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LETTERATURA: I MAESTRI: Ignazio Silone

2 novembre 2017

di Claudio Marabini
[da: ‚ÄúGli anni Sessanta ‚Äď Narrativa e storia‚ÄĚ, Rizzoli, 1969]

Le due opere che caratterizzano gli Anni Sessanta di Ignazio Silo¬≠ne – Uscita di sicurezza (Vallecchi, ’65) e L’avventura d’un povero cristiano (Mondadori, ’68) – compendiano esaurientemente la para¬≠bola umana e letteraria dello scrittore: la prima offrendo un itine¬≠rario narrativo e saggistico con cui si fonde l’itinerario politico; la seconda riassumendo, nella specifica forma del dialogo, l’originaria tensione della letteratura di Silone al dibattito morale, in particolare sui temi della libert√† e della giustizia. Non √® azzardato asserire che Silone, in questi ultimi anni, ha enucleato i motivi della sua letteratura in opere o in forme compositive (nel caso della struttura antologica di Uscita di sicurezza) che li elevano a definitivo messag¬≠gio e sembrano allontanare nel tempo le opere pi√Ļ prettamente nar¬≠rative pure animate, con tenace coerenza, da quegli stessi motivi.

Anche pare essersi risolto quel ¬ę caso Silone ¬Ľ che Emilio Cecchi denunci√≤, a lungo rimbalzato da una cronaca letteraria all’altra, nel quale sembra lecito riconoscere la reazione tipica di una societ√† letteraria malgrado tutto molto tradizionale e particolarmente dif¬≠fidente per atavico istinto delle commistioni politico-letterarie. Se fu fatale che le prime opere di Silone uscissero all’estero in lingua stra¬≠niera, bisogna per√≤ dire che il recupero dello scrittore in patria, nel dopoguerra, non √® stato agevole. Si deve giungere alle due ultime opere per incontrare uno schieramento critico saldamente favore¬≠vole, in taluni casi persino osannante, consacrato alla fine da alcuni premi letterari di prestigio; al punto per√≤ che tale consacrazione ha in effetti scavalcato il problema prettamente letterario, eludendolo ancora una volta, seppure per eccesso di zelo 1.

Il problema letterario che pone l’opera di Silone, al di l√† della valutazione estetica dell’opera come fatto d’arte, sembra riassumersi nella determinazione della preponderanza o meno dell’imperativo morale e civile. In altre parole, fino a che punto il mondo creato dalla fantasia di Silone abbia soggiaciuto a una funzione strumentale rispetto allo scopo etico e politico di denunciare e testimoniare una condizione dell’uomo e di combattere una battaglia 2.

Chi conosce l’opera di Silone, compresa la sua folta attivit√† pub¬≠blicistica, sa che questo scopo √® considerato dallo scrittore come il pi√Ļ nobile e alto, tale da condizionare, religiosamente, non solo la vita dell’uomo ma anche quelle categorie letterarie che la storia ci ha tramandato come sovrane. Esiste in realt√†, per Silone, un’azione politica che pu√≤ esplicarsi anche letterariamente ed √® quella che poggiando su un intrepido sentimento morale sceglie soprattutto i mo¬≠duli saggistici dell’indagine e della denuncia, li isola oppure li cala nella narrativa, profondendo in essi il calore che normalmente una cultura avvezza per secoli al primato dell’invenzione e del lirismo riserva a quel frutto ineffabile che √® la poesia.

I romanzi di Silone sono innanzi tutto difficilmente collocabili in seno alle correnti letterarie tradizionali. La linea in cui meglio sembra possano innestarsi √® quella di Alvaro e di Jovine. Ma √® an¬≠che evidente che si staccano da ogni retroterra, pur remoto, di meri¬≠dionalismo pi√Ļ o meno tinto di colori veristici, o qua e l√† lo sfiorano, ma stemperandosi piuttosto in risucchi che sembrano condurre a un generico naturalismo ottocentesco. Del resto, lo stesso Silone ha dichiarato da quale apporto di letture pervenne al primo romanzo, Fontamara, scritto intorno al ’30 3.

Nei romanzi, considerati globalmente, si va per esempio da un avvio orchestrato con larghezza tipicamente naturalistica, com’√® quel¬≠lo del Seme sotto la neve (’41), dove il lento viaggio della signora Maria Vincenza Spina in carrozza col servitore a fianco approda a una sorta di ricevimento in cui √® passata in rassegna, anche per tipi fisici, la notabilit√† dell’umile paese (un autentico milieu), a certi scorci veristici, che si incontrano particolarmente in Fontamara, ma pi√Ļ o meno in tutta l’opera narrativa, e che innestati sul fondo della secolare povert√† e sul mito del pezzetto di terra da conquistare da parte dell’umile cafone, si stringono tuttavia in vigorosi bozzetti, sul genere per esempio della brevissima storia di Lazzaro carabiniere in Romagna, in Una manciata di more (’52), e della bambina mo¬≠rente 4, in cui la maniera veristica sembra deformarsi nel senso espressionistico, per esempio, di alcune, lei pi√Ļ misurate tuttavia, fra le Novelle della Pescara di D’Annunzio. Si va da un impianto strut¬≠turalmente dialogico e larvatamente teatrale visibile sino da Fonta¬≠mara, che spesso assorbe gli inserti bozzettistici strumentalizzati in rapporto a una tesi che li sovrasta, a una scansione descrittiva, su un paesaggio nutrito di autobiografica vena elegiaca, concepita e realizzata ancora una volta con reminiscenza naturalistica, come pausa nel ritmo della storia, anzi del dialogo dominante. Si va dai toni d’eloquenza altamente morale di certi dialoghi, sul tipo di al¬≠cuni tra don Benedetto e Pietro Spina in Vino e pane (’37) o tra Celestino V e il cardinale Caetani ne L’avventura d’un povero cri¬≠stiano, in cui si palesa la latente tensione verso l’opera morale (ci√≤ che in sostanza finisce col diventare L’avventura d’un povero cri¬≠stiano ed √® La scuola dei dittatori), ad altri toni di notarile rilievo storico-economico-sociale, come per esempio si incontrano in Fon¬≠tamara sull’offerta di braccia da parte dei cafoni ai fittavoli e ai proprietari del Fucino e sulla loro taglieggiante rivalsa sopra i salari.

Moduli narrativi, soluzioni strutturali, toni stilistici che si af¬≠fiancano a costituire la veste di una narrativa la quale, pure in questa disegualit√†, nell’arco degli anni assume un profilo compatto, nel senso di una disegualit√† che si riconferma di romanzo in romanzo, con assoluto distacco, appena attenuata, forse, in Fontamara, per l’incalzare della storia (un incalzare non pi√Ļ raggiunto in seguito), e nel Segreto di Luca, per la forza coesiva del fatto sentimentale, e in tutto ¬ę privato ¬Ľ, che sta al centro del romanzo, vale a dire l’a¬≠more romantico di Luca e di Ortensia.

Del resto Silone, con la perentoriet√† che lo distingue, fu molto esplicito sulle difficolt√† d’espressione e sulle regole del bello scrivere in un brano, in parte gi√† citato 5, di Uscita di sicurezza, che pu√≤ essere accolto come basilare dichiarazione di poetica. Egli parl√≤ non solo della sua ¬ę assoluta necessit√† di testimoniare ¬Ľ ma anche del ¬ę bisogno inderogabile ¬Ľ di liberarsi da una ¬ę ossessione ¬Ľ e ¬ę di affermare il senso e i limiti di una dolorosa ma definitiva rottura ¬Ľ. Si tratta infatti, tutt’assieme, dell’imperativo morale che guida la sua letteratura e che esilia o supera le soluzioni formali che la narrativa, per norma intrinseca, richiederebbe. Nessun ¬ę sereno godi¬≠mento estetico ¬Ľ infatti, quel godimento tutto romantico della nativa espressione, animata dagli antichi demoni dell’invenzione e della fantasia, ma la faticosa, ogni momento recuperata e richiamata, urgenza della ¬ę testimonianza ¬Ľ, la verit√† insomma, storicamente per¬≠seguibile, di una condizione umana, di fatti accaduti, di imperdo¬≠nabili ingiustizie sempre incombenti. Da cui le rotture nella nar¬≠razione, ricondotta ogni volta all’urgenza di quella verit√†, non im¬≠porta se con mutamenti strutturali, deviazioni stilistiche o moduli diversi6.

Da qui a una saggistica di stampo politico-morale il passo √® breve. Certe parti dei romanzi, quelle in cui pi√Ļ elevato si fa il tono dei dialoghi e i protagonisti richiamano pi√Ļ eloquentemente le ragioni delle scelte supreme, ne scoprono la filosofica e quasi didattica tessitura, il campionario degli spunti possibili, i nuclei di una gi√† intuibile logica espositiva. Tali sono in sostanza L’avventura d’un povero cristiano e La scuola dei dittatori, il lungo dibattito sulla tirannide giustamente da qualcuno, per la struttura trattatistica oltre che per l’argomento, avvicinato al Principe del Machiavelli7. L’av¬≠ventura d’un povero cristiano non √® che un dramma morale in cui la scarsit√† d’azione e la staticit√† dell’impianto concentrano tutto il calore polemico sulla virt√Ļ della parola, anzi dell’eloquenza; nulla vi accade, tranne che nelle coscienze, dove del resto il bene e il male da sempre restano distinti e saldi nelle loro posizioni, volto l’uno ai valori dello spirito e della coscienza e l’altro agli allettamenti del potere.

Ancora una volta ci soccorre Silone. Egli scrive:

‚ÄúCome ogni scrittore che concepisce la propria attivit√† al servizio del prossimo, ho dunque cercato di rendermi conto, per me e i miei lettori […] A questo fine, penso, han servito tanto i miei racconti che i miei saggi, tra i quali non sussiste differenza, se non tecnica‚ÄĚ 8.

Quanto mai opportuno il rilievo sulle differenze ¬ę tecniche ¬Ľ. E siamo con ci√≤ all’approdo di Uscita di sicurezza, libro composito, esteriormente antologico ma profondamente riassuntivo delle carat¬≠teristiche intime ed esterne della letteratura di Silone, realizzato su un arco parabolico che da un lato segue una traccia biografica e dall’altro una linea di progressiva fusione della narrativa nel saggio, non dialogico tuttavia ma semplicemente espositivo. Il momento di sutura √® a nostro avviso indicato da Uscita di sicurezza, considerato giustamente il saggio pi√Ļ importante di Silone, un saggio che non √® soltanto tale, coinvolgendo una successione di fatti e procedendo su una tensione narrativa che neppure i romanzi sempre realizzano.

Uscita di sicurezza, anche per dimensioni, √® un’opera piena e compiuta, che per alcuni aspetti pu√≤ essere avvicinata agli stessi romanzi. Possiede dei romanzi le fonti terragne pi√Ļ remote: la Marsica, la povert√† e il mondo dei cafoni; allinea i ricordi di alcuni avvenimenti centrali nella biografia di Silone presenti nei romanzi: il fa¬≠moso terremoto della Marsica, l’usurpazione del grande feudo del Fucino; innalza emblematicamente, sin dall’inizio, come i romanzi, la bandiera della giustizia (l’episodio del cane aizzato dal signorotto – poi impunito – contro l’umile sarta). Da questa piattaforma, lar¬≠vatamente bozzettistica, si muove poi il saggio, incalzante verso le tappe di un’intera esistenza, scendendo al terreno politico ma nulla perdendo dell’interna tensione. La passione morale vibra in ogni momento del racconto fondendo in un impasto di tono questa volta profondamente unitario fatti e commenti, canovaccio e riflessioni, in un andamento bruscamente sinuoso ma fatalmente continuo. Gli aneddoti, o gli apologhi, delle prime pagine si legano bene ai brani politici di quelle finali, palesemente strumentali ma proprio per que¬≠sto perfettamente circoscritti nella cornice del tutto; alla stessa ma¬≠niera – si vorrebbe aggiungere – che i primi racconti del libro (Visita al carcere, La chioma di Giuditta, Polikusc’ka e anche l’Incontro con uno strano prete) si legano, come un antitetico ma sotterraneamente analogo ¬ę pendant ¬Ľ, ai saggi conclusivi, compresi quelli intorno al progresso, il benessere, i mass-media eccetera.

*    *    *

La diseguaglianza formale della narrativa di Silone ha il suo riscontro nell’unit√† dei motivi politici e morali. Questi motivi, ap¬≠parsi per la prima volta in Fontamara, regolarmente si riconfermano in ogni opera, sino all’Avventura d’un povero cristiano, che li ce¬≠lebra nel solitario spicco d’un dibattito spoglio da qualsiasi appa¬≠rato narrativo.

In Fontamara il piccolo paese √® come schiacciato da una con¬≠giura di forze oscure che nel loro complesso indicano il governo, lo stato o genericamente la societ√† costituita. Taglieggiato da bal¬≠zelli crudeli e antichi, viene privato della luce elettrica, poi dell’ac¬≠qua. Siamo sotto il fascismo, un impresario-podest√† ne incarna l’ar¬≠bitrio e la violenza. Ma il fascismo √® soltanto la veste attuale di un’e¬≠terna condizione di sfruttamento dell’uomo da parte di chi detiene il potere. Dall’umanit√† dei cafoni esce Berardo Viola, il rivoluzio¬≠nario capo dei giovani, qualcosa come una piccola luce di speranza e una bandiera. Ma √® una bandiera che non ha possibilit√† per ope¬≠rare e finir√† in carcere, sceglier√† anzi il carcere assumendosi colpe non sue, estrema libert√† e rivendicazione della dignit√† dell’uomo nell’atto supremo della morte.

I motivi appaiono evidenti: da un lato lo schiacciamento del¬≠l’uomo, dall’altro la sua rivolta; le forze dirette contro l’uomo, an¬≠tiche come il mondo; la rivolta, suggellantesi nel vicolo cieco del carcere, isolamento monastico, scelta quasi religiosa, l’unica con¬≠cessa dato il muro insuperabile di quelle forze.

A Berardo Viola succede il suo erede ideale, Pietro Spina, l’eroe di Vino e pane e del Seme sotto la neve. Le cause della sua rivolta non consistono che in un remoto antefatto di malvagit√† individuali e sociali (riscontrate nel momento del terremoto che gli tolse i ge¬≠nitori: ed √® motivo in parte autobiografico) unito a una precoce vocazione per la giustizia e la verit√†. Pietro Spina √® gi√† socialista, ¬ę rosso ¬Ľ anzi, come dicono in paese, √® stato all’estero, ha dietro le spalle l’organizzazione di un ¬ę partito ¬Ľ. √ą un uomo che non solo ha fatto la sua scelta, come gi√† Berardo, ma ha molto operato in questo senso. √ą tornato per un invincibile amore alla sua terra, per agire in essa possibilmente, senza tagliare i fili col partito. La rivolta √® dunque istituita a sistema di vita. Pietro Spina in Vino e pane, scoperto, deve fuggire; nel Seme sotto la neve ricalca le orme di Be¬≠rardo: si carica di una colpa non sua e porge i polsi alle manette.

Ecco che cosa scrisse Pietro Spina in un tema scolastico, da Vino e pane:

‚ÄúSe non fosse molto noioso essere posto dopo morto sugli altari, ed essere pregato e adorato da una quantit√† di persone sconosciute […] vorrei essere un santo. Non vorrei vivere secondo le circostanze, l’am¬≠biente e le convenzioni materiali, ma, senza curarmi delle conseguenze, vorrei vivere e lottare per quello che a me apparir√† giusto e vero‚ÄĚ 9.

Ed ecco come difenderà la scelta di chi si pone fuori legge da chi vorrebbe esortare a una presunta saggezza, dal Seme sotto la neve:

‚ÄúUn rivoluzionario fuori-legge, vedi, si trova nella stessa condizione ideale del cristiano in convento; egli rompe i ponti col nemico e i suoi allettamenti volgari, gli dichiara guerra aperta e vive secondo la pro¬≠pria legge‚ÄĚ 10.

Giustamente, il vecchio Simone così lo definisce:

‚ÄúEgli ha la fortuna di essere un uomo fuorilegge, un cristiano allo sbaraglio, e lo √® nel modo pi√Ļ semplice, pi√Ļ spontaneo e naturale che sia; si direbbe quasi che sia nato con quella vocazione‚ÄĚ11.

Poi, una svolta nella cronologia della storia politica. Con Berardo Viola eravamo a un fascismo paesano e agrario; con Pietro Spina ci trovavamo al tempo della guerra d’Africa. Con Una man¬≠ciata di more siamo all’immediato dopoguerra: e qui la funzione di realt√† politica alienante √® assunta dal ¬ę partito ¬Ľ. Gi√† Pietro Spi¬≠na, in Vino e pane, stava per essere espulso dal ¬ę partito ¬Ľ, ed egli stesso ne adombr√≤ il motivo drammatico : ¬ę Non posso mica sa¬≠crificare al partito i motivi per cui vi ho aderito ¬Ľ12; che √® il motivo politico-morale conduttore di Uscita ai sicurezza.

In Una manciata di more il motivo pi√Ļ patetico √® fornito dalla famosa tromba della lega dei contadini, simbolo del diritto e della speranza dei poveri, che, nascosta in periodo fascista, poi ricom¬≠parsa, deve di nuovo scomparire : la tromba che rivedremo in Uscita di sicurezza. Rocco, Martino, Lazzaro hanno raccolto l’eredit√† di Berardo Viola e di Pietro Spina, ma la svolta del dopoguerra ha in-ferto un duro colpo alle speranze. Non solo il ¬ę partito ¬Ľ si erge come una ostile realt√† politica oramai istituzionalizzata, ma dall’altro lato la famiglia dei Tarocchi, latifondisti delle terre del Fu¬≠cino, prosecuzione ideale del fantomatico Principe di Fontamara, permane incrollabile nella sua potenza 13.

Nel Segreto di Luca i motivi della rivolta e dello schiacciamento dell’uomo si svolgono nel rapporto dialettico – singolare come solu¬≠zione narrativa – di due personaggi: il vecchio Luca Sabatino, che torna dopo quarant’anni di carcere, un carcere scelto di propria vo¬≠lont√† come Berardo Viola e Pietro Spina; e il giovane attivista politico Andrea Cipriani, che opera instancabilmente per scoprire la verit√† e attuare la giustizia. Ma bisogna osservare che in questo caso la scelta d√¨ Luca nasce da un fatto sentimentale – l’amore per Ortensia, andata sposa a un altro uomo 14 – intorno al quale si in¬≠crostano i pregiudizi e le ipocrisie di una societ√† provinciale legata in una rete di omert√† e tutta protesa, infine, a perpetrare un’ingiu¬≠stizia. Rispetto ai precedenti romanzi lo schiacciamento dell’uomo ha perduto colore politico per acquistare un significato soltanto uma¬≠no, quasi a prova definitiva che l’umanit√†, da sempre, √® inclinata al male. Infatti Andrea fin da ragazzo ha compreso che l’ingiustizia pu√≤ ¬ę non dipendere affatto dalle buone o cattive disposizioni de¬≠gli uomini ¬Ľ. Resta l’operato di Andrea. Ma scoprire la verit√†, cio√® l’antico segreto di Luca, non gli servir√† che ad appurare quanto i compaesani di Luca lo detestassero o ne diffidassero, lui cos√¨ di¬≠verso. La sua mancata difesa al processo, dove fu condannato per un assassinio cui non aveva avuto parte, e la scelta dell’ergastolo equivalgono in tutto alla scelta di Ortensia, che finisce in convento (secondo un abbozzo di canovaccio di pretto stampo ottocentesco) dove vivr√† una quarantina d’anni pensando a Luca e scrivendo per lui un diario. Andrea Cipriani, dal canto suo, torner√† all’attivit√† politica.

L’ultimo personaggio della serie, prima di Pietro Angelerio del Morrone, il futuro Celestino V, √® il Daniele della Volpe e le camelie. Non siamo pi√Ļ in Abruzzo (e la singolarit√† va notata perch√© si tratta della prima e unica opera di Silone posta fuori dalla terra d’origine) bens√¨ in Svizzera in ambiente di profughi politici, eco forse dell’esi¬≠lio di Silone lass√Ļ. Il fascismo opera al di l√† del confine, emissari insidiano i profughi e Daniele trama intensamente con essi, avendo scelto fin da ragazzo il rischio per una lotta di libert√†. Non grava sopra Daniele l’ombra, passata o futura, del carcere, ma la rivolta, pur circospetta, √® in atto e continuer√† a esserlo perch√© in Daniele equivale a una scelta di coscienza. Alla domanda della figliola, la quale chiede perch√© il padre abbia scelto una vita fatta di tante pene, anzi quale ¬ę vantaggio ¬Ľ ricavi, la madre risponde : ¬ę Nessuno: anzi gli costa strapazzi e denaro. Ma √® come se in quel rischio egli avesse riposto il suo onore ¬Ľ15.

Pietro Angelerio del Morrone chiude la serie ed √® il personaggio pi√Ļ cospicuo per il rango e la levatura morale. In esso non solo il problema politico-morale si riduce a pura essenza ma coinvolge la politica e l’esistenza storica della Chiesa. Le forze che si oppongono all’uomo si incarnano questa volta nella struttura temporale della Chiesa e nelle parole del cardinale Caetani; la rivolta √® qui prima di tutto ferma opposizione e poi rinuncia, che equivale, sul piano morale e pratico, alla scelta di Berardo Viola, di Pietro Spina, di Luca Sabatino.

Celestino V √® un semplice monaco, che vive chiuso in una trappa abruzzese, quando gli comunicano, all’improvviso, la designazione. Scende dai regni della coscienza e dell’utopia lungo i sentieri del mondo, che non conosce e nel quale si muover√† con impaccio. Non muta, infatti, le sue abitudini frugali. Siamo in atmosfera fran¬≠cescana, tra echi gioachimiti, mentre serpeggia nell’aria l’offesa in-ferta all’eredit√† spirituale del poverello d’Assisi. Corrono, nel cor¬≠po malato della Chiesa brividi di febbre e di rinnovamento. Cele¬≠stino rifiuta il cavallo e monta l’asino, seguita a dormire per terra, lungamente si chiude in preghiera, mentre intorno si stringe il cer¬≠chio temporale e la cura politica preme, lo avvilisce e lo determina alla decisione risolutiva. L’astuto e bellicoso Bonifacio √® pronto a raccogliere l’eredit√† ambita; in mano sua la Chiesa sar√† uno Stato pronto a ergersi ad arbitro e dominatore fra i potenti. E Celestino, tornato fraticello, amato e seguito dai fedeli, viene braccato e incar¬≠cerato. In una buia torre soffoca la sua utopia: ma continuer√† a brillare la luce della coscienza, che non ha tollerato compromesso e che ha difeso Cristo prima della Chiesa, la rinuncia e la povert√†, e che ha additato nel potere il nemico pi√Ļ pericoloso.

Silone postula cosi un cristianesimo ¬ę demitizzato ¬Ľ e sciolto dai legami temporali, frusta le gerarchie, afferma che l’utopia √® il ri¬≠morso della Chiesa, indica nella Storia e nella Profezia la sua dram¬≠matica natura ¬ę bipolare ¬Ľ. Celestino √® il campione di una forza genuina, che sgorga dalla parola stessa di Ges√Ļ. E la Chiesa, com’√® dipinta nel dramma e com’√® incarnata in certi alti prelati, √® l’esatto riscontro ideologico del partito politico, √® un partito essa stessa, che chiede ai suoi seguaci il prezzo altissimo dell‚Äôanima!

Sono evidenti le connessioni allusive col nostro tempo; Silone stesso le indica nei capitoli che precedono il dramma, in cui ricerca nella sua terra, durante un patetico ritorno, pellegrino anzi di que¬≠sta antica vicenda storica, le testimonianze su Pietro del Morrone. Sono espresse in modo particolare da papa Giovanni e dal Concilio. Ma sbaglierebbe chi ritenesse quest’opera soltanto frutto di particolari recenti avvenimenti. Essa si prepara da lontano, alla stessa maniera che Pietro Angelerio esce dalla nota, matrice degli eroi siloniani.

√ą Pietro Spina il pi√Ļ diretto ascendente, il Pietro talora tra¬≠vestito da prete, ritenuto un santo dal popolo; lo stesso che, nelle vesti di don Paolo, dice una volta che la sostanziale differenza nel modo di intendere Dio tra lui e i preti √® che ¬ę essi credono in un Dio domiciliato sopra le nuvole, seduto sopra una poltrona dorata, e vecchissimo; mentre io sono persuaso che Egli √® un ragazzo, vera¬≠mente in gamba e sempre in giro per il mondo ¬Ľ16. Che significa ringiovanire ed evangelizzare la fede: come infatti la intende Ce¬≠lestino. Del resto lo stesso Pietro aveva gi√† affermato d’avere ab¬≠bandonato la Chiesa (e d’essere entrato la prima volta in un circolo socialista: la concomitanza dei fatti va rilevata, come va ricordata la continua e sferzante polemica di Silone contro i ¬ę preti ¬Ľ) ¬ę non perch√© si fosse ricreduto sulla validit√† dei suoi dogmi e l’effi¬≠cacia dei sacramenti, ma perch√© gli parve che essa s’identificasse con la societ√† corrotta, meschina e crudele che avrebbe dovuto in¬≠vece combattere ¬Ľ 17. Pi√Ļ avanti tenta don Angelo di difenderla, con un’argomentazione che sembra uscita dalle labbra del cardinal Caetani, dove rammenta che ha quasi duemila anni di vita, ¬ę √® una vecchia, vecchissima signora, piena di dignit√†, di riguardi, di tradi¬≠zioni, di diritti legati a doveri ¬Ľ, e soprattutto ¬ę non √® pi√Ļ una setta clandestina nelle catacombe ¬Ľ 18. Parole a cui fanno riscontro quelle di don Benedetto, prete incorrotto, dove traccia una breve ¬ę apolo¬≠gia religiosa della vita cospirativa ¬Ľ, rammentando che ¬ę la Storia Sacra √® zeppa di esempi di vita clandestina ¬Ľ e domandando a Pie¬≠tro: ¬ęHai mai approfondito il significato della fuga in Egitto? E anche pi√Ļ tardi, in et√† adulta, Ges√Ļ non fu costretto varie volte a nascondersi per sfuggire ai Farisei? ¬Ľ19.

Colta cos√¨ l’unit√† morale dell’opera di Silone, la si ritrova poi compendiata, sul filo autobiografico, nel saggio Uscita di sicurezza. Il ¬ę bisogno di capire ¬Ľ, ¬ę di confrontare il senso dell’azione […] con i motivi iniziali dell’adesione al movimento ¬Ľ (il movimento comunista) che caratterizza in particolare Pietro Spina; il rifiuto sde¬≠gnoso della morale dei ¬ę fatti propri ¬Ľ e del quieto vivere, per cui ¬ę badare ai fatti propri era la condizione fondamentale del vivere onesto e tranquillo, che ci veniva ribadita in ogni occasione ¬Ľ e che l’insegnamento della Chiesa confermava, quale per esempio si ri¬≠trova, oltre che in Pietro Spina, nel giovane Andrea Cipriani; lo Stato inteso dai cafoni come ¬ę irrimediabile creazione del diavolo ¬Ľ (¬ę Lo Stato √® sempre ruberia, camorra, privilegio, e non pu√≤ essere altro ¬Ľ), lo Stato particolarmente attivo in Fontamara: sono questi i motivi che dai romanzi filtrano nel saggio dando vita alla figura morale dello scrittore, palesando inclinazioni e carattere, indicando la scelta delle idee da tradurre nella pratica politica.

Ma altri se ne aggiungono, a completare tutta un’etica. Il de¬≠stino d’essere ribelle, innanzi tutto, che era stato il destino di Berardo, di Pietro, di Andrea, di Daniele, anche di Pietro Angelerio del Morrone. Dice Silone, in un incalzare di interrogativi dramma¬≠tici e commoventi :

‚ÄúE per quale destino o virt√Ļ o nevrosi, a una certa et√† si compie la grave scelta, si diventa ¬ę ribelli ¬Ľ? Scegliamo o siamo scelti? Donde vie¬≠ne ad alcuni quell’irresistibile intolleranza della rassegnazione, quel¬≠l’insofferenza dell’ingiustizia, anche se colpisce altri? E quell’improv¬≠viso rimorso d’assidersi a una tavola imbandita, mentre i vicini di ca¬≠sa non hanno di che sfamarsi? E quella fierezza che rende le persecu¬≠zioni preferibili al disprezzo?‚ÄĚ 20

Si pensi, per esempio, al motivo corrispondente della scelta dei poveri come compagni. Rocco, il transfuga dal ¬ę partito ¬Ľ, dice in Una manciata di more: ¬ęLa scelta dei poveri come compagni rimane l’atto pi√Ļ importante della mia vita¬Ľ21. E Pietro Angelerio ribadisce:¬ę Per ci√≤ che mi riguarda, sento che, se cominciassi a prediligere il cavallo all’asino, le belle vesti di seta al panno ruvido […] finirei col pensare e sentire come quelli che vanno a cavallo, vi¬≠vono nei salotti e banchettano ¬Ľ 22.

Infine il motivo della propria contrada, quale confermano i pro¬≠tagonisti dei romanzi (tranne, come s’√® visto, Daniele) sino a Cele¬≠stino, alle cui parole fanno eco i capitoli iniziali, dietro ai quali s’avverte la vibrazione d’un amore mai spento e persine il rintocco del passo dello scrittore su quella terra ¬ę scricchiolante ¬Ľ. Dice Ce¬≠lestino : ¬ę Bisogna amare la propria terra ¬Ľ ; e subito aggiunge : ¬ę ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria dignit√†, √® meglio andarsene ¬Ľ. Parole che sintetizzano il destino di Silone. Egli infatti riconosce, nel saggio, di poter scrivere solo di questa terra, cio√® di ¬ę quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui ¬Ľ 23. Della quale traccia poi un efficace ritratto morale, che pu√≤ anche valere come autoritratto.

‚Äú√ą una contrada, come il resto d’Abruzzo, povera di storia civile e di formazione quasi interamente cristiana e medievale. Non ha altri monumenti degni di nota che chiese e conventi. Per molti secoli non ha avuto altri figli illustri che santi e scalpellini. La condizione dell’esi¬≠stenza umana vi √® sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi √® sempre stato considerato come la prima delle fatalit√† naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme pi√Ļ accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l’anarchia. Presso i pi√Ļ sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s’√® mai spenta l’antica speranza del Regno, l’an¬≠tica attesa della carit√† che sostituisca la legge, l’antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini‚ÄĚ 24.

Si aggiunga l’anticonformismo storico, maturato nel solco del¬≠l’antica ribellione col mutare della realt√† politica. Non √® un motivo che si incontri nei romanzi cos√¨ approfondito e consapevole. I vari Berardo Viola, Pietro Spina, Andrea Cipriani, malgrado tutto agi¬≠vano in una prospettiva pratica e per un futuro almeno nei voti imminente, e non si sollevavano a una visione storica altro che per constatare la fatalit√† di una condizione di assoggettamento traman¬≠datasi di secolo in secolo, dentro e al di l√† del piccolo universo dei cafoni marsicani. Occorreva non solo che l’esperienza dello scrit¬≠tore s’approfondisse e allargasse a una dimensione europea, ma che la Storia vibrasse i suoi colpi contro la speranza. L’antifascismo e la speranza si sollevano sulla trama di alcuni fatti e s’allargano alla Storia, anzi alla civilt√† contemporanea, il muro delle forze che schiac¬≠ciano l’uomo diviene metapolitico. Si pensi agli ultimi saggi di Uscita di sicurezza sul potere alienante del benessere, del progresso tecnologico, della burocrazia, della diffusione dei mass-media; si pensi anche, entrando nel campo di una pubblicistica pi√Ļ spicciola, agli interventi sulla polemica intorno alla partitocrazia 25.

Scrive Silone nel saggio Ripensare il progresso : ¬ę La storia del¬≠l’uomo √® la storia del suo anticonformismo, ed √® ci√≤ che la distingue dalla storia naturale ¬Ľ 26. Nella Scuola dei dittatori meglio ancora aveva precisato per bocca di Tommaso il Cinico in risposta a una ma¬≠liziosa insinuazione del prof. Pickup, che gli chiedeva come mai, in un’epoca di civilt√† di massa che ¬ę favorisce le tendenze totali¬≠tarie d’ogni specie ¬Ľ, egli le avversasse tutte : ¬ę Non credo che l’uo¬≠mo onesto debba necessariamente sottomettersi alla Storia ¬Ľ 27.

Nell’unit√† dei motivi politici e morali √® questo l’approdo pi√Ļ alto e distaccato dello scrittore. Esiste un aspetto della civilt√† moderna che ingloba quelle minacce alla libert√† che un tempo parevano esclu¬≠sivo appannaggio della tirannide. Le forze negative incarnate, per esempio, nella feudale famiglia dei Tarocchi o nell’impresario-podest√† fascista di Fontamara, o anche nell’antica acquiescente rassegnazione dei cafoni, hanno assunto altro volto e altra dimensione. Non basta pi√Ļ un Berardo Viola, neppure un pi√Ļ evoluto Pietro Spina; occorre un Tommaso il Cinico, a cui tuttavia pi√Ļ che l’azio¬≠ne spetta la lotta delle parole e delle idee. Tommaso ha vissuto e letto molto, √® rotto a tutte le astuzie degli uomini e della Storia, co¬≠nosce a fondo il meccanismo delle dittature; ha occhi bene aperti e ama discutere e contestare, in questo parente stretto degli altri eroi siloniani. ¬ę Ama molto discutere ed essere contraddetto ¬Ľ, dice l’au¬≠tore nel presentarlo. ¬ę Quando egli non ha altri con cui dibattere, √® stato osservato discutere con se stesso. ¬Ľ 28

*    *   *

Nell’ambito della letteratura contemporanea Silone si colloca dunque in uno spazio suo. La variet√† di moduli e di strutture, di¬≠ciamo pure la discontinuit√† del dettato, a parte ogni giudizio esteti¬≠co, confortano l’assunto di una libert√† a cui non compete se non l’incalzante remora dell’imperativo morale di cui s’√® parlato. Insi¬≠stiamo sul concetto di letteratura (saggistica o narrativa, non im¬≠porta) strumentale, che sfugge alle consuete classificazioni, anche a quella di un neorealismo avanti lettera (considerando in particolare la data di composizione di Fontamara) a cui spetta una ben nota e qualificata etichetta di letterariet√†. L’officina di Silone utilizza pezzi di riporto per altro fine.

L’uomo viene innanzi tutto, dice Silone. La letteratura, nella scala dei valori, arriva dopo. Tuo darsi che il naturalismo dell’Ot¬≠tocento e il verismo, nella sua chiave, meridionale cos√¨ densa di implicazioni sociali, abbiano insinuato i pezzi pi√Ļ vistosi. Ma √® un fatto che Silone sta, nel terreno morale e fisico marsicano, come un partente. Nei suoi romanzi di testimonianza manca la complicit√† naturale, la filiale cecit√† e il compiacimento che contrassegnano il naturalismo. Silone non √® Verga, n√© D’Annunzio, n√© Fucini, n√©, poniamo, Beltramelli, che pure strumentalizz√≤ parte della sua nar¬≠rativa in funzione politico-illustrativa. L’amore alla terra √® auten¬≠tico, ma √® critico, sotto ogni aspetto: critico verso la psicologia, l’etica, i costumi, l’educazione, la religiosit√† della gente marsicana. Silone non conosce gli abbandoni, la particolare acquiescenza sentimentale da cui avrebbe ricavato quel ¬ę godimento estetico ¬Ľ che sempre gli manc√≤. Nei romanzi, se si tolgono alcuni rari brani, come nel Segreto di Luca, sulla storia d’amore, o nel Seme sotto la neve, nella pittura d’ambiente iniziale, tutto s’inquadra funzionalmente in un piano dimostrativo. Vi si sente l’ansia morale e politica, la ferita e l’ossessione di cui Silone parla. E lo scrittore √® altrove, in un esi¬≠lio prima spirituale che fisico, in un altro mondo. Il carcere, segre¬≠gazione mistico-religiosa dell’uomo siloniano, segna una definitiva partenza. I ritorni di Pietro Spina e di Andrea Cipriani indicano soltanto delle parentesi: la gente del luogo li sospetta, li teme, o pu√≤ venerarli, come accade per Pietro creduto santo, mai si sente loro alla pari.

Sostanzialmente il verismo, nella sua prosecuzione terragna lun¬≠go il primo Novecento, sino alla dissoluzione bozzettistica cara alla letteratura fra le due guerre, dipinse una realt√† amata e considerata come immutabile: l’implicito dolore, la sofferenza morale, la povert√† rientravano, come nelle parole di alcuni tra i vecchi marsicani di Silone, nelle fatalit√† ataviche, certo ricompensate un giorno nell’aldil√†, per cui meglio sarebbe valsa l’attesa. Silone ha fino dal¬≠l’inizio contestato tutto questo, forte della speranza marxista e della fede nell’uomo. E letterariamente ha strumentalizzato il vecchio mondo. Anche i racconti di Uscita di sicurezza, in apparenza i pi√Ļ antolo¬≠gici e puri nel senso narrativo, nascondono l’utilit√† politico-morale, la denuncia: sono cio√® nati con uno scopo che non √® quello del puro ¬ę godimento ¬Ľ estetico. Silone si riconosce il gusto della me¬≠moria 29, ma ci√≤ sottost√† naturalmente a un pi√Ļ importante impe¬≠rativo. Per cui alla fine il saggista prevale e certe pagine di Uscita di sicurezza si, collocano al vertice di tutta l’opera. Nelle quali ten¬≠sione narrativa e vivezza e plasticit√† realistica si uniscono alla, pas¬≠sione che caratterizza l’uomo; e la trama saggistica, con le sue com¬≠ponenti filosofiche, politiche, sociologiche, persino economiche, s’in¬≠treccia con certi avvenimenti autobiografici, come avviene in Uscita di sicurezza o anche nell’Incontro con uno strano prete.

Eliminando questi avvenimenti resta la saggistica per se stessa e il dibattito morale, come nella Scuola dei dittatori o nell’Avventura d’un povero cristiano, intorno a cui si sprigiona l’atmosfera tipica di Silone, grave, intensa, talora cupa, accesa per√≤ dai bagliori di alcune certezze incrollabili e increspata qua e l√† da una guizzante ironia. In queste pagine la passione, occupata del destino dell’uomo, vibra sal¬≠damente nella ferma tessitura razionale; da esse spicca nitida la per¬≠sonalit√† dello scrittore e il suo messaggio assume il tono pi√Ļ autorevole.

NOTE

1 La pagina di Emilio Cecchi, dal titolo Il caso Silone, √® datata 1952 e figura in Di giorno in giorno (Garzanti, ’54), pp. 342-345, seguita dalla recensione a Una manciata di more, con la stessa data. Cecchi rilevava il successo incontrato al¬≠l’estero dallo scrittore e il modus vivendi stabilitosi con la critica al suo ritorno in patria, dove non trovava spazio un’adeguata valutazione dell’opera.

2 Silone stesso indica la precipua funzione di testimonianza della sua lettera¬≠tura in Uscita di sicurezza (Vallecchi, ’65, pp. 61-62) nel saggio dallo stesso titolo: ¬ę A un certo momento scrivere ha significato per me assoluta necessit√† di testimoniare ¬Ľ. Geno Pampaloni, in uno dei primi cospicui saggi apparsi da noi sul¬≠l’opera siloniana, svolse la tesi di un Silone testimone pi√Ļ che poeta, destinato pi√Ļ all’essere che al rappresentare (L’opera narrativa di I. S. nel ¬ę Ponte ¬Ľ, gennaio ’49). Emilio Cecchi, nella citata recensione a Una manciata di more, rilev√≤ che la scrittura di Silone ¬ę espone piuttosto che realizzare ¬Ľ ed √® povera ¬ę d’interna vibrazione ¬Ľ (vedi in Di giorno in giorno, p. 347).

3 Nell’intervista con cui si apre la monografia dedicata a Silone da Ferdinando Virdia per la collana ¬ę II castoro ¬Ľ della Nuova Italia (giugno ’67), monografia volta ad accogliere l’esperienza eterodossa di Silone nell’ambito della nostra lette¬≠ratura, Silone dichiar√≤: ¬ę Quando mi accinsi a scrivere Fontamara […] non avevo modelli letterari […] Se m’√® lecito menzionare un antecedente non letterario, direi che il lavoro di scrittura di Fontamara poteva ricordarmi, in qualche momento, la redazione dei rapporti interni di partito… ¬Ľ. Nel ¬ę Resto del Carlino ¬Ľ, 18-1-’63, in un elzeviro di confessione, dal titolo Parliamo di me, Silone aveva scritto: ¬ę […] ho letto Verga solo dopo aver scritto Fontamara. Fino allora le mie letture si limi¬≠tavano a quelle scolastiche; dall’et√† di 17 anni, impegnato nell’azione politica, non avevo letto che libri di scienza di economia e di storia ¬Ľ.

4 Vedi Una manciata di more, Mondadori, ’64, p. 136.

5 Vedi nota 2.

6 Si veda in Uscita di sicurezza il brano citato alla nota 2 (pp. 61-62) dove tra l’altro Silone scrive : ¬ę Lo scrivere non √® stato, e non poteva essere, per me, salvo in qualche raro momento di grazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta… ¬Ľ. La critica rilev√≤ sin dall’inizio le disegualit√† della narrativa di Silone. Il Pampaloni, nel saggio citato, conclude che il romanzo siloniano √® un ¬ę ibrido ¬Ľ (cui per√≤ ¬ę da forza, la continua presenza dell’uomo¬Ľ); e Claudio Varese, in un saggio datato al 1949 e ora compreso in Occasioni e valori della letteratura contemporanea (Cappelli, ’67), con specifico riferimento linguistico e genericamente formale, rileva come Silone sia talvolta scivolato ¬ę nel difetto di accettare una letteratura caduca e deteriore, un linguag¬≠gio spesso contraddittorio ¬Ľ (p. 151) per la mancanza di una ¬ęricerca sperimen¬≠tale di nuove forme espressive ¬Ľ e di un qualsiasi rapporto con la letteratura ita¬≠liana contemporanea.

7 Ci riferiamo a un interessante articolo di Luigi Salvatorelli (¬ę La Stampa ¬Ľ, 12-9-’62) in cui si intesse una fitta e convincente trama di rapporti tra Il principe del Machiavelli e La scuola dei dittatori. Sulla validit√† storiografica e morale di questa opera si veda anche l’articolo di Panfilo Gentile sul ¬ę Corriere della Sera ¬Ľ, 28-8-’62, dal titolo Tommaso il Cinico.

8 Uscita di sicurezza, op. cit., p. 191.

9 Vino e pane, Mondadori, ’63, p. 37.

10 Il seme sotto la neve, Mondadori, ’61, p.¬† 160.

11 Op. cit., p. 517.

12 Vino e pane, op. cit., p. 251.

13 Dice Rocco, l’attivista del ¬ę partito ¬Ľ, che poi ne uscir√† (Una manciata di more, op. cit., p. 146) : ¬ę Ma il Partito d’oggi non √® pi√Ļ quello d’una volta. Era un partito di perseguitati, ora lo √® di persecutori. Era una raccolta d’uomini liberi giovani spregiudicati; √® diventato una caserma., una questura… ¬Ľ.

14 Deve essere sottolineata, pur di passaggio, questa patetica inclinazione romantica dello scrittore, eloquentemente esemplificata da non pochi personaggi femminili idillici e sentimentali, devoti e ritrosi, quasi delicati fantasmi nella cor¬≠rusca lotta per la libert√†, quali – oltre Ortensia – l’EIvira di Berardo Viola in Fontamara, la Cristina di Pietro Spina in Vino e pane, la Faustina dello stesso Pietro nel Seme sotto la neve, la Stella di Rocco in Una manciata di more.

15 La volpe e le camelie, Mondadori, ’60, p.¬† 141.

16 Vino e pane, op. cit., p. 221.

17 Op. cit., p.  129.
18 Op. cit., p. 305.
19 Op. cit., p. 312.

20 Uscita di sicurezza, op. cit., p. 79.

21 Una manciata di more, op. cit., p. 275.

22 L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, ’68, p. 114.

23 Uscita di sicurezza, op. cit., p. 80.

24 Op. cit., p. 80.

25 Ci riferiamo in modo particolare al saggio L’ombra degli apparati comparso sul ¬ę Resto del Carlino ¬Ľ, 6-9-’62, poi raccolto nel fascicolo I partiti e lo stato a cura di Giovanni Spadolini (¬ę Quaderni del Carlino ¬Ľ, Bologna, ’62),

26 Uscita di sicurezza, op. cit., p. 237.

27 La scuola dei dittatori, Mondadori, ’62, p. 296.

28 Op. cit., p. 21.

29 Nell’articolo citato, del 18-1-’63, sul ¬ę Resto del Carlino ¬Ľ, Silone tra l’altro scriveva a proposito della ¬ę situazione di estrema solitudine ¬Ľ, ¬ę malridotto ¬Ľ anche nel fisico, in cui si trovava quando componeva Fontamara: ¬ę Scrivere era per me un bisogno, un modo di conversare e di ricordare: risuscitare in me i ricordi della mia gente […]. I ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza erano la mia sola forza… ¬Ľ.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart