intera giornata fino ad ora, lui non aveva fatto che delirare. Delirava ancora. Codigoro; quei por­tici… Con una lucidità repentina, si sorprese a chiedersi: ma lui, lui stesso, vestito da caccia, col berretto di pelo in testa, a quell’ora, sotto quei portici, ma lui chi era, veramente? (p. 170).

Tenta di rinnovare, con una telefonata, l’antica amicizia di un cugino (il quale, lui sì, s’è scelto un’altra vita precisa, facendosi cattolico prima di tutto e adattandosi a una « routine » familiare), ma all’ultimo momento recede. Il suo vecchio male – le « sue solite cose » – gli è di nuovo addosso : ha provato invidia per « tutti gli altri» (« Come erano bravi a godersi la vita! ») (p. 125); gli è cre­sciuto dentro « un senso di inutilità » (p. 129); un brutto sogno, men­tre riposa, gli ha vieppiù sconvolto l’animo. Potrebbe tornare: Fer­rara, la sua casa, lo respingono come un carcere. Ma del resto: a che scopo rimanere? Vagando nel buio gli torna il ricordo dell’ai­rone ferito:

Prima che, a furia di perdere sangue, gli occhi gli si velassero, l’airone aveva dovuto sentirsi all’incirca come lui adesso: chiuso da ogni parte, senza la minima possibilità di sortita. Con questa differenza, però, a suo svantaggio : che lui era vivo, ben vivo : che non aveva perduto neanche una goccia di sangue… (p. 171).

Si trova davanti alla bottega illuminata di un imbalsamatore e si scopre riflesso nel vetro fra i numerosi animali, che nella loro splendida immobilità sembrano attingere a una perfezione enigma­tica quanto solenne.

Vivi, ad ogni modo, anche gli uccelli, di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi; tirati a lucido; ma diventati belli, soprattutto, certamente più belli, e di gran lunga, di quando respira­vano e il sangue correva veloce nelle loro vene: lui solo, forse – pen­sava -, era in grado di capirla davvero, la perfezione di questa loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo (p. 186).

In quel momento nasce in lui il pensiero luminoso, che gli porta pace, persino gioia. Si ucciderà, sceglierà il regno non corruttibile in cui la vita ha lo stesso intatto fascino che sprigionano quelle be­stie e che sprigionava l’occhietto dell’airone ferito. Ora un pensiero segreto «lo liberava», «lo salvava» (p. 187).

Il lungo racconto esercita un fascino molto sottile. Non si tratta soltanto della « suspense » creata dallo scrittore con abilità e con tecnica collaudata: per cui, il racconto, quasi a volute concentriche e sempre più strette, converge verso un punto risolutivo, al quale conducono, in modo particolare, le annotazioni sulle più segrete rea­zioni all’ambiente esterno, sui più intimi moti dell’animo e certe poetiche, e al tempo stesso astute, sospensioni (a tu per tu con l’ai­rone ferito, Limentani « ebbe modo di ricambiare abbastanza a lun­go quello sguardo… » [p. 109] : e i puntini di sospensione intenzional­mente prolungano la suggestione di quel colloquio allusivo)3. Si tratta soprattutto della suggestione esercitata dalla presenza della morte, avvicinata frontalmente e tradotta nei concreti lineamenti non solo della quiete liberatrice ma dell’arresto del tempo: anzi del­la sua scomparsa.

Abbiamo cercato di isolare, riassumendo il racconto, i motivi pratici, storicizzabili, del suicidio di Limentani. In realtà, come s’è visto, essi restano remoti; anzi, durante la giornata, sempre più sembrano allontanarsi, sino quasi a dileguare dal momento in cui l’ap­parizione dell’airone fa scoccare nella coscienza dell’uomo quel gong misterioso che più tardi assumerà fisionomia di una precisa decisione. Bassani, più che quei diretti motivi, ha colto il loro riverbero nella giornata di Limentani, nei piccoli atti e gesti, nel comporta­mento. Non s’è rifatto al passato altro che per cenni fuggevoli, quasi si trattasse di cose già note o superflue, ma ha cercato nella « quoti­dianità » del presente la loro traduzione effettuale. È sufficiente che in casa dei Manzoli, al momento di partire, venga sollevata la que­stione del genero comunista, il quale sembra non amare troppo il lavoro e su cui bisognerebbe cercare di influire, perché Limentani senta che « anche la cucina dei Manzoli era diventata di colpo ina­bitabile: un posto, anche questo, da cui bisognava sloggiare » (p. 39).

È questa una delle differenze sostanziali tra L’airone e tutta la precedente narrativa di Bassani, dove la realtà politica ha funzione diretta. E non si dice soltanto la realtà politica, ben documentata sullo sfondo di avvenimenti di portata storica, di alcune delle storie ferraresi, come per esempio Una notte del ’43 e lo stesso Giardino dei Finzi-Contini, ma anche la realtà spicciola, familiare o scola­stica, di lunghi racconti come Gli occhiali d’oro o Dietro la porta. Nell’Airone anche questa spicciola realtà è allontanata e ciò che se ne coglie è appena un riverbero sul presente, sul brevissimo momento che sta passando. Perché la moglie, per esempio, accenna alla te­nuta, mentre Edgardo la sta salutando? Perché è al corrente della minaccia dei braccianti o per rammentare che è sua? Il marito non sa: soltanto, sente ancor più di doversene andare, per restare solo finalmente.

L’operazione è di fondamentale importanza ma anche molto ri­schiosa. Il rischio corso dallo scrittore sta nel peso che assume que­sta realtà, vale a dire le cause che stanno alle spalle della morte: nella difficoltà, insomma, di colmare il vuoto che fatalmente si apre dietro al presente : come se, infine, la « quotidianità » del racconto non risulti sufficientemente « tesa » per scoccare una freccia a tal punto definitiva. Perché questo? Perché si sono allontanati nel tem­po, con la loro cupa minaccia, i motivi della separazione israelitica e del fascismo? Eppure siamo appena nel ’47, sono trascorsi pochi anni dalla deportazione dei quasi duecento ebrei di Ferrara, tra cui erano Micòl Finzi-Contini ed Elia Corcos (la lapide in via Mazzini non è ancora coperta di polvere), i comunisti sono appena stati allontanati dal governo, da poco De Gasperi è tornato dal viaggio in America… 4

Si aggiunga il rilievo intorno alla struttura temporale del rac­conto rigorosamente chiuso nell’« unità di tempo » di una giornata: ciò che è nuovo nella narrativa di Bassani, tutta distesa, sempre, in un lungo arco di tempo, bisognosa anzi di tale espansione, in cui giuocare d’elegia e concentrare il significato di una intera vita. Lida Mantovani, Oreste Benetti, Elia Corcos, Gemma Brondi, Geo Josz, Clelia Trotti, Pino Barilari, il dottor Fadigati, Marco Giori, Micòl Finzi-Contini sono esistenze concepite in un lungo periodo, spaziate in intervalli dentro cui penetra la magia del Tempo. In esse l’elegia è quasi sempre vocazione al passato e all’immobilità, estrema reminiscenza idillica, commisurata sullo scorrere fatale degli anni e sul mutare irreparabile delle cose.

Il passato di Edgardo Limentani esiste invece soltanto a brandelli; è forse un vuoto. Non esiste alcuna preistoria del personaggio, a dif­ferenza degli altri di Bassani, sempre ben circoscritti nelle ascen­denze della famiglia, talora su su per generazioni, come i Finzi-Con­tini. Limentani pare « sradicato »; la stessa casa di via Mentana non ha contesto urbano, pare isolata, come una monade; non si sente, intorno, Ferrara, uno degli elementi più vivi e caratteristici, tutta Storia, della narrativa di Bassani. In fondo, è fatale che Limentani vada a camminare per le strade anonime di Codigoro e desideri il vuoto delle « larghe » : il passato e la Storia non sono più dentro di lui. Ed è giusto che non spari un colpo : ciò che cercava era quel vuoto e quel silenzio 5.

L’airone si alza, su questo vuoto, come una fatale chiamata, un improvviso pinnacolo simbolico. Trascina seco, è vero, come vago uccello imparentato, nel suo alto volo, ad illustri predecessori di ti­pica specie marina, un denso alone letterario, che nasce dal roman­ticismo orrido e favoloso di un Coleridge (La ballata del vecchio marinaio) e dal simbolismo di un Baudelaire (L’albatros) per arric­chirsi del fascino della letteratura di mare tipo Melville e Conrad, magari per approdare alla suggestione balenante e prismatica, alla Borges, del recente « gabbiano » di Raffaello Brignetti. Ma l’airone di Bassani sembra avere una funzione diversa da quella cara al romanticismo e al simbolismo (la purezza, l’ideale, la poesia…); sembra più semplicemente simboleggiare, col suo volo arrancante, la stanchezza dell’esistenza, richiamando verso il vuoto del ciclo, contro cui all’improvviso si staglia come un bizzarro segno grafico, l’ansia d’as­soluto e di pace che anima Limentani. Anch’esso, come l’albatro di Coleridge e di Baudelaire, viene abbattuto; non avvilito, tuttavia, come negli illustri predecessori accadeva; anzi seguita, in una sorta di inconscia tenacia, a vivere, nonostante la morte avanzi, con­centrando nell’occhietto e nelle penne lucide – come gli uccelli che più tardi Limentani vedrà imbalsamati – una vitalità tesa, solenne. E non vi sarà scempio né derisione; semplicemente, verrà osservato che non è commestibile e sta meglio imbalsamato; e finirà assieme al ricco bottino, intatto però nel suo fascino di messaggero del ciclo, forse dell’eternità, e tuttavia fiacco, nel suo volo, e quasi arrancante contro il vento più forte di lui. Alla fine Limentani concluderà la sua stanchezza nella morte; e l’assoluto del ciclo, la quiete finale, si unirà ad essa. L’airone, morte ed esaltazione della vita, è lui stesso. E la morte è non solo l’arrestarsi del tempo, ma spazio, luminosità, quel Regno in cui gli uomini non cambiano più.

Per la prima volta, forse, da quando era al mondo, gli capitava di pensare ai morti senza paura. Soltanto loro, i morti, contavano per qualche cosa, esistevano veramente. Ci  mettevano un paio d’anni a ridursi al puro scheletro: lo aveva letto da qualche parte. Dopodiché non cambiavano più, mai più. Puliti, duri, bellissimi, erano ormai di­ventati come le pietre preziose e i metalli nobili. Immutabili, e quindi eterni (p. 189).

Ciò che nell’Airone è tema centrale, quasi programma escato­logico, balugina tuttavia, e con intensità, nella precedente narrativa: ne costituisce anzi, secondo noi, il motivo più profondo, lirico e mo­rale al tempo stesso. Dicevamo che l’approdo alla morte nasce di lontano. Limentani infatti è preparato da una serie di persoli,! e di vicende che oggi, alla luce di quest’ultima opera, sembrano convergere su di lui.

Prendiamo il volume delle Storie ferraresi, l’edizione del ’60 (Einaudi), comprendente anche Gli occhiali d’oro e due racconti molto brevi, il primo addirittura un bozzetto, dal titolo Il muro di cinta, che apre il volume. Potrà forse avere agito nello scrittore anche una patetica volontà di omaggio alla propria comunità, o alla stirpe in­felice (e l’infelicità recente sarà ben documentata nel volume) nell’aprirlo con le poche pagine dedicate a una inumazione nel cimitero ebraico; ma noi amiamo scorgere in questa collocazione una deliberata dichiarazione lirico-morale. È la morte che Bassani pre­senta al lettore, innanzi tutto, nel volume definitivo delle « storie » che lo hanno reso celebre e che hanno espresso la tragica fine di una gente e in parte anche di una città. Qualcuno, a conclusione disperatamente e virilmente consapevole, commenta : « Ma dopo la morte non c’è più nulla. Solo i morti stanno bene. Come vorrei già essere sottoterra con loro » (p. 9). E sono all’incirca le stesse parole di Limentani davanti alla bottega delPimbalsamatore.

In Lida Mantovani non c’è in apparenza che il placarsi del do­lore e della passione – giusta la didascalia tratta dalla Princesse de Clèves – lungo gli anni: il peccato di gioventù di Lida attenua il suo peso amaro. Eppure la morte spunta, col suo benefico tradi­mento, col suo aspetto sereno, a ghermire Oreste prima che la vita gli scopra, attraverso l’estrema delle delusioni – quella di non ot­tenere un figlio dalla moglie – il suo vero volto. Il commento del­l’autore si unisce al pensiero di Lida nelle ultime parole poste a sug­gello, come una clausola morale, della malinconica, eppur consolante, storia : « Con altrettanta certezza, tuttavia, cogliendolo di sor­presa, la morte aveva prevenuto e impedito in lui ogni principio di disperazione » (p. 54).

Nella Passeggiata prima di cena Elia Corcos, il grande clinico, vive in una sorta di romitorio. S’è sposato – un curioso, umile ma­trimonio – ha svolto una onorata, anzi gloriosa professione, ma la sua vita è come trascorsa « fuori del tempo ». Senso della missione di scienziato? Orgoglio? Forse. L’ambiguità sottile del personaggio, la sua arida enigmaticità, diffondono sul racconto una atmosfera molto densa. La morte non s’affaccia – breve dato di cronaca -altro che fuori dalla cornice del racconto stesso, prendendosi Cor­cos, vecchissimo, nei forni a gas tedeschi. Ma tutta la sua vita d’uo­mo vegeto e vivo ne è una sorta di anticipo, di prefigurazione egoi­stica e ironica : lui così « alto » sulle cose, mentre lo ammiriamo guardare davanti a sé, assente, forte di un temperamento e di una volontà di indipendenza che mancheranno a Limentani.

La più drammatica e struggente rappresentazione della morte, come disperata conquista e vittoria contro la vita, la troviamo in Una lapide in Via Mazzini, il racconto più pregnante e misterioso di Bassani. Geo Josz, dei quasi duecento ebrei ferraresi scomparsi a Buchenwald, è l’unico superstite. Torna a Ferrara; ma in realtà non è solo un sopravvissuto (e qui il termine ha concreta rispondenza a tragici fatti storici:, laddove per Limentani, come osservavamo, non è che condizione esistenziale) ma un’ombra, un morto anzi. Il suo nome resta inciso nella lapide della sinagoga in via Mazzini e alla fine la sua trasandata figura scomparirà senza lasciare traccia. « Egli veniva da molto lontano », insinua con attenta arte l’autore quasi all’inizio del racconto : « da assai più lontano di quanto non venisse realmente! » (p. 99). E rivela presto quella che risulta molto più che una mania: «l’insofferenza acuta, profonda […] per ogni se­gno che gli parlasse, a Ferrara, del passaggio del tempo, e dei mu­tamenti anche minimi da esso portati nelle cose» (p. 103). «Possi­bile, » commenta Fautore per bocca di un parente di Geo « che do­po essere sceso all’inferno, e per miracolo esserne risalito, in lui non ci fosse altro impulso che di rievocare immobilmente il passato…? » e che le pareti della sua stanza debbano essere « tappezzate » dalle fotografie « dei suoi morti »? (p. 111). « Tutto, in Geo, » è detto più avanti « parlava del suo desiderio, anzi, della sua pretesa di ritor­nare ragazzo, quel ragazzo che era stato, sì, ma insieme, precipitato come era nell’inferno senza tempo di Buchenwald, non aveva po­tuto mai essere» (p. 116). È una struggente follia; ma, ancora a ridosso della tragedia, con intorno i segni freschi della guerra, forse è lecito nutrire l’illusione: forse i morti torneranno nella città che sarà ancora quella d’allora, né importa se i platani ripiantati lun­go i bastioni crescono. Tale è la magia del racconto che a poco a poco Geo, i ferraresi che lo tengono d’occhio e i muri della città che fanno da quinta assumono la fantastica consistenza di una sce­na irreale, fantasmi in una ribalta provvisoria, fuori del tempo, sor­ta di limbo in cui ogni sortilegio sembra possibile. Ed è sufficiente, perché ciò avvenga, la luce « di un calmo crepuscolo di maggio » : in essa, forse, può ripetersi il miracolo del poeta simbolista, il Rimbaud delle Illuminations e della Saison en enfer: « Et j’ai vu quelquefois ce que l’homme a cru voir » 6.

Ciò accade – riflettiamo – all’inarca nello stesso periodo di tem­po in cui Limentani decide la propria sorte; infatti Geo abbando­nerà Ferrara dopo le elezioni del 18 aprile ’48. Eppure, tra i due, noi sentiamo che è trascorsa un’epoca. Ciò non toglie, però, che le due ombre, vaganti l’una in una Ferrara fantastica e l’altra in una Codigoro notturna (quel giuoco della nebbia), siano profondamente vicine, e come la prima è stretta dal cerchio silenzioso delle sue om­bre intatte, che dalle pareti della stanza lo guardano, così la secon­da va istintivamente a includersi tra quelle, egualmente intatte, de­gli animali imbalsamati, sulle quali, a Ferrara come a Codigoro, aleggia la luce irreale dei luoghi in cui il tempo si è fermato, quella in cui volano gli aironi e possono risuonare gli urli « disumani » di Geo. In fondo, per Geo e Limentani l’approdo finale è lo stesso: solo che Buchenwald, su Geo, ha compiuto ciò che Limentani ha dovuto invece operare su se stesso, senza tragedia, minuto per mi­nuto, con perfetta lucidità. La morte vera di Geo è arrivata prima di quella fisica, piccolo dettaglio del resto, di cui l’autore, giusta­mente, non darà conto. « II silenzio, l’immobilità assoluta, la pace » che Limentani scopre di là dal vetro illuminato, Geo se li è portati da Buchenwald, anzi da un luogo assai « più lontano » di quanto « realmente » Buchenwald non fosse.

Si può seguitare. Clelia Trotti, nel racconto che da lei prende il nome, si rivela una donna che insegue « un suo sogno »: « per­duta, sempre, nel suo solitario, eterno vaneggiamento da reclusa » (p. 180). Politicamente, è una sopravvissuta. E Bruno Lattes, il gio­vane ebreo che l’accosta, vorrebbe che né lei né nient’altro intorno cambiasse : « per tutti quegli anni, nella sua memoria, Clelia Trotti non era mai cambiata». Questo infatti avrebbe voluto: « che non cambiasse mai, che restasse sempre uguale a come l’aveva vista l’ul­tima volta… » (p. 143). E Clelia Trotti morirà sepolta nel dimenti­catoio di Codigoro, dove Limentani ne vedrà il nome in parte can­cellato su una targa all’angolo di una strada.

Una notte del ’43 porta al centro un tragico fatto di sangue a tutti noto. Ma dietro la Storia c’è un modesto personaggio, il far­macista paralitico Pino Barilari, che vive come in una tomba, sol­tanto guardando giù dalla finestra su corso Roma. Quella notte lui vedrà l’esecuzione degli undici ferraresi, ma vedrà anche il furtivo, e tristemente eloquente, ritorno della moglie. E non dirà parola, non muoverà un dito, neppure quando al processo potrebbe smascherare Carlo Aretusi. Orgoglio? Geloso pudore? Intanto la sua tomba domestica resta intatta. Anna lo lascerà, ma sarà lei a vo­lerlo, e abbastanza tardi. La sua ombra, fantasma di un uomo so­pravvissuto a se stesso, resterà dietro la finestra di corso Roma.

Bisogna poi soffermarsi sul suicidio del dottor Fadigati degli Oc­chiali d’oro. Limentani ha un precedente e va notato. I motivi del suicidio di Fadigati sono gravi, clamorosi addirittura; al suo con­fronto Limentani pare un dilettante, un esteta del suicidio. Quei motivi si innestano su una spaccatura sociale, scoprono a sangue una « separazione », in cui il dentista naufraga. A un certo punto la vita gli aveva presentato « il vuoto tremendo delle giornate » (p. 284). La soluzione giunge quasi scontata. E come reagisce l’« io nar­rante », in parte certo autobiografico, che come ebreo sente sulla propria pelle il dramma della « separazione » sociale? Reagisce con stupita ma virile serenità. Appresa la notizia da un giornale: «Re­spirai profondamente » dice. Dopo il primo tumulto, il cuore « ri­diventava a poco a poco regolare… ». E, « quietamente », ne diede l’annuncio in casa (p. 318).

Infine il Marco Giori di In esilio, il breve racconto che chiude le Storie ferraresi. Marco Giori è un giovane ricco e distaccato, pa­reva avere davanti un avvenire affascinante di viaggi ed evasioni. Passano molti anni e una sera (ancora un crepuscolo: che pare l’ora della verità) lo scrittore lo riconosce nell’uomo maturo fermo a chiac­chierare sul sagrato di Ambrogio, il borgo nativo, intorno a cui si distendono le proprietà del padre. Il borgo, gli interessi, forse la pigrizia lo hanno risucchiato. Ora assomiglia al padre, e ne ha messo persine insieme la pelle, stranamente simile al « cuoio grasso ». Non ne uscirà più, è certo. È il suo « esilio », come dice il titolo, le dimissioni dalla vita sognata in gioventù: un modo di trasformarsi, anche lui come gli altri, in un sopravvissuto.

Poi, esempio macroscopico, Il giardino dei Finzi-Contini. Non è necessario, certo, richiamare la pagina iniziale sulla tomba etrusca dei Matuta di Cerveteri, che dà la chiave del romanzo7. I Finzi-Contini sono tutti morti in quei « campi » da cui Geo Josz miracolosamente è tornato. Sono vivi, perciò, della vita d’allora, che cor­risponde agli anni della giovinezza dello scrittore. Micòl, per esem­pio, non potrà invecchiare; come per gli etruschi, nel sepolcro familiare, nulla potrà mai più cambiare.

Varcata la soglia del cimitero dove ognuno di loro possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra poco, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l’eternità non doveva più sem­brare un’illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve re­cinto sacro ai morti famigliari; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti, si provvedeva “a far scendere tutto ciò che rendeva bella e desiderabile la vita; in quell’angolo di mondo difeso, riparato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiava ancora, dopo venticin­que secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperti d’erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai cambiato (p. 16).

Del resto, quale la natura dei due protagonisti, quella per cui Micòl giudica che il matrimonio non sarà mai, non che possibile, saggio? Il culto del passato, il vivere con la testa girata all’indietro: la mancanza di « quel gusto istintivo delle cose che caratte­rizza la gente normale ».

[…] per me, non meno che per lei, più del possesso delle cose con­tava la memoria di esse, la memoria di fronte alla quale ogni pos­sesso, in sé, non può apparire che delusivo, banale, insufficiente […] La mia ansia che il presente diventasse subito passato, perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio, era anche sua, tale e quale. Era il nostro vizio, questo: d’andare avanti con la testa sempre voltata all’indietro (p. 224).

Micòl morirà e oramai è ben poco importante quello che, in barba allo sfortunato « io narrante », può essere corso tra lei e l’at­tivo, ben legato al presente, Malnate. Non importava, a Micòl, del futuro : « lo aborriva », preferendo l’oggi e più ancora « il caro, il dolce, il pio passato » (p. 292). E sono le ultime parole del romanzo, per il quale potrebbero valere, assieme alle parole tratte dai Promessi Sposi, le altre, scovate in un taccuino di Stendhal dal giovane mentre era in Francia: « Alt lost, nothing lost » (p. 229).

Facciamo un passo indietro, alle poesie di Bassani poco più che ragazzo, quelle in particolare di Te lucis ante, fra l’altro indicate dal­lo scrittore come determinanti del suo futuro lavoro di narratore. Si tenga presente il titolo, che si ispira all’inno che la Chiesa canta nel­l’uffizio di compieta, al « compiersi » cioè del giorno, mentre scende la sera e si avvicina la minaccia – o la liberazione – della notte 8.

Nella breve raccolta, chiusa in ardue allusioni ermetiche, bale­nante qua e là di lampi suggestivi, aleggia una enigmatica presenza (un « Tu », una misteriosa creatura, forse il mondo degli antenati, o Dio, la Grazia, o forse la Morte) che sembra ricordare un Regno esistito nel passato, oggi forse remoto.

E riapprodi, ogni notte

al mio carcere. Hai  nere

risa rauche, rotte… 9

Dunque lascia il tuo Regno

per me. Qui so, ad un chiuso

lume, aprirmi al tuo sdegno.

Qui no, non mi ricuso.

Non mancare. T’aspetto.

Averti qui a convito

ogni notte, fu il vecchio

mio vanto.  Oggi, è il mio vizio10.

«Chissà», tenti; «e se questo

nostro  vivere  è  un   sogno?

Un alibi, un pretesto?… » 11

 

Il tessuto allusivo di questa poesia è rotto dalla presenza fil­trante e talora perentoria della realtà storica, che volgerà lo scrit­tore alla narrativa. Il mito della sera, la plaga della morte, l’ineffa­bile, il culto dell’immobile passato si raccoglieranno nei recessi: nel­l’intimo dei cuori, nelle pieghe nascoste delle anime, negli angoli più gelosi delle vicende. Ma resta, questa poesia, la chiave segreta. Ed esprime, nella sua indefinibile ma costante ansia religiosa, una sorta di preghiera: l’unica, a ben riflettere, in tutto laica, che Edgardo Limentani possa mormorare un momento prima di premere il grilletto del suo fucile da caccia 12.

Valutando complessivamente l’opera di Bassani dall’approdo de­gli Anni Sessanta, un’ulteriore osservazione si impone, intorno al già ricordato motivo politico o della Storia. Riguarda la svolta che è lecito individuare proprio all’inizio degli Anni Sessanta, se si consi­dera il periodo di composizione del Giardino dei Finzi-Contini (’58-’61), preannunciata tuttavia dagli Occhiali d’oro, al di qua del­la quale stanno Dietro la porta (’64) e L’airone.

La narrativa di Bassani aveva trovato nella realtà politica degli anni del fascismo, riflessa in particolare nelle pene della comunità ebraica ferrarese, la piattaforma storica in cui operare. Anche Lida Mantovani, La passeggiata prima di cena e Gli occhiali d’oro, pur non accogliendo direttamente questa realtà, in qualche modo la evo­cano, non fosse altro che attraverso il denso tessuto sociale in cui si svolgono. E si può bene osservare che le « storie ferraresi », tutte as­sieme, completano, anche per lo sfondo di questa realtà, un quadro di cui possono considerarsi parti interdipendenti13.

Col Giardino dei Finzi-Contini questo quadro riceve l’ultimo suggello: il tocco conclusivo e più ampio, che riassume i motivi pre­cedenti e li conclude nel segno di un silenzio finale. Con Dietro la porta qualcosa è cambiato. Siamo sempre a Ferrara, si tratta, ancora una volta, di una « storia ferrarese »; eppure qualcosa manca del precedente Bassani, mentre vi si insinua una novità. Manca la morte innanzi tutto, ciò che distingue il racconto da ogni altra pa­gina narrativa al primo colpo d’occhio, quasi isolandolo in un di­verso mondo; e manca la politica del tempo, o la Storia, per cui di riflesso anche la componente ebraica perde importanza (pur re­stando sempre rilevante) e il tessuto sociale, attraverso una storia di ragazzi, ovviamente meno caratterizzati, sembra allontanarsi nel­lo sfondo. Vi si insinua invece il motivo sessuale, che acquista un peso tanto ingombrante quanto più estraneo appare all’economia artistica del racconto: ed è la novità più vistosa. Mentre permane l’altro motivo, della separazione sociale del giovane ebreo, che è pe­rò anche separazione tipica di certa adolescenza, con conseguente bisogno d’amicizia e di solidarietà: validissimo questo, presente in ogni pagina dello scrittore, patetico e doloroso: quello, del resto, che conferisce un senso di pietà tanto profondo agli Occhiali d’oro, dove la solidarietà tra il ragazzo e il dottore nasce, anche se per ra­gioni ben diverse, fuori dalla società, nell’area dei reietti, e dove l’elemento sessuale, ben più ardito, anche se appena accennato, di quello che filtra e si fa largo in Dietro la porta (la scoperta del sesso, in fondo, con l’inevitabile atmosfera di ambiguità), entra grazie a ciò nel vivo della vicenda, la nutre, ne diviene anzi il centro, riscat­tandosi in un tragico, e vorremmo dire eroico, sentimento morale.

Con L’airone la svolta si accentua. Abbiamo detto della realtà politica, lontano antefatto dissoltosi nella contemplazione della mor­te, e dell’assenza del tessuto sociale ferrarese; e del gran tempo che si avverte trascorso fra Geo Josz, o in complesso le « storie ferraresi », e Limentani, in barba alla cronologia che starebbe lì a smentire, in questa che è una « storia extraferrarese », uscita come un satellite dal nucleo originario. In realtà fra Limentani e Geo noi sentiamo correre gli anni che stanno fra le « storie ferraresi » e oggi, e con tutto ciò che il Tempo, la Storia, certamente anche la politica, han­no portato di nuovo. La rinuncia di Limentani ha senso oggi al ter­mine degli Anni Sessanta, ben più che in quel remoto, e ben altri­menti fervido, ’47… Il nome di De Gasperi, le zappe levate dei brac­cianti, hanno un vago sapore anacronistico. Noi sentiamo, insomma, che Limentani ci è ben più vicino.

C’è, dicevamo, a unire questa storia alle precedenti, il motivo della separazione razziale; tuttavia estremamente assottigliato. Può darsi che nella tragedia esistenziale di Limentani vi sia non poco di ebraico, nel senso più antico e intimo, e non solo religioso, della soli­tudine e della rinuncia 14. Resta però che l’epilogo si isola in uno spa­zio a sé stante. Le pagine della valle, quando appare la goffa sagoma dell’airone, sono del tutto nuove in Bassani, com’è nuovo il pae­saggio, per la prima volta extracittadino; e sembrano semmai colle­garsi a quelle delle poesie giovanili, dove in un’aria serale si spalanca la pianura ferrarese, magari vista da un treno in corsa.

Questa è l’ora che vanno per calde erbe infinite

nel mio paese gli ultimi treni, con fischi lenti

salutano la sera 15. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  .  

La dimensione di questo paesaggio si accorda con la dimensione intima del dramma di Limentani; manca al racconto la forza deter­minante dei muri di Ferrara, con la loro storia, i loro occhi e orecchi segreti, come manca al personaggio un vero passato, una vicenda vincolante. Sono così caduti elementi essenziali alla struttura della narrativa tradizionale. Resta un’esistenza, tutta occupata dal mo­mento presente, dal suo dramma, espresso in minuziosa « quotidia­nità » 16. Ed è in tutto simile, quanto a valore suggestivo, a quel ciclo vuoto da gran pianura macchiata dalla luminosità degli acqui­trini in cui compare, sigla enigmatica, messaggero di chissà quale Regno, l’arrancante airone; nel suo vuoto infatti, esistenza stanca e tuttavia cercante, si annuncia, sotto forma di animali imbalsamati, creature fermate nell’eternità, il messaggio della morte.

In questo senso Limentani non è nemmeno più un personaggio (e in verità mai del tutto si sono rivelati personaggi, alla maniera ottocentesca, quelli di Bassani) ma una presenza, un’anima spoglia, isolata in faccia a quel messaggio finale davanti al quale, giusta­mente, i quotidiani fatti della vita – quelli grazie ai quali, però, si è vivi – cadono come inutili orpelli. Egli ha fatto suo, per sempre, quel « tema fondamentale », quella « frase musicale » – quella ve­rità insomma – che (scrisse Bassani una volta) la vita si limita a dare « di furto » 17.

NOTE

1Si veda, per la delimitazione di questa area letteraria, il volume Le parole preparate  (Einaudi, ’66), in cui Bassani ha raccolto saggi, recensioni, interventi critici, interviste, che offrono non solo il quadro degli interessi intellettuali dello scrittore ma i precisi lineamenti della sua poetica; e che è dedicato alla «memo­ria venerata » di Benedetto Croce « maestro di critica, di vita (e, a me, anche di rettorica) ». Si veda in particolare a p. 243 la risposta alla domanda: Quali sono i romanzieri che preferite.  Si aggiunga  – indicativa per il palese  valore  auto­ biografico – l’appassionata rassegna degli amori letterari dell’« io narrante » nel Giardino dei Finzi-Contini (Einaudi, ’62, pp. 253-254) a cui si affianca la pre­dilezione per la pittura di Morandi; e ancora la serie delle didascalie epigrafiche che precedono ogni opera narrativa dello scrittore, in cui, assieme a Sofocle, Manzoni, Svevo, Baudelaire eccetera, figura due volte Rimbaud.

2Su questo punto ci soccorre lo stesso Bassani nelle risposte a un’intervista con Manlio Cancogni, comparsa sulla « Fiera letteraria » (Perché ho scritto L’ai­rone, 14-11-’68). Dice tra l’altro, dopo avere posto l’accento sullo stato di delu­sione morale e ideologica in cui si trovava al momento della realizzazione del romanzo (« Stavo, ti ho detto, attraversando una malattia mortale. Non vedevo più nessuna delle ragioni che mi avevano fatto esistere… ») :  « Limentani non è più un ebreo, nel senso che non è più un perseguitato…». E poco prima aveva osservato che nessuno dei personaggi del romanzo (anche Bellagamba, anche Gavino) «è più quello che era»; per concludere: «sono i residui, le briciole di un mondo finito ».

3 Si veda nelle Parole preparate (op. cit.) il saggio dal titolo Ancora su Sol­dati: Emilio e Piero, che tratta con molta adesione a favore delle Due città di Mario Soldati, al punto (p. 200) in cui Bassani riconosce, rilevando una pecu­liare virtù dell’amico romanziere, l’oggettiva e antica funzionalità della « suspense » in seno all’« arte del raccontare » (« La sua fiducia nella “suspense”, nella solidità dell’arco narrativo, e in tutti gli accorgimenti tecnici su cui si fonda, ab imme­morabili, l’arte del raccontare, è rimasta intatta »). A cui è forse lecito unire un calzante rilievo autocritico sulla « tecnica cinematografica » della Passeggiata pri­ma di cena e su quella « teatrale » degli Occhiali d’oro, del Giardino dei Finzi-Contini e di Dietro la porta, tese ambedue a far convergere l’attenzione su un remoto punto di fuga o sulle « ultime pagine » (lì il « maggior sforzo poetico », stringendo « al massimo, spazio, tempo e azione »): nel capitolo, delle stesse Pa­role preparate, Intervento sul tema: Cinema e Letteratura, pp. 237-238.

4 Sull’assenza della Storia o della realtà politica di un preciso periodo, s’è maggiormente diretto l’interesse della critica, accogliendola come segno di evoluzione e di approfondimento, o come indizio di pericolosa involuzione, in ciò richiamando l’impostazione della critica marxistica. Lorenzo Mondo, sulla « Stam­pa » (L’airone di Bassani, 24-10-’68) scrive: «Ed è proprio qui che ci sentiamo parzialmente defraudati: nel mancato raggrumarsi degli eventi storici in un desti­no individuale, nell’assenza di quella fluida compenetrazione tra persona e società che faceva il privilegio delle Storie ferraresi». Walter Pedullà, sull’« Avanti! » (L’airone esaurito, 2-11-’68) rileva come nella «vicenda» di Limentani «non interviene mai in modo determinante la motivazione storica… ». Al contrario Geno Pampaloni, sul «Corriere della Sera» (L’airone, 20-10-’68) pone l’acento sull’« avventura spirituale», che è «la vera sostanza del libro», pur scorgendo qua e là nel racconto difetto di « rappresentazione ». Sulla stessa « avventura », ma vista come fisica conversione alla morte, insiste con efficace partecipazione Alberto Bevilacqua nella recensione su « Oggi » (Edgardo inseguito dalla morte, 14-11-’68), salutando questa nuova dimensione della narrativa di Bassani come un segno di positiva evoluzione (vedi anche nota successiva). Pietro Citati, sul « Giorno » (Una parete di vetro lo divide dal regno delle ombre, 23-10-’68) indica il centro poetico del libro nell’illuminazione della morte, fuori non solo dalla Storia ma dalla realtà: «La realtà, in fondo, non gli interessa… ». Cesare Garboli, sulla «Fiera letteraria» (Quando l’Airone chiude le ali, 31-10-’68), traccia un acuto e rapido consuntivo del motivo « funerario », tra i fondamentali nella nar­rativa di Bassani : « La morte viene cercata, tallonata, se ne comincia a sentire la vicinanza, l’alito…».

5 Rileva ancora questa novità « extraferrarese » della storia, Alberto Bevi­lacqua nella recensione citata : « La storia di Edgardo Limentani, in fondo, è la prima “storia non ferrarese” di Bassani proprio perché l’ambientazione, pur messa a fuoco con la minuzia di tutto il resto, non è integrante né determinante ».

6 Richiamiamo l’attenzione sulla didascalia che precede L’airone, anch’essa tratta da Rimbaud (« Elle est retrouvée, / Quoi? L’éternité »), quasi a sottolineare il parallelismo dell’ineffabile che, attraverso i due fantasmi di Geo e di Limen­tani, viene raggiunto: da Geo in un lampo illuminante, da Limentani in una definitiva immersione.

7 Nella citata intervista alla «Fiera letteraria» Bassani ha lumeggiato questo momento-chiave  del  romanzo.  Dopo  aver  ricordato  la  lunga  gestazione – comune del resto a ogni altro racconto – del Giardino dei Finzi-Contini, ha raccontato come una visita a Cerveteri glielo rivelasse : « sedici, diciotto anni dopo » la stesura di un primo, sporadico, capitolo. « […] ecco il secondo momento: una gita a Cerveteri, una visita alla necropoli etrusca. E tutto quello che avevo dentro mi balzò di nuovo nella mente, in una forma definitiva. »

8In Le parole preparate (op. cit., p. 247):  «[…] non avrei mai potuto scrivere niente se non avessi, prima, scritto Te lucis ante. In un certo senso, è dun­que questo il mio libro più importante ». Si ricorda che il breve inno (« Te lucis ante terminum / rerum Creator poscimus… »), come un dittico, si impernia da un lato sulla speranza della pace notturna, e dall’altro sulla paura del Nemico: e si alza, quasi ansiosa preghiera, alla soglia del Regno del silenzio o, per estensione, della morte. Non è da escludere la suggestione dantesca (Purg. VIII), dall’atmosfera crepuscolare del celebre esordio (« Era già l’ora che volge il desio… »), in cui si alza il canto di un’anima a invocare, con le parole dell’inno, la pace.

9Dall’Alba ai vetri (poesie 1942-‘50) (Op. cit.), p. 45. 10lvi, p. 47.

11Ivi, p. 48.

12Per l’interpretazione religiosa di questa « sezione » della poesia di Bassani, giudicata « parte centrale e necessaria », si veda la recensione di Pier Paolo Pasolini a Un’altra libertà (Mondadori, ’51) in « Paragone », giugno ’52, pp. 76-78: dove Pasolini avverte, nel « Tu » a cui il poeta si rivolge, l’impronta della Grazia perduta (« il rimpianto per l’occasione perduta della Grazia… », p.  77) col con­cludersi, forse, della prima giovinezza. Da cui rovello, delusione e il rinnovarsi della domanda oggi, con « tenerezza molto simile alla nostalgia » (p. 77). Grazia – o occasione – che può bene ammantarsi, nella sua sostanza ineffabile e assoluta (inafferrabile), di quella immobile luminosità che noi riconosciamo alla morte, e che si trasmette di racconto in racconto sino al trionfo nel destino di Limentani.

13Su questa realtà politica delle « storie ferraresi » in particolare diresse la sua attenzione la critica marxistica, muovendosi lungo il doppio binario – comune pressoché a tutta la critica bassaniana – dell’idillio-elegia e della Storia, per concludere tuttavia col rifiuto del primo a favore del secondo, peraltro mai preva­lente. Ricordiamo Gian Carlo Ferretti, Letteratura e ideologia (Editori Riuniti, ’64) il cui saggio allaccia le fila di questa « contraddizione » (la coscienza storica dello scrittore si arresterebbe davanti all’« enigma » dei personaggi:  l’ineffabile, l’assoluto); il capitolo dedicato a Bassani da Giuliano Manacorda nella Storia della letteratura italiana contemporanea (Editori Riuniti, ’67), per il quale « Storia e coscienza individuale si pongono  come  termini irrelati, mondi non  comunicanti… » (p. 308); il precedente saggio di Pier Paolo Pasolini su « Paragone » (agosto ’53, pp. 85-87) in cui si enuncia la tesi dei «due piani:  un piano, diremo anteguerra, di prosa da romanzo di memorie […]. Un secondo piano, diremo dopoguerra, di vera e propria ambizione romanzesca, a sfondo magari documentario e storico ». Tesi, questa, che torna in Giorgio Pullini – in particolare riflessa su Una notte del  ‘43 – approdando tuttavia alla conclusione di Bassani « crepuscolare » e «intimista»  (vedi Il romanzo  italiano del dopoguerra, Marsilio,   1965, p. 179).

14 Si vedano, a questo proposito, gli Appunti sul semitismo di Bassani di Re­nato  Bertacchini   (in Figure  e problemi  di narrativa  contemporanea,   Cappelli, 1966) dove è delineata di opera in opera la «tematica ebraica»:   «concezione pessimistica e disincantata della vita; di un pessimismo che mantiene stretti rap­porti con l’origine israelitica, con quel senso di solitudine […], di tristezza senza speranza… » (p. 310).

15  L’alba ai vetri, op. cit., p. 12.

16 Qualcuno tra i critici ha avvertito, in questa «quotidianità», la negativa reminiscenza della francese « école du regard ». Giancarlo Vigorelli sul « Tempo » illustrato (Il volo basso dell’Airone di Bassani, 9-11- ‘68) ha parlato di un « natu­ralismo atavico» che « civetteggia talvolta con l’oggettismo e con l’oggettualismo della scuola dello sguardo ». Altri, come Pampaloni e Cesare Garboli (art. cit.) risalgono invece al naturalismo di Flaubert e al flaubertismo;  Pampaloni   (art. cit.) tuttavia osserva che «negli “interni” che occupano le parti iniziale e finale del libro la preoccupazione descrittiva ha qualche impaccio ». Pietro Gitati (art. cit.) rileva come Bassani abbia questa volta «raccolto un’enciclopedia di minuzie […] con una pazienza tenace ed ostinata, non sempre sorretta dall’ispirazione ».

17 Vedi la prefazione al Gattopardo, di Giuseppe Tornasi di Lampedusa, Feltrinelli, ’58, p. 10: «La vita è musicale, si sa. Sui suoi temi fondamentali, sulle sue “frasi” più intense, non ama indugiare.  Si limita a darteli di furto, ad accennarteli appena…».


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Bart