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LETTERATURA: I MAESTRI: I merli

11 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 20 agosto 1970]

Io sono, a quel che si dice, uno scrittore torraiolo; ma i merli della mia torre d’avorio li serber√≤ a un’altra volta: per ora, invece, voglio scrivere le lodi dei volatili che han que¬≠sto nome. Mi pare che sia una riparazione dovuta; e non sol¬≠tanto da me, a cagione di certi giovanili trascorsi, ma da tutto il genere umano.

Gi√†, perch√© gli uomini, ol¬≠tre a perseguitarli e a stermi¬≠narli come usano fare con tut¬≠te le altre creature alate, pinnate e pedestri, non li hanno trattati bene neppure a paro¬≠le; e s√¨ che per il solito di parole sono generosi, tanto co¬≠stano poco. Usignoli, lodole, passeri, capinere e altri uccel¬≠letti che pur si continuano a mettere allegramente allo spiede, sono lodati, cantati dai poeti, coccodrillescamente pianti. I merli, no. Se le co¬≠noscenze e la memoria non mi fanno cilecca, pochi scrit¬≠tori li han ricordati con ama¬≠bilit√†, dopo quell’adespoto ve¬≠tustissimo canto sull’usignolo (merulus modulans tam pulcris concinit odis) e prima del Pascoli; ma di lui non fa maraviglia, perch√© gli uccelli li ha vezzeggiati un po’ tutti.

Il mio Petrarca ha nominato il merlo soltanto incidentalmente, con quel modo di dire usato gi√† per chi s’infurbiva ¬ę il merlo ha passato il rio ¬Ľ. Un altro poeta a me per tutt‚Äôaltre vie congeniale, il Berni, ne parla addirittura sgarbata¬≠mente: N√© ch’io favelli, anzi cicali a caso / come s’io fussi un merlo o una ghiandaia. Ma chi diavol gli ha detto che i merli cicalino a caso come fanno gli uomini?

Anche nei proverbi si bi¬≠stratta questo povero uccello: Faute de grives, on mange de merles. Del suo nome si fa un uso ingiurioso: sebbene abbia fama di essere un uccello fur¬≠bissimo, ossia proprio per que¬≠sto, cio√® per ironia, se voglia¬≠mo dare del gonzo a qualcuno gli diamo del merlo. Ora, met¬≠tiamoci nei suoi panni o me¬≠glio nelle sue penne: se il pi√Ļ grande uomo del mondo, po¬≠niamo il presidente Mao, sen¬≠tisse chiamar col suo nome ogni fedel minchione, non gli farebbe mica troppo piacere

*

Certamente √® un uccello scontroso, solitario, salvatico; tanto che Pompeo Festo ne faceva derivare il nome latino, merula, da merus nell’antica accezione di ¬ęsolo¬Ľ: quod so¬≠livaga est, c’insegnava, et soli¬≠taria pascitur. Mah! Io, che sono un poeta, non un etimo¬≠logista, posso anche starci; tanto pi√Ļ che quel discorsetto mi piace: se ne va solo solet¬≠to e solitario si pasce. Que¬≠sta salvatichezza potrebbe for¬≠se spiegarci perch√© non ha trovato troppe simpatie presso gli uomini: proprio come √® capitato a me, che ho suppergi√Ļ lo stesso carattere.

Ma io col merlo ho in co¬≠mune i difetti, non le qualit√†, a cominciare dalla furberia. Vero √® che tutta la sua fur¬≠beria mi par si riduca a star¬≠sene il pi√Ļ possibile alla larga dagli uomini, a fuggirli non appena li veda o li senta, a fidarsene meno che pu√≤; e se questo solo bastasse a farsi gabellare per furbo, anch’io (figuratevi!) dovrei essere giu¬≠dicato furbissimo. Ahim√©!

Un’altra cosa che al merlo mi avvicina e mi affratella √® la malinconia, che forse esso non ha, ma che io nella mia immaginazione gli attribuisco; e non perch√© lo veda con quell‚Äôabito nero, come se fosse ve¬≠stito a lutto, ma appunto per la sua salvatichezza: malinco¬≠nia chiama solitudine, solitu¬≠dine chiama malinconia. Pi√Ļ ancora gliel’attribuisco per il suo canto, che preferisco a quello dell’usignolo: √® meno garrulo, meno volubile, certo non cos√¨ zampillante di vir¬≠tuosismi preziosi, ma cos√¨ lim¬≠pido e sonoro, cos√¨ pieno ap¬≠punto di una dolce mestizia. Ricorda un poco quello del passero solitario, a lui tanto somigliante nell’abito quanto il canto del merlo al suo ras¬≠somiglia nella malinconia. Pli¬≠nio nota del merlo, anzi (per avvicinarmi pi√Ļ al suo latino, come facevano i miei fioren¬≠tini vecchi) qui dir√≤ della mer¬≠la: Canit aestate, hieme bal¬≠butii, circa solstitium muta; cio√® canta d’estate, balbetta d’inverno, intorno al solstizio √® mutola. Ora, che siamo ap¬≠punto in quei giorni, e il giar¬≠dino √® muto del suo canto, mi sento pi√Ļ solo: mi pare che qualcosa mi manchi.

*

Fra me e questo uccello, in¬≠somma, c’√® dell’affinit√†, c’√® della simpatia; ma c’√® anche altro: c’√® la piet√†, c’√® la tene¬≠rezza che un facinoroso con¬≠vertito prova per le sue vittime. Ho accennato in principio a certi trascorsi giovanili: dei merli fui per lungo tempo un persecutore spietato. Nella nostra fattoria suburbana, dove quasi tutta la selvaggina stanziale si riduceva a qualche branco di passerotti, erano considerati addirittura come caccia grossa. Lo sterminato¬≠re dei pochi che vi si avven¬≠tavano ero io, solo capace, fra tanti gattonatori di forasiepe e di codibugnoli, di accenciarli a volo quando saet¬≠tavano dai cespugli con quel loro schiamazzo stizzito, che pareva una filza d’impreca¬≠zioni.

E ora che finalmente anche i miei fucili arruginiscono in un canto come la carabina dell’Innominato, proprio come l’Innominato mi sforzo in ogni modo di riparare al male fat¬≠to durante le mie gesta mici¬≠diali. Costui, diventato da fla¬≠gello benefattore, fece del suo castellaccio insanguinato un asilo; io ho ridotto la met√† del mio giardino a selvatico, perch√© i merli ci trovassero un albergo e un cibo a loro gra¬≠diti; ho piantato alberi e ar¬≠busti delle cui bacche son ghiotti; ho lasciato marcire le foglie cadute, in modo che vi prolificassero bacherozzoli e altri insettucci; ho messo tra i cespugli abbeveratoi perch√© i miei protetti non avessero pi√Ļ ad affogar nelle vasche, come qualche volta √® accaduto; ho curato i prati dove amano pa¬≠scolare a bruzzico, spargen¬≠dovi certe leccornie per la lo¬≠ro prima colazione.

Cos√¨, i bruni ospiti alati hanno cominciato a frequentare il giardino, v’hanno pre¬≠so stanza in numero sempre maggiore; e l’asilo s’√® fatto pi√Ļ sicuro dacch√©, per essi pi√Ļ che per altro, ho procurato che nei poderi circostanti la caccia fosse bandita. Non basta: avendo riguardo alla loro in¬≠dole selvatica e solitaria, ho rinunziato, non senza incomo¬≠do e sacrificio, a frequentare quello ch’√® divenuto ormai il loro dominio. Se qualche vol¬≠ta peritosamente mi prendo la licenza di metterci piede, devo sopportarne le proteste, mani¬≠festate senza tanti complimen¬≠ti con un chioccolare stizzoso.

Ma l’Innominato, che mol¬≠to ha da farsi perdonare, fa¬≠cilmente perdona questi pic¬≠coli sgarbi. E trova le sue con¬≠solazioni a sera, dopo il tra¬≠monto, quando l’aria √® piena del loro canto sonoro e ma¬≠linconico; pi√Ļ ancora, quando li vede, dalle finestre che si affacciano sul giardino, svo¬≠lazzare e saltellare fiduciosi nei prati, nel piazzale, nelle viottole.

Alcuni di essi ho imparato a riconoscerli, io che tra gli uomini vo proclamando a mia scusa d’essere poco f√¨sonomista. Per restare in chiave con la similitudine dell’Innomina¬≠to, li ho battezzati coi nomi degli eroi manzoniani: un ma¬≠schio baldanzoso, dalle lucide penne corvine e il becco colore arancio, √® Renzo: Lucia ho chiamato la sua fedele com¬≠pagna, una bella merla di un color bruno dorato. E c’√® don Abbondio: un poltroncello che va sempre a piedi, quasi che volare gli faccia fatica o pau¬≠ra. Ha il piumaggio di un ne¬≠ro che d√† nel rossiccio, come si vedevano in campagna cer¬≠te vecchie sottane da prete, quando i preti portavan sot¬≠tane.

Toh, eccolo; mentre scrivo di lui, √® l√¨ sul prato: non sal¬≠tella neppure, passeggia. Pas¬≠seggia e chioccola piano, di continuo, come se brontolasse. Ora, attraverso la finestra aperta, m’ha visto: mi guarda con aria preoccupata, proprio in quel modo che don Abbon¬≠dio guardava l’Innominato non ostante la conversione. Chiss√† che non pensi anche lui: ¬ę E se gli salta qualche grillo? ¬Ľ. A buon conto se ne va, sem¬≠pre di pedina, s’infila in una siepe di bosso.

 


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Bart