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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli Indi boliviani

20 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, martedì 24 febbraio 1970]

La Paz, febbraio.

La Paz è una città in gran parte india, costruita, però, dai bianchi per i bianchi. In altri termini la divisione so­ciale a La Paz si raddoppia di una divisione razziale o se si preferisce culturale. La classe dirigente è bianca o meticcia; il popolo è indio. Questa divisione che riflette la più vasta divisione del pae­se (quattro milioni di abitan­ti di cui soltanto quattrocentomila bianchi e meticci) è l’eredità più vistosa del colo­nialismo spagnolo. La Paz è una bellissima e strana città costruita in una specie di cre­paccio dell’altipiano. Monti scoscesi ed erosi simili alle pareti interne di un cratere circondano e si innalzano da ogni parte intorno la città. La parte bassa dell’angusta val­lata è occupata dalla città bianca; sui fianchi dei monti si arrampicano invece i quar­tieri popolari, cioè indi, com­posti di case di fango seccato.

Gli Indi, naturalmente, si vedono dappertutto, gli uomi­ni coi ponci infilati nel collo e drappeggiati davanti e die­tro come ferraioli; le donne con la bombetta nera o mar­rone, la gonnella succinta e sospesa su una crinolina, lo scialle intorno le spalle che il più delle volte avvolge un bambino portato a cavalcioni sulle reni. Dire che gli Indi sono attraenti sarebbe defor­mare la verità. Mentre esiste certamente una bellezza afri­cana, non esiste una bellezza india. E colpisce, nel confron­to con gli africani (il para­gone è inevitabile, se non al­tro per la somiglianza delle situazioni economiche e so­ciali) l’eleganza dei vestiti dei primi rispetto alla goffaggine dei costumi « nazionali » dei secondi.

Con gli Indi si ha conti­nuamente l’impressione del « giĂ  visto », corretto però, in maniera ambigua e il piĂą delle volte non troppo estetica, da modificazioni che si è tentati di attribuire al clima e all’iso­lamento. Si pensa, vedendoli, subito, a dei mongoli; poi, in un secondo momento si nota­no differenze curiose che, però, non riescono a scacciare l’idea dell’origine asiatica: un colore bruno che tira al ros­so; una lunghezza insolita del volto che congiunta alla lar­ghezza mongolica fa sì che le facce risultino sproporziona­tamente grandi; una specie di caduta dei tratti l’uno sull’altro, la fronte sul naso, il na­so sulla bocca e la bocca sul mento.

Invincibilmente, non si può fare a meno di pensare ad un’emigrazione asiatica prei­storica abbastanza numerosa da permettere gli insediamen­ti americani; ma troppo scar­sa per fomentare sviluppi de­cisivi, somatici e altri. Brucia­ti dal sole e dal vento degli altipiani, senza rapporti con altri popoli, si direbbe che gli Indi siano rimasti a metĂ  stra­da, non piĂą mongoli, non an­cora americani. Così che, a ben guardare, il termine « in­dio » coniato per sbaglio da­gli spagnoli, si rivela, nella sua ambiguitĂ , assai espressi­vo della ambiguitĂ  fisica del­le popolazioni indigene del­l’America.

Per osservare gli Indi biso­gna recarsi al mercato, su su, nella parte alta di La Paz. Nelle straducce che portano al mercato, le donne stanno accovacciate sui marciapiedi, le une contro le altre, come galline infreddolite e torpide. Davanti a loro, sui lastroni, è esposta la merce: minimi mucchietti di peperoncini, po­chi sacchetti di foglie verdi di coca, qualche frittella fatta in casa. Guardano a questa misera roba con indifferenza, come se non gli appartenesse. Più su, tra le bancarelle del mercato, l’atmosfera è in ap­parenza quella dei mercati di tutto il mondo: compratori che circolano lentamente guar­dando ed esaminando; vendi­tori che se ne stanno immo­bili dietro i banchi. Ma ad un esame più attento, ci si rende conto che in quella fol­la mancano l’allegria, la con­fusione e anche la promi­scuità e la sporcizia proprie dei mercati. Il mercato bo­liviano è grave, poco rumo­roso, pulito e senza contatti e spintoni. Certo, si potrebbe attribuire questo carattere al temperamento poco vivace della gente di montagna. Ma forse la ragione è più profon­da. Forse, in maniera incon­scia, fra venditori e comprato­ri c’è una tacita intesa per non dare importanza al mercato in quanto occasione sociale, luogo di comunicazione e di incontro. In altri termini, bi­sognerebbe ravvisare nella riserva e compostezza degli Indi un aspetto tra i tanti del « rifiuto sociale » che in tut­ta l’America Latina gli indi­geni hanno opposto, fin dai tempi della conquista, al si­stema colonialista.

Questo rifiuto sociale degli Indi, cioè rifiuto di comuni­care, di partecipare, di inte­grarsi, è una delle cose che colpisce di più in Bolivia. Cer­to per gli Indi, come per gli africani, è difficile passare da un’economia autarchica e di mera sussistenza al produttivismo e al consumismo del mondo moderno. Ma al con­trario degli africani che mo­strano un vivo e manifesto desiderio di partecipare alla civiltà industriale, gli Indi op­pongono a questa stessa civil­tà una resistenza passiva fat­ta di cocciuta fedeltà alla tradizione e di assoluta man­canza di ambizione. Negli Indi si avverte se non pro­prio ostilità, cattiva volontà; non tanto forse per diffiden­za verso la novità quanto per nostalgia inconscia e rancorosa di un passato defunto e migliore.

Insomma, mentre dietro l’africano si sente un’antica simbiosi con la natura rispet­to alla quale neppure la schia­vitù può considerarsi una so­luzione di continuità, nell’in­dio invece si intuisce il trau­ma di una civiltà originale bruscamente e spietatamente distrutta. La sensazione di un ripiegamento, di un rifiuto, di una rinunzia non soltanto im­posta ma anche voluta, è del resto confermata dall’archeo­logia. A cento chilometri da La Paz, le rovine stupende del tempio di Tihuanaco con le loro muraglie fatte di enormi blocchi incastrati a secco fanno guardare con stupore alle figure goffe degli Indi, mascherati secondo il rozzo folklore dell’oppressione eu­ropea. Si stenta a credere che quei contadini in costume ap­partengano allo stesso popo­lo che ha costruito il tempio.

E vien fatto di pensare che nessun gruppo umano può im­punemente retrocedere ad uno stato primitivo, dopo aver creato una civiltà. Esso appa­rirà non già tornato alla na­tura ma regredito, umiliato, decaduto. La civiltà, a quan­to pare, è un’esperienza in­cancellabile.

Naturalmente i responsabili della situazione odierna degli Indi, cioè gli spagnoli, sono oggi acutamente consapevoli del problema costituito da questa massa inerte e frustra­ta di cittadini di secondo gra­do che oltre tutto incide per l’ottanta per cento sulla popo­lazione della Bolivia. Si di­stinguono diverse maniere di affrontare il problema indio. Prima di tutto i colonialisti tradizionali. Per loro l’indio refrattario all’educazione, pri­vo di ambizioni consumistiche e sociali, attaccato alle sue tradizioni, dedito alla coca e all’alcool, sarebbe irrecupera­bile. Non c’è bisogno di molto acume, tuttavia, per capire che i colonialisti trasformano in caratteri razziali gli effetti della catastrofe storica dell’indio. In secondo luogo vengo­no coloro che basandosi su una certa letteratura di riva­lutazione degli Indi il cui massimo rappresentante è stato D. H. Lawrence, si so­no costruiti il mito di una ci­viltĂ  india di gran lunga superiore a quella occidentale in quanto tuttora attaccata ai valori del sangue e della ter­ra. D. H. Lawrence si era servito di queste idee per polemizzare con la civiltĂ  indu­striale dell’Occidente. Ma in Bolivia, paese agrario, simili teorie sembrano nient’altro che l’altra faccia del colonia­lismo con il quale, infatti, condividono, sia pure per mo­tivi diversi, la convinzione che l’indio sta bene come sta e che di conseguenza niente va cambiato.

Infine i socialisti di vario genere, sia i gruppi socialnazionalisti oggi al potere sia i castristi all’opposizione, con­siderano l’indio come il risul­tato di un processo storico di degenerazione dovuta a quat­tro secoli di spietato e impre­vidente sfruttamento. I rime­di proposti dai socialisti va­riano secondo che pongono l’accento piuttosto sul dato culturale e nazionale o sul­l’economico. Ma tutti sono d’accordo in fondo nel con­siderare l’integrazione del­l’indio nella vita sociale, eco­nomica e culturale del paese come il problema massimo della Bolivia.

Abbiamo visto gli Indi in due occasioni, l’una, diciamo così, privata, l’altra pubblica. La prima è stata durante una gita al lago Titicaca, l’immen­so lago sacro alla cultura in­dia, ai confini col Perù. In un villaggio sulla strada, in un grande spazio terroso, in pendio, limitato, in fondo, da un muro bianco sul qua­le a grandi lettere nere si leggeva scritto: « Cristo unica esperanza », aveva luo­go un ballonzolo rusticano. Un gruppo di suonatori gi­rava di qua e di là saltellan­do e intonando certe ariette discordi e agre con pifferi di canne, bidoni di benzina e tamburelli. Gli Indi gravi, goffi, malsicuri e rozzi entra­vano nella danza tenendosi per mano, in una lunga fila che pian piano si trasforma­va in una specie di pesante e orsino girotondo. Veniva fatto di ricordare il quadro celebre della festa contadina di Breughel, ma senza alle­gria, senza prosperità, senza slancio, in un’aria triste, fru­strata e misera anche se cer­tamente autentica.

L’occasione pubblica è sta­ta durante uno spettacolo di balli folcloristici al palazzo del governo, davanti al miglior pubblico della capitale e il più ufficiale. In prima fila sedevano tutti i ministri e il presidente della repubblica Ovando. Danzatori indi di diverse tribù, nei costumi tra­dizionali, hanno eseguito dan­ze tradizionali assai pittore­sche, al suono dei soliti stri­duli pifferi e dei soliti cupi tamburi. Finito lo spettacolo, il presidente si è alzato e i danzatori, uno per uno, sono sfilati e hanno stretto la mano al presidente ricevendone in cambio una specie di fraterno abbraccio. C’era un’aria strana come di riconciliazione difficile e comunque non del tutto sincera tra due gruppi nemici. Si avvertiva l’impaccio di una distanza sociale e culturale che permaneva nonostante la buona volontà di ambedue le parti. La Bolivia non è un paese unitario ma dualistico. E per molto tempo ancora sarà difficile che cambi.


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