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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli ordini sono ordini

22 febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, martedì 19 agosto 1969]

E’ cominciato così. Rientra­ta dall’ufficio nel quale lavoro da segretaria, ho passato un’ora a riordinare le due stanze del mio appartamento. Sono ordinata, mi piace la pulizia, non mi sento tranquilla se so che nella mia casa, in qualche luogo, c’è un portace­nere sporco o un asciugamani fuori posto. Ho, dunque, scru­polosamente spazzato, spolve­rato e lustrato ogni cosa, ben­ché sapessi che la mattina era già venuta la cameriera a fare esattamente quello che adesso stavo facendo. Quando sono stata sicura che tutto era dav­vero al suo posto, mi sono seduta e mi sono dedicata a quello che tra me e me chia­mo: lavaggio del cervello. Non si creda a qualche cosa di po­litico, però; si tratta in realtà di un esercizio strettissimamen­te privato. Ecco in che cosa consiste: cerco di pensare sen­za oggetto, vale a dire cerco di pensare il pensiero. In altri ter­mini, tendo il mio pensiero come si potrebbe tendere i muscoli di un braccio; ma non penso niente, mi limito a con­statare che c’è la tensione. Perché faccio questo? Non lo so, forse perché se penso qual­che cosa, inevitabilmente pen­so qualche cosa di futile, di meschino, di scoraggiante; op­pure, più probabilmente, lo faccio per passatempo.

*

Ed ecco, d’improvviso, fuo­ri da questo formicolio del mio pensare a vuoto, ecco, co­me un pesce fuori dal muli­nello di un vortice marino, è emersa una voce che diceva: « Esci di casa ». Era un ordi­ne; ma più che dalle parole, l’ho capito dal fatto che ho sentito che a questa voce non potevo né avrei mai potuto disubbidire. Così mi sono al­zata, ho preso la borsa e le chiavi della macchina e sono uscita. Una volta nella strada la voce ha ordinato: « Sali sulla tua automobile e guida in direzione di Ponte Milvio ». Abito sulla via Flaminia, Pon­te Milvio è poco lontano. Ho preso a guidare con una tran­quillità distesa e fiduciosa nuova per me: sono di solito molto nervosa e apprensiva. Erano le sei del pomeriggio, faceva caldo, ogni tanto ab­bassavo gli occhi verso le mie gambe distese con una quale certa mollezza compiaciuta nell’abitacolo dell’automobile. Ho quarant’anni, le mie gambe sono la mia cosa migliore, lo so e le espongo più che posso.

Ma quel giorno questa bellez­za delle gambe non aveva niente di provocante. Era qualche cosa di tranquillo, di vero, di reale. C’era e tanto bastava.

A Piazzale di Ponte Milvio la voce mi ha ingiunto di girare per Viale Tor di Quinto e, naturalmente, ho ubbidito. Non senza però protestare: « Ma è un postaccio, malissi­mo frequentato ». La voce mi ha risposto in maniera sibil­lina: « E’ quello che ci vuole per te »; e ho preso a guidare docilmente sotto i grandi pla­tani fronzuti. Tra i tronchi dei platani si vedevano le solite passeggiatrici, a gruppi di tre o quattro; macchine con uomi­ni soli si fermavano, indugia­vano, ripartivano. Poco più lontano tra due platani ho vi­sto un banco di cocomeri. La voce mi ha detto: « Ferma, scendi, va a mangiare una fet­ta di cocomero ».

*

I cocomeri stavano in fila su una tavola, sfere di un ver­de quasi azzurro, polverose e tuttavia invitanti. La venditri­ce dei cocomeri era una don­nona enorme, con una piccola faccia rossa e un seno volu­minoso: pareva avere due cocomeri sotto la blusa. Non ha fatto caso al mio aspetto di donna sofisticata, per lei ero una cliente come tutte le altre. Ha detto: « Ora te ne do una fetta proprio bella », con ghiottoneria, come se fosse stata lei a doverla mangiare; e spo­standosi a fatica dietro il ban­co è andata a scegliere la fetta già tagliata tra alcune altre che stavano allineate sopra una colonna di ghiaccio. Ho preso la fetta con una mano e ho messo le dita dell’altra nella tasca per cercarvi il denaro. In quello stesso momento una mano mi ha stretto il braccio. Mi sono voltata a guardarlo. Era un giovane con un ciuffo biondo sulla faccia arrossata di sole e gli occhi azzurri crudelmente scintillanti. La voce è stata molto particolareggiata questa volta: « Mangia pure con calma la tua fetta di cocomero. Poi seguilo verso il Te­vere. Ma fa’ attenzione, una volta che siete sulla sponda, nella macchia, a non stracciarti la gonna tra i rovi ». Quante cose! Ho fatto come mi era ordinato.

La voce è stata zitta per qualche giorno e poi uno di quei pomeriggi mi ha coman­dato di uscire di casa. Questa volta, però, niente Viale Tor di Quinto; dovevo andare a Piazza di Spagna. Ho guida­to docilmente fino a Piazza Spagna, ho parcheggiato la macchina e quindi, sempre ubbidendo alla voce, mi sono incamminata verso via del Babuino. Non sapevo che ci andavo a fare, aspettavo l’ordi­ne. E’ venuto in questa forma a dir poco sconcertante: « En­tra nel primo negozio di anti­quariato nel quale ti imbatti, chiedi di vedere un oggetto qualsiasi. Mentre si provvede a cercartelo, afferra una sca­toletta d’argento e mettila nel­la borsa ». Ho subito obbiet­tato, con buon senso: « Ma questo si chiama rubare ». La voce è stata zitta un momen­to, poi ha detto: « Fa’ quello che ti dico, cretina ». Che po­tevo fare? Mi dava anche del­la cretina, adesso. Così ho ub­bidito. Sono entrata nel ne­gozio e, puntando il dito verso uno scaffale lontano, ho chie­sto: « Potrei vedere quel gatto di ceramica?, ». Il negoziante, un vecchio podagroso, mi ha voltato le spalle e si è incam­minato verso lo scaffale. Le­sta, ho afferrato su un tavolo una tabacchiera d’argento e l’ho chiusa nella mia borsa. Poi ho detto che il gatto di ceramica non mi piaceva e so­no uscita.

Ma non si deve credere che la voce mi ordinasse soltanto trasgressioni e minimi delitti del genere dei due che ho già raccontato. Il più delle volte, suoi ordini erano sopratutto capricciosi e assurdi. Come quel giorno che mi ha coman­dato in maniera perentoria: « Resta a casa ». Ho risposto: « Ci sto già a casa ». La voce ha detto: « Restaci tre gior­ni ». « E l’ufficio? ». « Telefo­na che non ti senti bene ». Così ho ubbidito e sono re­stata a casa tre giorni, girel­lando per le mie due stanze, passando dal letto al divano e dal divano alla poltrona. Per fortuna avevo qualche provvi­sta e così non sono morta di fame. Ma volete sapere che cosa ha detto la voce alla fine della mia clausura? « Brava. La prossima volta resterai in casa un anno ».

*

In attesa di quest’ordine, ne ho eseguito degli altri, tutti molto capricciosi. Come quel­lo che la voce mi ha dato una notte, verso le tre: « Alzati, esci in camicia come sei, va’ a suonare alla porta del tuo vi­cino e digli che hai paura ». Ho avuto un bel rispondere che non avevo affatto paura; la voce mi ha dato della cre­tina e ho dovuto ubbidire. II mio vicino di casa, sullo stes­so pianerottolo, è un vecchio pensionato che vive solo; e forse, chissà, non gli è stato del tutto spiacevole vedere una donna in camicia bussare alla sua porta a quell’ora. Ho bal­bettato che avevo paura e lui, subito, gentilmente, mi ha fat­to entrare nel suo studio. Era professore di qualche cosa, lo studio era pieno di libri, lui si è seduto tutto spettinato e in vestaglia dietro la scriva­nia; e io mi sono rannicchiata in una poltrona davanti a lui. Mi ha fatto molte domande, in maniera paterna; ma la vo­ce mi ha sussurrato: « Se parli di me, ti ammazzo »; e così ho taciuto la cosa più impor­tante. Quel buon uomo del mio vicino alla fine è andato in cucina a prepararmi una camomilla; allora la voce mi ha ingiunto: « Scappa a ca­sa »; e così ho fatto: a piedi nudi sono scappata in casa mia, ho chiuso la porta e mi sono rimessa a letto.

Altri ordini della voce, tutti eseguiti a puntino: « Va’ dal tuo principale, fagli una di­chiarazione d’amore ». « Va’ a Fregene, dormi la notte sulla spiaggia, all’alba cammina lun­go il mare ». « Va’ a comprare una bottiglia di cognac, bevine la metà (perché la metà?) e poi mettiti a letto ». « Forma un numero a caso sul telefo­no; a chi ti risponde, di’ que­ste precise parole: ‘Quest’an­no il mare è cinese, la terra è boliviana e l’aria è turca’ ». « Comprati una tartaruga, por­tala al guinzaglio ». Ecc. ecc. Qualcuno vorrà sapere forse come il principale ha preso la mia dichiarazione d’amore. Eb­bene, l’ha presa male, mi ha licenziata. Ma mi sono conso­lata pensando che d’ora in poi avrei avuto più tempo da de­dicare agli ordini della voce.

In certi giorni la voce giun­geva ad un massimo di ca­pricciosità. Diceva per esem­pio: « Fa’ quello che vuoi ». Una parola, far quello che si vuole. Una mattina, la voce mi ha detto: « Esci, va’ da una agenzia di viaggi, compra un biglietto d’aereo per Istambul. Va’ a Istambul, restaci un me­se ». Ho fatto osservare con educazione che non ho molti soldi, e che questo viaggio in Turchia era una vera pazzia. Ma la voce mi ha risposto con brutalità: « Non far l’avara, ubbidisci ». Così sono partita, ho volato fino a Istambul: era la prima volta che andavo in aeroplano, la prima volta che uscivo dall’Italia. Com’è bella Istambul! Che meraviglia, San­ta Sofia! Quanto mi piaceva­no le moschee! Che poesia la vista del Bosforo dall’alto di una collina! Peccato che dopo appena tre giorni, la voce mi abbia ordinato di tornare a Roma. Nonché il mese previ­sto, ci sarei rimasta tutta la vita. Ma ho dovuto ubbidire, e così eccomi di nuovo a Roma, ad aspettare gli ordini.

Adesso la voce da qualche tempo tace. Ne sono contenta? Sì e no. In certo modo era una distrazione per una donna come me, che vive sola e ha pochissimi amici. Ma, d’altra parte, specie da ultimo, bisogna dire che la voce si era fatta eccessivamente bizzarra, c’era da aspettarsi di tutto; persino che mi ordinasse di gettarmi dalla finestra. Ma senza andare fino al suicidio, sono convinta, non so perché, di ricevere quanto prima l’ordine già minacciato: « Chiuditi in casa e restaci un anno senza uscire ». Lo sento, finirà così. A questo scopo accumu­lo provviste: scatolame, vini e acque minerali, biscotti. Non si sa mai.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart