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LETTERATURA: I MAESTRI: I taccuini di Cecchi: Il tessuto del tempo

17 novembre 2018

di Emilio Cecchi
[dal “Corriere della Sera”, 5 maggio 1968]

Tra il luglio 1927 e il dicembre 1928.

Barilli, 7 luglio ’27. « La solitudine », egli mi disse, « è la madre di tutti i vizi peggiori. Per questo, io che ho codesta tendenza, ne fo di tutti i colori ». Me lo diceva, andando verso il piazzale Flaminio, dove ci siamo lasciati; e lo vedevo attraversare la piazza nel solleone: nero, secco, con i capelli come serpentelli; e sembrava una vecchia belva ossuta, ormai non troppo temibile, che rientrasse (effetto in salita, verso il vicolo dell’Agnello) al suo covo: un covo, quello studio con le lanterne di vetro senza tende, torrido, percosso dal sole feroce; un covo di vecchi cenci, carte rimasticate, graffiate, riappiccicate; dove il lavoro artistico è arrivato alla ossessione, alla allucinazione, ad un automatismo faticoso ed esauriente più di qualsiasi mania. Odore come di fientes risecche. I ragni, di cui qualche giorno dopo mi parlò. Sua vecchiezza: i movimenti delle mani: farmi sempre rileggere, e correggere, quella bozza che tiene in tasca, sempre pronta.

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Nella vita, nel lavoro, la principale cosa è il coraggio, la spinta vitale, un quid inesprimibile. Ma il punto di intersezione, di controllo fra codesto quid e la intelligenza, è di importanza uguale o quasi; senza il primo elemento, sei morto; senza il secondo sei materia terminante, o scagliata violentemente verso chissà quale obiettivo; ma materia informe, volgare. Così scrivere: bisognerebbe scrivere come un contadino parla, con quella inconsapevolezza; e correggere e limare con la raffinata esperienza dell’esteta.

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Autori, per esempio Proust, con i quali non si ha nulla in comune; ma che ci mettono in uno stato creativo. Agiscono come materia, come vita, per un altro autore.

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Una delle cose che è meno facile immaginare: gli effetti di un « passaggio di classe »: per esempio innamorarsi, o sposarsi a una donna di classe inferiore; e sentire in tutti i momenti il limare continuo di quelle abitudini, modi, preferenze. Quando da giovanotto, dovetti impiegarmi, prima alla Banca e poi all’Ospedale; e puoi lavorare in bottega del babbo, quel che io risentivo era questo; non che mi sentissi umiliato, ma era una condizione faticosissima, perché domandava una continua correzione di me stesso, in modo da intonarmi, recitarmi nell’ambiente in cui mi trovavo. E questo è già grave se le cose vanno lisce; se le cose si complicano o volgono al dramma, se quell’attrito si insinua nel focolare nella camera da letto, dev’essere, davvero, il più feroce degli infermi.

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Sogno del fuoco. Un incendio era scoppiato in una delle nostre stanze, piena di gente. Dai tubi della stufa rompeva e lingueggiava su per le pareti e intorno al soffitto, con fetore di vernice arsa e schianti di legname e di muri. E mentre spingevo fuori la gente, urli che venivano di fuori dai cortili, facevano intuire qualche cosa di più tremendo che nella stanza si potesse supporre. Quegli urli mi hanno svegliato. Ho sentito subito che il sogno era soltanto un pretesto, una specie di invenzione immaginosa del mio organismo (a chiamarlo così), perché appunto mi svegliassi. Mi sono trovato, istantaneamente staccato dall’incendio, in un sentimento di morte, immobile, calmo, pauroso; come se mi protendersi sopra un pozzo e mi sentissi mancare il respiro. Pensavo: ho quarantaquattro anni; fra sei anni, cinquanta; tutti questi quarantaquattro sono stati un fiato: li vedevo raccolti in un fiato; i sei saranno nulla di nulla; e poi dove vo? Era proprio il tessuto del tempo, scoperto, scarnito di ogni sostanza e ragione umana; l’ho sentito (direi quasi l’ho visto) due o tre volte, a due o tre riprese, con una stretta al cuore, come se mi avessero sospeso su un abisso e lo guardassi, pur sentendomi mancare il respiro. Ho pensato a qualcuno che ricercherà una data, una osservazione, per esempio nel libro dei Senesi e vi troverà uno sbaglio, una cosa discutibile; e solo per quello si ricorderà di me; solo per quello, per uno straccio, la mia persona si ingranerà intorno a qualche cosa, sul nulla del tempo. Poi, poco a poco, questo tessuto si è ricoperto dell’ordinario tessuto del sentimento della vita, come se si costituisse sopra una piaga; il tempo si è ricostituito, più arioso, calmo, respirabile; era come una carne che si riformasse sopra una piaga, e di quella impressione così poignante non mi resta più una realtà viva, immediata; ma un ricordo.

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Quando la letteratura e le arti erano in rigoglio, si sapeva quanto poca importanza avesse la novità della invenzione. Originalità e stile sono tutt’altra cosa. I soggetti, nell’etica e nella tragedia greca e nella pittura italiana della Rinascenza, tanto per prendere l’esempio di due civiltà preclare, in certo modo erano soggetti, materia di tutti. E addentrandoci un po’ nella storia della grande tragedia francese (cfr. Racine di Mauriac) si vede che le regine, le amanti reali e la cabala di corte, mettevano bocca, consigliavano, nella composizione di un intrigo. Oggi si è perduto il senso di ciò che costituisce l’intrinseco di un’opera d’arte, la sua ragione di essere, e la novità degli argomenti produce che non se ne vede quasi mai portato, maturato all’«intrinseco artistico » nessuno.

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Stanotte 28 IV ho sognato Bastianelli; mi pareva che dovevamo esserci trovati avanti; gli aveva dato della musica sua da leggere (come se io sapessi legger musica) e che gli dicessi quello che pensavo. Andavo a vederlo in una piazzetta dove c’era la chiesuola; come ce ne sono a Firenze verso il Pratellino nel quartiere tra Porta a Prato e la fortezza da Basso. Era già arrivato, e lo vedevo camminare col paletot sul braccio; con quella fitta così curiosa del cappello che dava un’aria tutta particolare al portamento della testa e alla fronte. Mi ha detto, quando gli ho parlato della sua musica: « Me lo dici in un certo modo ». Io avevo anche scritto quello che mi sembrava sui manoscritti stessi della musica. Dopo si seguitava a discorrere d’arte; e non so come veniva in discorso lo scritto del Francovich sulle sculture di Orvieto; con la sua curiosa calligrafia, lui prendeva subito l’appunto. Mio Dio, che i ricordi di lui debbano venire così, mescolati a questa roba grottesca del sogno; che lo si debba veder tornare, come se vagasse lì fuori, inquieto, tornare in questo disordine del sogno, perché in ogni altro modo ce ne siamo dimenticati. Oggi ogni piccolo buffone letterario ha intorno un cerchio con un saltimbanco; e non s’è quasi trovato chi si ricordasse di Bastianelli; nessuno che abbia fatto di proposito qualcosa per la sua memoria. Come è basso il cambio della vita e dell’intelletto umano. Come viene fatto pagare, a prezzo umiliante rovinoso, di liquidazione, aver creduto all’arte, averla voluta in modo fuor del comune. Anche se fossero tutti stati errori, quanto sono superiori a tante verità. Dico il vero: nello stesso modo disperato e dannato del suo vivere, che gli mise contro tutto il mondo degli ipocriti e dei vigliacchi, mi sembra più nobile di tante e tante altre vite; almeno era consacrato, se si può dire questa parola, a una dannazione, a una furia. L’oneiros che veniva preso come un avvertimento una presenza; oggi è decaduto anche questo.

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Esteta è uno che adopra una cosa per un uso diverso da quello per il quale è fatta. Una cosa in un significato diverso da quello che essa esprime, senza riguardo per questo significato.

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Si pensa che, a poter vedere chiaramente il futuro, sapere quello che ci toccherà in modo ineluttabile, la vita diventerebbe penosissima, nell’aspettativa di quei dolori, di quelle umiliazioni. Ma io credo che peggio anche di questo, sarebbe vedere che in fondo, essa è deserta, che non ci succede niente: e aspettare l’esecuzione di una condanna a morte fatta di niente.

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Via Frattina: sconvolgono i lastrici, ecc. Odore del legname di cui sono fatti i pontoni per il transito provvisorio; mi ricordo l’odore di legname, annaffiato, degli interni delle botteghe, via Speziali, via Pietrapiana, quando ci si passavano lunghe ore col babbo. I bilanci, il mistero, la poesia, direi quasi, dei bilanci. I cataloghi di posaterie ed alzate da tavola: le saliere del « Cellini ». Il senso della vita di altri paesi: la rivista inglese con la fotografia del galeotto rasato a metà. Giovanni (ex bersagliere) e le riviste militari. Presentimento della omosessualità. Gastone, e la mattina che si giocava alla « aggressione ». I fatti del maggio 1898: Oreste, e i fucili portati su un barroccino, per difendere eventualmente, l’officina Galileo. Il rumore delle rivoltellate, fuori delle saracinesche. E quando, in via Pietrapiana, la sera chiudevamo la bottega: il tastare le bande; come la sculacciata alla mucca, che anche per questo giorno ha dato il latte; e si lascia nella stalla; per stanotte, ben sistemata.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart