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LETTERATURA: I MAESTRI: I giovani

14 novembre 2018

di Giovannino Guareschi
(da “Il grande diario”)

Rinchiuso nel lager, in Polonia, Giovannino Guareschi, guardando i giovani intorno a lui, scriveva – era domenica 28 maggio 1944 – queste note che fanno riflettere ancora oggi. Durante la prigionia Guareschi non ha mai ceduto alle lusinghe dei tedeschi, i quali promettevano mare e monti a chi aderiva alla Repubblica Sociale Italiana. Anzi. La sua baracca 38 era tra le più resistenti e i tedeschi l’additavano come la baracca di Guareschi, per significare che da lì potevano ricavare poco o niente. Pur essendosi ridotto a scheletro come gli altri, pur soffrendo di dolori allo stomaco per la gran fame, lo scrittore, salvo rari momenti di delusione e di malinconia (“La Divina Provvidenza non mi aiuta più?), trovò sempre la forza di non lasciarsi abbattere. Con lui erano l’attore Gianrico Tedeschi, il poeta Clemente Rebora, il pittore Giuseppe Novello. Insieme preparavano testi teatrali che andavano a rappresentare nelle varie baracche del campo. Guareschi teneva anche conversazioni, girando per le baracche e ottenendo sempre un entusiastico successo. Approfittò pure per scrivere alcuni dei suoi racconti. La rivista lo ricordò dieci anni fa, qui. Bdm

La famosa gioventù del Littorio. Molti giovani fino ai venticinque anni risultano la delusione più cocente di questa vicen­da. Insofferenti, incapaci di un tratto generoso, apatici in ogni manifestazione dello spirito, privi d’entusiasmo e di poesia.

Chiusi, stanchi di una vita che non hanno avuto. Sono rimasti qui perché, secondo i loro calcoli, era più conveniente rimane­re. Adesso lo dicono chiaramente: «Non mi frega niente del re o di Badoglio: io non voglio combattere!». Praticano il mercato nero con astuzia spietata: contendono ai vecchi di cinquant’an­ni il posto più comodo nelle lettiere, la razione che sembra mi­gliore. Non riconoscono differenze di grado o di età.

I giovani del popolo, gli operai, i contadini si sono salvati. Costoro invece, irretiti nelle scuole f(asciste), nei Guf, nei cor­si di preparazione politica, nei littoriali dello sport, dell’arte e della cultura, non avendo trovato tra le pareti domestiche nes­sun antidoto o perché il genitore era agganciato alla greppia comune o perché non voleva grane e aveva paura che il figlio lo denunciasse, si sono inveleniti. Costoro sono il pericolo più grave dell’avvenire. Perché se il f(ascismo) è scomparso come sistema di governo, essi sono l’etica vivente del f(ascismo). Essi sono il f(ascismo) in carne e ossa. L’hanno nel sangue come la lue. Questi giovani sono dei vecchi e rivelano in ogni gesto, in ogni parola la stanchezza per cose che non hanno mai fatto, il disprezzo per cose che essi non hanno mai potuto conoscere. Il loro programma sentimentale è il solito del fascismo puro: «Me ne frego!».

Occorre una rieducazione sentimentale.

C’è poco da sperare, però: il morbo è troppo avanzato. Al massimo si potrà neutralizzarlo, come con la lue. Ma l’Italia avrà ugualmente la sua giovinezza: ci sono i giovani dei campi e delle officine. Speriamo in essi. E in quelli (ci sono anche qui, grazie a Dio) i quali, avendo trovato in casa persone degne della loro funzione di educatori e di cittadini, sono rimasti immuni dal contagio dell’immoralità f(ascista) e nei campi di concentramento o in patria danno confortevolissima prova di sé.

C’è poi una categoria speciale di giovani più pericolosa di ogni altra. Sono coloro che costituiscono l’aristocrazia intellettuale della gente nata e cresciuta nel clima del Littorio. I quali, appartatisi in circoli letterari o artistici, parevano osteggiare il f(ascismo) col loro atteggiamento spregiudicato e spesso sarcastico, ma, in fondo, sono le vittime più vere dell’etica f(ascista) in quanto ogni loro creazione, pur pregevolissima come intelligenza e gusto, manca totalmente d’ogni umanità presa nel significato più convenzionale e più vero della parola: sentimenti e cuore.

Essi erano addirittura i negatori di se stessi. La carità di patria, l’umanità, l’onestà, il rispetto, la maternità, la disciplina, la fede, la libertà, a causa d’una propaganda sciagurata al servizio non di una idea ma di una mancanza di idee, erano diventati dei luoghi comuni, dei convenzionalismi, e il loro atteggiamento ribelle si rivoltava contro questi convenzionalismi. Mentre Invece è necessario ridare a questi convenzionalismi tutto il loro valore. La patria non si nega, si conquista: siamo d’accordo. Ma il f(fascismo) si è limitato a negarla… l’antifascismo la sta conqui­stando.

Attenti ai giovani. Largo soltanto a chi merita.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart