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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli orgogliosi vicini di Malta

5 dicembre 2017

di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 30 agosto 1970]

San Giuliano (Malta), agosto.

Vi ho detto, nel precedente articolo, degli abitanti dell’isola del Gozo. Hanno natu­ralmente molte cose in comune con i loro vicini, esiliati nel mezzo del mare, la miste­riosa civiltĂ  neolitica (i templi detti dei Giganti al Gozo sono piĂą antichi di quelli di Malta), la natura del suolo, le faticose colture, la fede semplice e profonda, con atteggiamenti istintivi di cui tal­volta non hanno piĂą coscien­za; come quello di farsi il se­gno della croce prima di ini­ziare un lavoro, o di muover­si; così ho visto segnarsi il guidatore di un tassì che pre­si davanti all’albergo, subito dopo avere abbassata la ban­dierina; un giovane zazzeruto e imbasettato come sono oggi qui tutti i giovani; e questa acconciatura dĂ  a questi ra­gazzi miti e gentili un fiero aspetto di corsari.

Hanno comune la passione per il calcio, seguono alla no­stra televisione il campiona­to; che tifo hanno fatto po­polani e professionisti e preti per le avventure della nostra squadra al Messico, che pas­sione, chiunque incontri mi chiede subito di Valcareggi e di Rivera. Hanno comune il gusto per le feste (vocabolo rimasto nel dialetto, come moltissimi altri del resto, fe­sta al singolare, festi al plu­rale) in onore del santo pa­trono di ogni parrocchia; chiassosissime sagre col con­corso di bande, luminarie, mortaretti e fuochi artificia­li, colorate processioni che passano per vie addobbate da stendardi e panoplie, e piovo­no coriandoli dalle finestre. Sopratutto al passaggio della loro banda, dove ve ne siano due rivali, come alla Vallet­ta, una grande frenesia pren­de i giovani, si tengono per mano e girano vertiginosa­mente in tondo, altri piroet­tano fra la gente facendo te­stuggine, cinque o sei con le mani sulle spalle dell’altro e tutti addosso a quello che sta in mezzo.

Sempre in baldoria

Le parrocchie sono sessantuno, di cui sedici al Gozo; se pensate che è festa grande anche la vigilia, e vi è una quindicina di altre ricorrenze festive osservate in tutto lo Stato, sembra che questi iso­lani siano sempre in baldoria. Non c’è giorno, qui dove abi­to, in un sobborgo della Valletta, che non s’odano spari e rombi nel corso della giorna­ta, si pensa d’essere tornati al tempo che si vedevano comparire in fondo al mare le galee dei turchi e correva il grido per le vie, e i cannoni dei forti cominciavano a spa­rare i loro pezzi, cannoni lun­ghi, o quelle singolari cavità scavate a forma d’enorme mortaio nella roccia che de­scrisse lo scozzese Patrick Brydone l’anno 1770 nelle sue lettere a casa; si collocava in fondo alla cavità un ba­rile di polvere e davanti a questo un subisso di palle da cannone, granate e altro ma­teriale micidiale; « si dà fuo­co alle polveri con una mic­cia, e l’effetto è incredibile ».

Hanno comune il dialetto, cioè il maltese, lingua uffi­ciale accanto (in realtà mol­to in sottordine) all’inglese, solo ne differisce il tono. Emi­grano anch’essi, anzi in pro­porzione maggiore dei malte­si, specialmente in Australia ed in Canada; ma mentre la emigrazione dei maltesi è mol­to spesso un definitivo espa­trio, i gozitani fattosi il loro gruzzolo tornano volentieri al­la loro piccola patria.

Si va da Malta al Gozo in una mezzoretta di navigazio­ne; ma non sono rari i gozi­tani che non hanno mai sen­tito il bisogno di visitare l’iso­la maggiore; sodisfatti che le guide scrivano che il Gozo è più fertile, meno roccioso, e se si possa parlare di verde in tanta aridità, più verdeg­giante in primavera. Gli ba­stano le loro faccenduole lo­cali, sono sodisfatti di esse­re rimasti un municipio au­tonomo come al tempo dei Cavalieri, con un Consiglio ci­vico di quattordici membri che provvede a tutte le faccende isolane ed ha anche l’autori­tà d’imporre tasse; e il gover­no centrale è rappresentato da un amabilissimo signore che ha la faccia di D’Annun­zio al tempo di Fiume, ed è in un certo senso l’ambascia­tore della Valletta presso il Gozo; e subito mi dette pro­va della sua autorità ordinan­do una colazione per me e i miei compagni nella cittadina di Nadur: « Vede, mi disse, non ci sono trattorie al Gozo nel senso corrente della paro­la, ma solo bar o cucine fa­miliari che rifocillano il viag­giatore di passaggio, alla buo­na; avvertita da me che sa­rete a Nadur alle 13.30 una brava donna vi farà trovare spaghetti al sugo di coniglio e al dente, ed il coniglio cot­to a dovere e un onestissimo vino dell’isola ». Il che avven­ne; e ci accolsero al Newcastle bar una donnetta nera e vispa come una mosca e una prosperosa ragazza; e gli spaghetti erano davvero al dente, con una saporita salsa aromatizzata dalle erbe della isola, e il vino di un bel colo­re e grato al palato.

Vita contemplativa

Sopratutto è cagione di or­goglio per i gozitani il fatto che quando uno di loro fa tanto di andare a stare alla Valletta, diventa uno dei personaggi più importanti dello Stato. Ma se ci sono gozitani che non sono mai andati a Malta, sono ben pochi i mal­tesi che si rechino al Gozo per un certo complesso di su­periorità; dicono che l’isola è arretrata di cinquant’anni; che i suoi abitanti stanno ai maltesi come gli scozzesi, data la loro parsimonia; altri invece li paragona agli irlan­desi. D’altro canto il turismo per il quale si fa qui ogni sforzo punta sopratutto sul­la semplicità del Gozo, a completely unsophisticated island, senza un casino da gioco senza un night club, per at­tirarvi tutti coloro che ambi­scono a un luogo ancora im­mune dal rombo dei motori, che prometta una vita con­templativa e un mare puris­simo. Ma come avviene sem­pre da noi, anche qui per al­lettare gli stranieri al godi­mento di tali bellezze natu­rali c’è chi pensa di sconciar­le o addirittura di farle scom­parire.

Pochi tragitti marini sono più dilettevoli del breve viag­gio da Malta al Gozo, costeg­giando la petrosa Comino, il pittoresco Cominotto, con la veduta della « laguna azzur­ra » che si stende con mutevoli riflessi tra le rupi a pic­co dei due scogli. Ma già c’è il progetto, ed il poeta Anto­nio Buttigieg, un pezzo gros­so del partito laburista, ne è uno dei più fervidi assertori, di congiungere le due isole con una diga su cui passerà una strada automobilistica portando così di prepotenza al Gozo i doni del progresso, le automobili, e nuove indu­strie, e masse di pigri turisti che soffrono il mal di mare. Se il progetto verrà approva­to sarà in breve guastato an­che questo paradiso.

Le isole maltesi hanno un pregio inestimabile, di essere, come ho detto, « differenti ». Aride, abbacinate dal sole, compatte terre coralline e cal­caree arabescate dall’intrico dei muretti a secco che recin­gono i minuscoli pezzi di ter­reno coltivabile, hanno l’in­canto dei deserti di Giudea e di Persia; e bastano a tener curioso il visitatore i conti­nui accidenti del suolo, forre, pareti di roccia, ambe, valli precipitose, brevi spiagge al margine di cale profonde, inattese oasi di verde nel fon­do di solitarie vallette; e nell’abitato, il contrasto di abba­glianti pareti e di ombre ne­rissime.

La Valletta con i suoi sob­borghi più antichi è una del­le più belle città del mondo. I borghi che sostennero l’ur­to dei turchi per più di quat­tro mesi e oggi sono città, e si chiamano per ricordo di quella loro saldezza Vittorio­sa, Cospicua, Invitta, sono un tumulto di case sovrapposte o addossate ad altre case come soldati in attesa del combattimento (sono infatti compresse e costrette a ridosso delle mura dei forti).

Ciò che altrove sarebbero borghi o villaggi qui si chia­mano « casali », e sono picco­le città vere e proprie, ciascu­na con una o più chiese di un barocco allegro e sensuale, oltre ad una monumentale par­rocchiale costruita a spese dei cittadini o degli emigrati in gara con i casali vicini.

La parrocchiale di Musta, un casale con seimila abitan­ti, vanta una cupola che è la terza del mondo, inferiore per diametro solo a quelle del Pantheon e di San Pietro.

Non vi è luogo ove guar­dandosi intorno non si veda­no sul giro dell’orizzonte tre, quattro, cinque o più di que­ste chiese.

I celebrati merletti

Le due capitali, i casali, la roccia originale che qua e là cade a picco da grande altez­za sul mare o ruzzola enormi faraglioni su liste di spiaggia ed emerge nuda dalle valli, le muraglie che separano le stra­de dalla campagna ed hanno il piglio di camminamenti di fortezza, i muretti a secco, tutto ha la stessa compattez­za e lo stesso colore: il gial­lo di questo calcare che col tempo s’addolcisce di miele, e sembra fondersi con l’aria ar­dente e polverosa del mezzo­dì, e si arrossa nei tramonti purissimi. (Se l’uomo vuole scialbare la sua casa passa sulle pietre bionde un into­naco biondo). E gli abitati al­lineati sul culmine di un dos­so o stesi nelle brevi valli so­no un insieme di cubi e di parallelepipedi adeguati al terreno da cui male si distin­guono, e seguono l’andamen­to orizzontale delle ambe o del mare.

Questo è il fascino di Mal­ta e del Gozo; questo accor­do fra gli aspetti naturali e gli edifici che paiono piutto­sto espressi dal suolo che fat­ti dalla mano dell’uomo; ed il silenzio che avvolge le strade e le piazze dei casali appena si esce dalle due o tre vie cor­se dal traffico; rari i passan­ti, vecchi silenziosi su una panchina, all’esterno di qual­che casa in una lista d’om­bra due o tre vecchie volte verso il muro che creano al tombolo (che qui è un cilin­dro lungo e stretto tenuto fra il petto e il muro) i celebrati merletti, beautiful lace of Malta.

 


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