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LETTERATURA: I MAESTRI: Guareschi fidanzato

25 novembre 2018

di Giovannino Guareschi
(da “La scoperta di Milano”, 1941)

(Un amico, Sante Ghizzardi, mi consigliò di cavare dalla mia biblioteca questo libro di Giovannino Guareschi e di mettermi a leggerlo. Era sicuro che mi sarebbe piaciuto. Aveva ragione e mi sto divertendo da matti. Leggete questo secondo capitolo e rendetevi conto della leggerezza della scrittura e del divertimento che l’autore intende ricavarne per sé e per i lettori. Bdm)

Grazie a un simpatico incidente, ho voluto percorrere a piedi i seimila metri che separano la nostra casa dall’edificio del liceo.
Lungo la strada mi sono fermato almeno cento volte: ho guardato l’erba, il grano maturo, ho lanciato qualche buon sas­so contro gli isolatori della linea telegrafica. Compio ventiquat­tro anni domani e ho diritto anch’io di vivere la mia vita.
Il signor Luigi non le capisce, queste cose elementari: l’età, gli affari e le cattive letture l’hanno reso inattaccabile dalla psi­cologia. Per di più egli non ha la minima fiducia in suo figlio e questo mi addolora, specialmente per il lucchetto.
Il signor Luigi, ogni mattina che non sia festiva, alle otto e quaranta è pronto davanti al cancello e, con un certo suo fi­schietto, mi chiama a raccolta.
E ora di partire: inforco la bicicletta davanti al signor Luigi. Il signor Luigi verifica che tutto sia in ordine, controlla la pres­sione delle gomme, l’efficienza dei freni e del campanello, poi fa scattare il lucchetto e io mi sento profondamente triste.
E non perché il lucchetto sia grosso, anzi è di piacevole formato e non ingombrante, ma per il fatto che il lucchetto, quando scatta, imprigiona gli anelli terminali di una catenella d’acciaio che – passando fra le molle del sellino con la parte in­feriore – si inserisce con la parte superiore in una speciale asola praticata nella cintura dei miei calzoni.
Il che vuol dire che io sono saldamente fissato al mio ve­locipede in modo da non potermene più staccare. Potrei age­volmente lacerare la stoffa dell’asola e liberarmi: ma come giu­stificare il fatto la sera? Posso saltar giù dalla bicicletta, sì, ma soltanto in caso di effettivo pericolo: devo poi presentare una relazione con testimoni oculari o qualche visibile danno alla persona.

Il signor Luigi, dunque, mi incatena alla bicicletta e io parto: il tempo a mia disposizione è tale che io posso arrivare a scuola pedalando con prudente speditezza: in caso di pioggia detto tempo viene opportunamente aumentato. In caso di vento fa­vorevole, diminuito.
Debbo quindi arrivare a scuola senza fermarmi un istante. Arrivato davanti all’edificio del liceo, interviene il bidello, il quale, in possesso di una seconda chiave del lucchetto, mi disin­nesta dalla bicicletta e mi costringe a entrare immediatamente nell’aula.
Il signor Luigi non ha fiducia in suo figlio: questa triste storia del lucchetto ne è la prova evidente. Ed è la storia che dura ora­mai da un anno scolastico: perché il signor Luigi si è fissato che io debba abbandonare questo liceo al quale sono tanto affezio­nato. Secondo il signor Luigi nove anni sono più che sufficienti per eseguire con successo i corsi delle tre classi liceali.
Il signor Luigi ha avuto delle espressioni poco simpatiche sull’argomento: egli ha minacciato perfino di mettermi in colle­gio se quest’anno non prendo la licenza. La prenderò, ma come farò a dirlo a Margherita?
Margherita risponderà che io faccio così perché non le vo­glio più bene, perché sono stanco di lei, perché la voglio abban­donare.
Le ho giurato che sarei rimasto per lei al liceo tutta la vita: ma il signor Luigi non vuole che io ripeta più di tre volte la stessa classe.
Stamattina, dunque, sono arrivato in ritardo e senza lucchet­to. Molto in ritardo perché tutti stavano oramai uscendo per recarsi a consumare il pasto del mezzogiorno.
Margherita mi ha visto subito e mi ha guardato preoccupa­tissima.

*

Nel pomeriggio ci siamo trovati al parco.
Margherita parla poco: Margherita è una donna d’azione. È la donna che il Destino ha sparso sul mio cammino: è slanciata, ha gli occhi grandissimi e neri e i capelli più neri ancora. Ha ventiquattro anni, come me: siamo nati in maggio tutt’e due, stesso giorno. E quel giorno, io credo, il buon Dio mandò in terra due anime fatte con lo stesso soffio di vento.
Sono nove anni che ci vogliamo bene. Ci siamo conosciuti il 12 novembre 1920: avevo quindici anni, ero appena entrato nella prima classe del liceo e mi ero buttato su Tacito e sui loga­ritmi con tanto entusiasmo che il signor Luigi aveva esclamato:
«Giovannino, non esagerare».
Il 12 novembre 1920: lo ricorderò sempre. Ero lo studente più tranquillo della classe, il più studioso, il più disciplinato: chi fu allora che, alle 10,25 del 12 novembre 1920, mi suggerì di lancia­re il primo volume del Georges verso l’angolo sud-est dell’aula?
Confuse reminiscenze cercano di spiegarmi che la faccenda fu provocata da Giancarlo il quale, di stanza nell’angolo sud­est, mi bersagliava da mezz’ora con certe pallette di carta masti­cata e poi intinta convenientemente nell’inchiostro.
Ma io non ci credo: qui c’entra il Destino, lo stesso Destino il quale ha voluto che io, stamani, venissi a scuola a piedi e senza lucchetto.
Fui pregato dal professore di latino di allontanarmi il più possibile dall’edificio scolastico. Il signor preside fu dello stesso parere e io immediatamente mi uniformai ai suoi desideri.
Ricordo: era una placida e luminosa giornata di novembre e le foglie del parco erano dorate; tutte le panchine erano vuote: una sola era occupata da una ragazza coi capelli neri.
Il Destino volle che io mi sedessi proprio sulla panchina oc­cupata dalla ragazza coi capelli neri. La ragazza stava leggendo un giornale, io, prendendo posto a qualche palmo da lei, vidi un Tacito e una Sintassi greca.
Avevo letto nei romanzi e nelle novelle che il voi è quanto di meglio si possa usare nello scambio di idee fra un uomo e una donna. Usai il voi:
«Liceo anche voi?».
La ragazza sollevò gli occhi dal suo giornale. Occhi da com­muovere un universitario.
«Sì, anch’io» spiegò. «Prima liceo, sezione B.»
«Sospensione anche voi?»
«Sì, anch’io. Matematica: calamaio.»
«Io, latino: vocabolario» dissi.
Tacemmo a lungo, poi io le comunicai arrossendo che mi chiamavo Giovannino.
«Margherita» rispose la ragazza bruna. «Tre giorni di so­spensione.»
«Tre giorni anch’io» mormorai.
Poi tacemmo perché, con tutto questo discorso, era venuto il mezzogiorno e bisognava andare a casa.
Sul cancello del parco ci lasciammo:
«Buongiorno».
«Buongiorno.»
La mattina dopo ritornai al parco per guardare l’autunno fin che venisse il mezzogiorno. Alle dieci apparve Margherita.
E anche il giorno dopo fu così. Sempre fu così. Avevamo trent’anni in due: la sera, uscendo dalla scuola, complottavamo rapidamente:
«Domani?».
«Dopodomani.»

E ci facevamo sospendere. Poi ci trovavamo al parco o sui bastioni e parlavamo di piccole, innocenti cose; tacevamo, mol­to spesso, seduti l’uno a un metro dall’altra, ma io sentivo il cuore pieno di dolcezza e pensavo a Didone, e ai grandi amori della storia.
Alla fine dell’anno fummo bocciati.
«Forse l’anno venturo ci metteranno nella stessa sezione» disse Margherita e io mi sentii felice.
L’anno dopo, invece, io passai alla B e Margherita alla sezio­ne A, e, di comune accordo, fummo bocciati.
Quando entrai per il terzo anno nella prima classe liceale, il cuore mi scoppiava per la gioia: Margherita era nella mia stessa sezione.
Decidemmo di essere promossi: non bisognava dar nell’oc­chio alla gente con l’insistere troppo sulla stessa classe. Arriva­ti alla seconda liceo, io e Margherita avevamo oramai diciotto anni: un giorno, al parco, le giurai solennemente che sarei rima­sto tutta la vita al liceo, pur di averla ogni giorno vicina a me.
Margherita fu, come al solito, di poche parole:
«Anch’io, te lo giuro».
Fummo bocciati, quell’anno, ma entrati per la seconda vol­ta nella seconda liceo ci accorgemmo che la cosa cominciava a dare qualche sospetto ai maligni. Bisognava dividersi, per un po’, almeno per l’occhio del mondo. Uno dei due doveva essere promosso. Mi offersi coraggiosamente:
«No» rispose Margherita. «L’amore deve essere sacrificio specialmente per la donna: passerò io.»
Io rimasi, per la terza volta, in seconda e Margherita passò alla terza. Poi, l’anno dopo, Margherita si fece bocciare e io passai in terza. Ci facemmo bocciare tutte due, e ci facemmo bocciare anche l’anno dopo: vedesse pure il mondo.
L’importante era rimanere assieme, vederci ogni giorno, farci sospendere ogni settimana, andare al parco a guardare la prima­vera, l’autunno e l’inverno. Pensavamo alle vacanze con terrore.
E ora tutto doveva finire: il signor Luigi s’era ficcato in mente che io avevo il dovere di prendere la licenza. Da un anno mi in­catenava alla bicicletta perché io non mancassi a nessuna lezione.
Come fare per dire tutto questo a Margherita?

*

Nel pomeriggio ci siamo trovati al parco. Ci siamo seduti sulla panchina: Margherita ha tratto dalla borsetta la scatola
con gli aghi, il ditale, le forbicine, il filo. Quante volte, in questi otto mesi di catena, Margherita mi ha rifatto pazientemente l’a­sola della cintura, e tanto bene che il signor Luigi non si è mai accorto di niente?
Margherita ha infilato l’ago.
«No» le ho detto «non occorre. Fortunatamente mi hanno rubato la bicicletta. Però oggi ti debbo parlare per forza.»
Margherita ha riposto con cura ogni cosa nella borsetta.
«Margherita» ho balbettato «solo oggi trovo il coraggio di dirti quanto mi strazia il cuore da otto mesi. Quest’anno debbo essere promosso! Mio padre lo esige: egli mi incatena ogni mat­tina alla bicicletta perché io venga regolarmente a scuola, e tu lo sai quante volte ho rotto l’asola per venir con te. Margherita, cerca di comprendermi.»
Margherita mi ha guardato coi suoi grandi occhi profondi.
«Ami forse un’altra donna?» mi ha chiesto con voce ferma, calma, serena.
«No, Margherita!»
«Ti credo» ha detto Margherita. «Sapevo che una cosa tanto bella non poteva durare eternamente. È la vita, Giovannino. Mi farò promuovere anch’io. Andrai all’università?»
«No, lavorerò. Il signor Luigi a questo riguardo mi ha detto delle severe parole. Egli asserisce che se, finito il liceo, vorrò mangiare con una certa regolarità, dovrò lavorare. E mi è sem­brato in buona fede.»
Margherita ha approvato col capo.
«Mio padre, invece, asserisce che io, finito il liceo, dovrò pensare a un marito» mi ha spiegato.
Mi son sentito mancare il cuore:
«E tu che farai?» le ho chiesto impallidendo.
«Penserò a un marito. Non c’è niente di male a pensare a un marito. Ho pensato per dieci anni che la vita di una donna con­sistesse nel liceo. Ora penserò che la vita di una donna consiste nel matrimonio. Nel matrimonio con te» ha aggiunto vedendo che mi ero seduto improvvisamente sulla panchina e la guarda­vo in modo singolare.
«Ma io… io…» ho balbettato fra la gioia e il terrore.
«Non ti preoccupare» mi ha rassicurato Margherita «ripete­remo l’anno: cinque, dieci, venticinque volte.»
La dolce signorina che mi conobbe quindicenne e liceale e che con me, ventiquattrenne e ancora liceale, divide fraterna­mente i giorni tristi della scuola e i giorni lieti delle sospensioni, ha sorriso e i suoi grandi occhi neri mi dicevano:
“Giovannino, Giovannino!…”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart