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LETTERATURA: I MAESTRI: I Formalisti

19 febbraio 2017

di Claudio Gorlier
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 10 agosto 1969]

Dopo la prolungata aspersione di formalismo russo ‚ÄĒ che ha fornito proposte as¬≠sai utili e, come accade in questi casi, incoraggiato una quantit√† di fiacche variazio¬≠ni sul tema ‚ÄĒ tocca ora a quello americano, supposto che il termine si applichi al¬≠la cosiddetta ¬ęnuova criti¬≠ca¬Ľ. Ecco dunque una raccolta antologica piuttosto etero¬≠genea, legata dal filo di per s√© tenue di un simposio te¬≠nuto all’universit√† del Texas, e introdotta con elusiva ra¬≠pidit√† da Mark Schorer, cri¬≠tico di primo piano egli stes¬≠so, anche se di indirizzo so¬≠stanzialmente diverso (J. C. Ransom, E. Olson, E. Vivas, K. Burke, Formalismo ame¬≠ricano, ed. De Donato, pp. 131, lire 1500).

Dei quattro studiosi rap¬≠presentati appartengono al fi¬≠lone pi√Ļ propriamente for¬≠malista, che si identifica ap¬≠punto con la ¬ę nuova critica ¬Ľ, Ransom e Burke. Della ¬ę scuola di Chicago ¬Ľ, presen¬≠tata a suo tempo in Italia da Feltrinelli con un’ampia antologia, fa parte Elder Ol¬≠son mentre Eliseo Vivas si colloca tra i discepoli, a no¬≠stro parere meno flessibili e originali, di Cassirer. L’eti¬≠chetta riflessa dal titolo appa¬≠re cos√¨ abbastanza posticcia, tenuto conto del fatto che anche all’interno della ¬ę nuo¬≠va critica ¬Ľ sussiste una no¬≠tevole differenziazione.

Se la ¬ę nuova critica ¬Ľ americana si trova arroccata oggi in una serie di cittadel¬≠le accademiche, ci√≤ non si¬≠gnifica che non abbia attra¬≠versato una fase militante: l’osmosi si rese possibile gra¬≠zie alla mobilit√† e alla di¬≠sponibilit√† delle istituzioni universitarie. E se la si pu√≤ accusare di pedanteria o di una sorta di sclerosi; se, co¬≠me osserva giustamente il Tagliaferri nel suo penetran¬≠te volumetto L’estetica del¬≠l’oggettivo (ed. Feltrinelli, pp. 124, L. 1600) ha ereditato una serie di opinabili para¬≠digmi legati al concetto chiu¬≠so di tradizione e all’aristo¬≠cratica ipotesi di un declino di¬† valori, essa¬† ha lasciato un segno non trascurabile e messo a punto una serie di strumenti¬† alquanto incisivi.

Il formalismo dei ¬ę nuovi critici ¬Ľ presenta punti di contatto e punti di fuga ri¬≠spetto a quello russo o pra¬≠ghese. Tra i primi, l’atten¬≠zione portata ai problemi di struttura del testo preso in esame, alla coerenza organi¬≠ca (la ¬ę strategia ¬Ľ ) del te¬≠sto stesso, alla dinamica del¬≠le immagini e del linguaggio, al significato simbolico e ge¬≠stuale; la meticolosa indagi¬≠ne della metrica in poesia, se¬≠condo una pratica che si spinge peraltro molto indie¬≠tro, dai trattatisti del Cin¬≠quecento a Coleridge. Inol¬≠tre, la verifica del testo in¬≠tesa autonomamente, al di fuori e contro ogni contami¬≠nazione esterna, sotto un pro¬≠filo non di rado astorico, giacch√© il fatto letterario non tollera altre leggi che le pro¬≠prie. Tra i secondi, uno scar¬≠so soccorso chiesto alla filolo¬≠gia, all’analisi strettamente linguistica, per non dire ad¬≠dirittura grammaticale.

Il volume cui ci stiamo ri¬≠ferendo lascia soltanto intra¬≠vedere la definizione di al¬≠cune premesse indispensabi¬≠li; la formulazione della let¬≠teratura come azione simboli¬≠ca in Burke, il quale si ser¬≠ve di sussidi disparati, dalla psicanalisi alla sociologia e all’antropologia, onde fissar¬≠ne i termini; l’insistenza di Ransom sul valore conosciti¬≠vo dell’arte, che la critica deve chiarire essa pure attri¬≠buendosi una funzione, ap¬≠punto, ontologica. L’assenza di critici dell’importanza di Blackmur, Brooks, Warren, non consente la prosecuzio¬≠ne del discorso se non in ma¬≠niera indiretta, lasciando in ombra tutto un ventaglio di ipotesi di lavoro ‚ÄĒ la poesia come linguaggio del parados¬≠so; la dimensione ironica; il concetto di tensione in poe¬≠sia ‚ÄĒ e ignorando il caratte¬≠ristico rovescio della meda¬≠glia, cio√® la preoccupazione metaf√¨sica e diffidente dell’e¬≠lemento popolare e realisti¬≠co, peculiare di buona par¬≠te della ¬ę nuova critica ¬Ľ.

Purtroppo il traduttore non ha reso un buon servi¬≠zio n√© agli autori n√© al let¬≠tore italiano. Accanto a so¬≠luzioni per lo meno dubbie (¬ę testura ¬Ľ non risolve af¬≠fatto l’originale texture, os¬≠sia disegno, tessuto, struttu¬≠ra interna) ci si imbatte in autentici svarioni. Nel saggio di Burke apprendiamo, ad esempio, dell’esistenza, nel Macbeth di Shakespeare, di una ¬ę scena di Porter ¬Ľ, men¬≠tre si tratta in realt√† della celebre scena del portiere. In un territorio confinante o coincidente si colloca il pi√Ļ provocatorio critico e teorico della critica di lingua ingle¬≠se, il canadese Northrop Frye. Due suoi libri appaio¬≠no contemporaneamente in italiano (Anatomia della cri¬≠tica, ed. Einaudi, pp. 484, L. 1800; Cultura e miti del nostro tempo, ed. Rizzoli, pp. 119, L. 1400).

Con l’Anatomia, dal tito¬≠lo di un sapore indicativa¬≠mente seicentesco, Frye toc¬≠ca una sublimazione del for¬≠malismo, e fornisce una summa, una quintessenza della retorica, intesa nell’accezio¬≠ne pi√Ļ nobile. Questo libro complesso e talora soverchia¬≠mente complicato per l’esa¬≠sperazione del linguaggio tec¬≠nicistico, chiude un intero periodo di speculazione. Di¬≠fatti, se gi√† i ¬ę nuovi criti¬≠ci ¬Ľ avevano tentato di dare una sistemazione scientifica e di sviluppare le premesse non sempre coerenti nella motivazione di fondo dei loro ispiratori (T. S. Eliot, I. A. Richards), Frye propone ad¬≠dirittura un nuovo Sublime.

Anche per Frye il punto di partenza resta la dimen¬≠sione simbolica dell’arte: di qui, per√≤, egli si avvia per una esplorazione vastissima degli ingranaggi dell’esito let¬≠terario, che da una classifi¬≠cazione dei generi sfocia nel¬≠l’analisi del linguaggio e del¬≠la metafora, intesi come va¬≠riet√† e pluralit√†. Nell’opera d’arte, ossia ¬ę di immagina¬≠zione ¬Ľ, si tratta di enuclea¬≠re le costanti ‚ÄĒ conoscitive e impersonali, vale a dire non soggettive e non auto¬≠biografiche o individuali ‚ÄĒ di ¬ę un atto decisivo di liber¬≠t√† spirituale, della visione della ricreazione dell’uomo ¬Ľ.

Riflessioni di questo gene¬≠re introducono a Cultura e miti del nostro tempo, un li¬≠bro decisamente pi√Ļ agevole dell’Anatomia, pi√Ļ discorsivo e non privo di qualche ele¬≠gante e persino salottiera di¬≠vagazione. Frye si rivela an¬≠che qui brillante investiga¬≠tore di problemi, di temati¬≠che, di miti contemporanei, e tocca i risultati pi√Ļ con¬≠vincenti quando affronta al¬≠cune costanti peculiari della cultura contemporanea, in particolare l’invito provoca¬≠torio dell’artista al lettore perch√© entri nel gioco, quasi in¬† uno¬† scambio tennistico.

Affiora peraltro in Frye un residuo romantico comune, del resto, all’ultimo Eliot: la nozione ottocentesca, filtrata attraverso nuove esperienze, di letteratura come piacere; il vagheggiamento di una ideale e purificatrice repub¬≠blica delle lettere. Qui si iscrive anche la polemica nei confronti della comunicazio¬≠ne di massa, vista non tan¬≠to come manipolazione, quan¬≠to come mostruosa dilatazio¬≠ne dello spazio letterario. Ma la forza propulsiva, la ¬ę vo¬≠racit√† ¬Ľ di Frye di cui ha par¬≠lato il Cesarani, restano ac¬≠quisizioni positive con le qua¬≠li √® indispensabile e inevita¬≠bile fare i conti.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart