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LETTERATURA: I MAESTRI: Giovanni Comisso. Tra i nostri libri c’è sempre un Comisso

11 giugno 2016

di Franco Nencini
[da “La fiera letteraria”, numero 24, giovedì 13 giugno 1968]

Treviso, giugno

Sono stato due giorni con Comisso, nella sua Treviso. L’occasione era lie­ta. Una festa grande che l’editore aveva voluto per riunire intorno allo scrit­tore tutti i suoi amici in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Attraverso il tempo. E insieme anche un convegno di studi, che dopo tante ambigue for­mule avesse il coraggio di dichiararlo in modo definitivo prosatore fra i grandi del nostro ’900. Quando arrivai e lo vidi la prima volta, gli amici sorreg­gendolo lo accompagnavano in un giardinetto segreto e fatiscente nell’antica casa da Noal, difeso da incolte siepi di bosso. E qui lo fecero sedere, fra ca­pitelli infranti e quasi soffocati da ce­spi di erbacce. Comisso, il grande vol­to levigato da maschera giapponese ri­parato dal sole afoso da un gran cap­pello bianco, si offriva senza un batter di ciglio, senza un mutar di espressione, alla frenesia dei fotografi.

Era bello, certo, questo simbolo di decadenza. Comisso lo sapeva, stava al gioco. Ormai — mi sono accorto — parla pochissimo. Lascia parlare le co­se che gli piacciono o quelle che si or­dina intorno, con meticolosa esattezza di vecchio. Ascolta, questo,, questo sì, con grande avidità e lucidità piena. Alle domande sulla sua vita che gli ho rivolto ha risposto con sensazioni e immagini che poi la notte ho ritrovato pressoché identiche leggendo le pagi­ne non ancora legate del libro. Il pro­cesso e quasi il vizio di autobiografi­smo in lui sembra così ormai giunto alla conclusione di un circolo. Malat­tia, senso del tempo, natura, echi del mondo circostante sembra gli giunga­no già dimensionati all’io, già pagina. Sennò semplicemente non esistono.

Ma è mai stato diverso? Quando nel 1930 uscì Giorni di guerra, i soliti na­zionalisti fra i quali non mancavano nemmeno i critici letterari servi del regime, gli rimproverarono di non aver cantato l’epopea del nostro eser­cito, di aver ridotto a una esperienza puramente personale gli anni del ’15- 18. Neppure « quel grande e singolare calderone di ideologie, di patriottismo misto a poesia, a decadentismo esteti­co, all’eroico esaltamento visionario che fu l’impresa dannunziana di Fiu­me » restò in lui come esperienza de­terminante da un punto di vista lette­rario o ideologico.

Non esistette per lui il fascismo, esi­steva l’amicizia con Arturo Martini o con De Pisis, il « divino ragazzo ». « Ecco, lui era in pittura quello che io sono nello scrivere. Lui sovrapponeva certi accordi di colore senza la preoc­cupazione del disegno, della prospetti­va o d’altro; anche nel mio periodo ci sono incisi privi di nesso sintattico… ». Esistevano i viaggi, la gioia di vivere, la bellezza. Non esistevano la storia, il tormento contemporaneo, la nevrosi degli anni ’30, il crescere mostruoso del nazismo nel cuore dell’Europa. « Tutto per me era paesaggio, anche Tessere umano». L’ansia di stare al passo con gli avvenimenti, le genera­zioni, le mode, le ideologie, mai l’ha sfiorato. E questo forse spiega sia la sua candida felicità di creare, sia quel­l’essere trascinati in un mondo più lie­ve, quel piacere senz’altri aggettivi e fatiche che è dato ancor oggi dalla let­tura di queste sue pagine ultime, an­che se la malinconia spesso vela la bellezza.

In fondo ha ragione Pasolini, che in questi due giorni di dieta comissiana a Treviso è uscito fuori, fra tante lodi e reciproci compiacimenti di venezianità e testimonianze di reverenza, con questo discorso: « Comisso non è né veneto né cattolico. Se n’è sempre fre­gato di D’Annunzio prima, poi del fa­scismo, del dopoguerra, del marxismo, del Vietnam, di ogni possibile sorta d’impegno che la storia abbia cercato di mettergli tra i piedi. C’è in lui una sorta di incoscienza — in senso etimo­logico — che è morale e grammaticale insieme, costituisce la sua felicità e il suo stile. Come nella malattia segreta delle ostriche, con gli anni si sono for­mate in Comisso due perle: cattolicesi­mo dimenticato e felicità pagana. Guardatela, questa felice incoscienza di stile, la serie impalpabile e levissima degli anacoluti, il permanere ancor oggi di qualcosa di sorgivo e di popo­lare in una prosa d’arte conclusa ».

La malattia che oggi ce lo rende fisiologicamente diverso è esplosa due anni fa. Il senso del tempo anche è cambiato in lui. Comisso però riesce a parlare anche della morte — e questa è forse la suprema conferma della sua paganità, del suo fare letteratura co­me vita — in senso naturalistico, di­staccato. Lo stesso racconto da noi ci­tato in apertura poi prosegue: « Come la primavera porta istintivamente a camminare sui prati per scoprire tra l’erba secca del gelo le prime marghe­ritine fiorite, così l’autunno mi ha por­tato a visitare alcuni cimiteri di piccoli paesi tra i colli e fu dopo queste visite che ho voluto annoverare gli amici perduti ».

Gli parlai di questo racconto a villa Guarnieri. Era la sera conclusiva dei festeggiamenti. La dimora veneta, col gran parco frustato dal temporale, ospitava un duecento persone. Aveva­no trasformato le sale in tante tappe della vita di Comisso, quasi degli af­fettuosi e un po’ patetici tableaux vivants. C’era, tutto in cartone, il « pic­colo Eden », vecchio bordello di pro­vincia, c’erano la libreria « Longo & Zoppelli », l’oste, il pesciaiolo. E fra questi scenari anche si aggiravano i reali personaggi superstiti della vita di Comisso. La Rachele, se non unica certo la più importante donna della sua vita, l’autista Figullo tarchiato baffuto e sempre più simile a un Clark Gable di paese (autore di quel roman­zo Una donna al giorno, molto osé, che ora pare Comisso rivendicherà co­me invece suo), la fantesca Giovanna ormai ottantenne, in casa Comisso fin dall’età di 10 anni.

E lui piano nell’infuriare della festa mi disse: « E’ vero, ora amo i cimiteri. I miei libri sono tutti autobiografici. Ho parlato della vita, ora parlo della morte. E che c’è di più bello che po­terlo fare avendo intorno degli amici? Gli amici ti regalano la vita. Questi due giorni che Mario Monti mi ha da­to chiamando gli amici sono stati due giorni di vita. In più. Due giorni di quelli tutti spesi, come prima. Di quel­li che contano ». Gli chiesi ancora, fra tante parole che su di sé e la sua ope­ra aveva udito dai più illustri scrittori e critici viventi, in occasione del convegno, quali sentiva più vicine alla sua, personale realtà. « Lo scrivere co­me gioia, la natura… », rispose.

 

SI ASCOLTA COME FOSSE UN ALTRO

Andai, il mattino dopo sulle undici, ma lui era già uscito con l’autista. Sta ora in via Avogadro degli Azzoni, in un quartiere di periferia al margine della campagna. La casa è modesta, ma assai bello è l’orto. Ma nulla certo in confronto di Zero Branco. « Dicias­sette poderi tutti attaccati, erano », di­ce la Giovanna uscita dall’orto, « e poi abbiamo venduto tutto, magari per far del bene alla gente… ». Non vorrebbe farmi entrare la Giovanna, perché la casa è ancora in disordine. Entrando, dapprima ti turba l’odore di vecchio, di medicine, il letto disfatto. Il tavolo do­ve lavora è anonimo, di legno chiaro. Su un altro tavolo seminascosto sono boccette, una sciarpa, pezzi di minera­li. I vetri che si aprono sull’orto sono quasi invasi dai fiori rossi di un melo­grano. Un residuo lontano del viaggio in Oriente insieme a stampe cinesi e a bassorilievi in legno. Quando è venuto via da Zero Branco ha voluto anche la pianta con sé. Sul tavolo da lavoro ci sono solo due libri. Uno, ancora im­pacchettato, è l’edizione economica di Amori d’Oriente. L’altro libro è Col­loqui con Arturo Martini di Gino Scar­pa. Non ci sono altri libri nella casa. Comisso, si sa, è scrittore senza libri. C’è solo, in un mobiletto, un minuzioso archivio che raccoglie tutto quanto su di lui è stato scritto negli anni. Se stesso e gli amici, non c’è posto per gli altri. Comisso non sa chi è Sanguineti. Delle lettere moderne, dei libri che escono, dei premi vinti gli parlano gli scrittori della corte, o i vecchi amici che vengono in pellegrinaggio. Lui, avido, ascolta, assimila, cita ricordi. Quelli che non ricorda non esistono. L’altro giorno, c’è stato qui Contini. Hanno parlato un giorno intero. Co­misso gli ha mostrato i suoi dipinti di qualche anno fa, dei fiori bianchi su sfondi colore lacca o azzurro intenso.

Comisso non legge più. « Ci vedo troppo poco », dice. Ma si fa leggere, questo sì. Alla sera la Giovanna, fin­ché il sonno non cala, gli legge delle pagine. « Quasi sempre roba sua », di­ce. « L’ascolta come se fosse di un al­tro ». Al mattino il segretario gli legge qualcosa che possa interessarlo. Mai giornali. Mai ascolta la radio. Nemme­no più scrive. Non materialmente, vo­glio dire. Ma ancora produce. Parla, cioè. Si abbandona al ricordo, raccon­ta, il biondo segretario batte direttamente a macchina.

Ecco, per dire ancora un modo di rapporto di Comisso con la realtà esterna. E’ capace ancora di senili fu­rori se, per un qualche sciopero delle poste, non arriva un assegno che at­tendeva. Allora in un successivo rac­conto affiora come un rigurgito contro il comunismo. Lo stesso se va via la luce, o si rompe qualcosa e non si sa chi chiamare a ripararla perché la ci­viltà dei consumi ha distrutto gli arti­giani. Tutto questo poi naturalmente si trasfigura. In Attraverso il tempo c’è esemplare di questo sentimento verso il mondo, la storia di un tirante della finestra che non funziona. « Cer­co in tutti i modi di vincere la noiosa flagellazione del tempo, di questo mu­lino che macina sabbia. Da giovane credevo nella gloria data dall’arte e di­cevo che nella vita dolori, lacrime, sangue, ebrezze e delitti sono tutti giustificati dalla nascita dell’opera d’arte… Oggi affatico a convincermi che l’opera d’arte possa vincere il tem­po. Gli uomini si sono fatti così ciechi, così smemorati, così presi da un vorti­ce turbinoso verso un futuro privo di sentimenti e di rapporti con l’utilizza­zione dei sensi terreni, che si ha la si­curezza che le ultime opere d’arte create saranno ben presto nel tempo incomprensibili e come monete fuori uso. Mi sono ripiegato sulle abitudini quotidiane e ho pensato che ripetere ogni giorno e ogni ora le stesse man­sioni può dare la certezza di vincere il tempo. Bisogna quindi circondarsi di oggetti usuali, di gusti fissi in una di­mora stabilita e di famigli il cui no­me sempre lo stesso risponda al ri­chiamo nell’eco delle stanze… ».

Ma ecco il tirante rotto, l’impossibi­lità di trovare chi lo ripari, la frattura nel sistema. E, come suprema risorsa, la decisione di fare da sé. E la conclu­sione. « Avevo trionfato sull’inerzia e la vigliaccheria dell’epoca. Da solo avevo fatto la riparazione di un appa­rato usuale e abitudinario che ripeten­dolo uguale mi annullava l’aggressiva voracità del tempo ».

Ecco, è questa voracità che più lo turba. Fra l’altro il titolo originario dell’ultimo libro doveva essere Cru­dezza del tempo. Poi l’hanno cambia­to. In meglio, direi. L’attuale riserba alla scoperta del lettore certi senti­menti, non comanda subito una sorta di prefigurazione di pietà, lascia sci­volare in una sorta di malinconica bel­lezza. Comisso in fondo è sempre riu­scito ad affrontare le tempeste che pu­re ci sono state nella sua vita superan­dole senza dramma, in una sorta di atarassia. Anche quando Treviso, il 7 aprile del ’44, venerdì santo, fu coven­trizzata, e casa Comisso, vicino all’hotel Stella d’Oro, con tutti i libri, le an­tichità, i cari ricordi d’Oriente, si di­sfece sotto il bombardamento (se ne legga del resto la terrificante distru­zione ne II cielo è rosso di Berto), la descrizione che ce ne lascia in Felicità dopo la noia, è come assorta. « … Pochi giorni dopo una squadriglia di aviato­ri americani, masticando indifferenti la loro gomma abituale, scardinarono dalle fondamenta la mia città e con es­sa la mia casa che divenne un cumulo di rovine… ».

 

UNA STELLA GUIDA LE NOSTRE SCELTE

Ora è l’uomo Comisso che fisicamen­te a poco a poco declina. Non il suo sentire, che ancora mantiene lo stesso atteggiamento verso la natura e le co­se « che ancora », come ha detto Mon­tale a Treviso nel suo intervento, « ri­mane come una stella misteriosa e brillante ». Pur avendo vinto tutti i massimi premi letterari italiani, mai si è voluto imporre come una presen­za dominante sulla scena culturale. Esiliato fin quando l’hanno voluto te­nere esiliato, fra il ’45 e il ’50, ritenen­dolo legato al passato senza capire che mai lo era stato. Presente quando l’hanno voluto presente e hanno deci­so di rilanciarlo, ma sempre alla sua maniera: lontano cioè da quel che non fosse la sua felicità, aiutando molti giovani ma senza tradire il mondo dei suoi piaceri e delle sue abitudini. Fe­steggiato ora, che il tempo si fa più vorace.

Vale la pena, forse, di ricordarla per intero la parabola detta da Montale. « Ho cambiato casa molte volte nella mia vita. Case a volte grandi, a volte piccole. Spesso in città diverse. I libri che via via arrivavano, migliaia, e as­sai spesso così poco importanti, sem­pre furono vittime di questi traslochi. Impietoso in ogni occasione, io che avevo libri fin nella stanza da bagno, sempre li riducévo al minimo ad ogni cambio di residenza. Anche di recente ho cambiato casa. L’altra sera, recato­mi in biblioteca, ho voluto rendermi conto dell’ultima decimazione pren­dendo a caso un libro dei rimasti. Ave­va una copertina vecchia, gialla e sbia­dita. Apertolo, vidi che era un Comis­so. Eppure, io che nel ’24 ero stato il primo scopritore di lui nel nostro Pae­se, non ricordavo con piena coscienza questa scelta, ma ne ero comunque rallegrato. Presi allora da un altro scaffale, e ancora mi trovai in mano un Comisso. E così ancora… Mi resi al­lora conto di quale stella brillante e misteriosa vegliasse alle mie scelte… ».


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart