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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Cantarini sospettato

20 novembre 2018

di Mario Tobino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 7 aprile 1970]

Tutta mia infamia, non con­trollare le cose, non sorridere sulle vicende umane.
Avevo un orologio d’oro, da tavolo, tondo, con ogni fuso orario, si leggeva l’ora della capitale di ogni nazione, per ogni raggio della rosa dei ven¬≠ti. Me l’avevano regalato. Un orologio che consideravo pre¬≠zioso, forse per una mia se¬≠greta avarizia o perch√© legato a sentimenti, ed anche per l’e¬≠stetica, poich√© mi dava piace¬≠re a vederlo, sghembo come una bussola da piroscafi, alza¬≠to su un fianco.

Se ne stava nello scaffale della mia stanza, al manico¬≠mio di M. Una pila lo caricava per un intero anno; anche se stavo fuori dieci giorni, un me¬≠se, lo ritrovavo in funzione. Era un orologio moderno, al¬≠l’altezza dei nostri tempi in¬≠ternazionali.

Quella mattina ‚ÄĒ nella qua¬≠le successe la sequela di stupidaggini, il rotolio di vilt√† ‚ÄĒ mi alzai alla solita ora, passai nello studiolo e mi venne fatto di gettare lo sguardo per lo scaffale. Fissai con pi√Ļ at¬≠tenzione, premetti con il pal¬≠mo della mano sullo spazio vuoto.

No. L’orologio non c’era pi√Ļ.

Mi sfugg√¨ ‚ÄĒ fu il primo er¬≠rore ‚ÄĒ di chiamare subito la Maria, l’infermiera del repar¬≠to medici. ¬ę Aveva per caso visto…? Se per caso le fosse caduto, si fosse spezzato, niente male, come non fatto ¬Ľ.

La Maria si mise a piange¬≠re avendo capito che c’era sta¬≠to un furto, che era sparito l’orologio.

*

In realt√† l’orologio non c’era pi√Ļ. Riguardai per ogni angolo. Dopo trent’anni di vi¬≠ta manicomiale un ladro era entrato in camera mia, forse uno che incontravo ogni giorno, ogni ora.

Feci il secondo errore, quel­lo grave.

Fui favorito dall’occasione ma √® una piccola scusa.

Al nostro ospedale ogni mat­tina arrivano i carabinieri. Questioni di indagini, voglio­no sapere se chi aspira a en­trare in certi Istituti, in certe pubbliche Istituzioni, ha avu­to degli ascendenti alienati, dei padri, dei nonni pazzi.

Mentre mi avviavo alla so¬≠lita visita medica incontrai sotto il portico l’appuntato dei carabinieri Moradei, che co¬≠nosco da anni, onesto, seve¬≠ro, solerte, dedito all’Ordine, un uomo per certi lati straor¬≠dinario.

Mi sfugg√¨ di confidarmi, mi sfogai: ¬ę Trent’anni che sono qui. Mai era accaduto¬Ľ. Nar¬≠rai la mattutina scoperta.

Dir√≤ subito quello che in verit√† era successo, come fu che scomparve l’orologio, co¬≠me era accaduto che nello scaf¬≠fale l’orologio non c’era pi√Ļ. La verit√† √® questa.

La sera precedente ero tor¬≠nato da fuori. Il tramonto mi aveva sorpreso per la campagna. Mentre salivo il viale che porta alla mia stanza, un fila¬≠re di alberi davanti a me mi separava dall’orizzonte. Tra le foglie, tra i rami, era fissa una luce celeste, uno sguardo lim¬≠pido e misterioso, sembrava dovesse durare eterno.

Non so perch√© ‚ÄĒ forse per¬≠ch√© la mattina avevo indugia¬≠to sul ¬ę Bullettino della socie¬≠t√† dantesca ¬Ľ e certe immagini mi ritornavano ‚ÄĒ, mi si pre¬≠sent√≤ Dante in esilio, che ar¬≠rivava a Verona, alla Corte degli Scaligeri, mi pareva aver¬≠lo davanti, intriso di alterezza e piet√†.

Appena in camera mi misi allo scrittoio, presi in fretta una penna, seguivo l’Alighieri, credevo di accompagnarmi a lui.

Forse in quel momento i miei sensi erano esasperati, compreso l’udito, e mi dette noia il tic-tac del tondo orologio che mi era proprio da¬≠vanti, in un ripiano dello scaffale.

Automaticamente, con me¬≠moria cieca, stesi il braccio, tra una riga e l’altra stesi il braccio, afferrai l’orologio, lo abbrancai e lo misi tra le ri¬≠viste, lo introdussi sotto i nu- meri del Bullettino dantesco.

Insomma avevo nascosto l’orologio, ero io il ladro.

*

L’appuntato dei carabinie¬≠ri fece il suo dovere, entr√≤ nel mestiere, si invest√¨ della sua missione. Per dimostrare come gli era cara la mia ami¬≠cizia fu pi√Ļ solerte del solito, acutizz√≤ l’inquisizione.

Mi domandò in quali ore la stanza era rimasta vuota, chi aveva la seconda chiave, chi poteva liberamente aggi­rarsi nel reparto medici, stabilì che era facilissimo aprire la porta, una serratura da niente.

Ahim√®! Quando il piede comincia a scivolare sul pri¬≠mo gradino degli sbagli, √® un precipizio. Stavo per toccare l’infamia. Chi legge sa gi√† che io stesso, per scrivere con pi√Ļ abbandono, per immedesimar¬≠mi nella vita di Dante, avevo allontanato dal mio orecchio il battito, il tic-tac, avevo na¬≠scosto, avevo rubato l’oro¬≠logio.

In questo momento per√≤ che rispondevo all’appuntato dei

carabinieri ero ancora cieco, parlavo del furto come dav­vero ci fosse stato.

Nel nostro ospedale ci sono molte novit√†, generose speran¬≠ze, tentativi di considerare la pazzia una delle tante comuni malattie, non trattare i mala¬≠ti come detenuti, si vogliono anzi ¬ę responsabilizzare ¬Ľ i ri¬≠coverati, dar loro il senso di essere utili, capaci di intellet¬≠to e morale.

Ecco un pratico esempio: quando un portiere all’im¬≠provviso si ammala o per un qualche incidente deve chiedere permesso, allontanarsi, e deve essere sostituito, allora c’√® un malato, un ricoverato, che prende il suo posto, fa il portiere, e in verit√† a perfe¬≠zione, con grazia, mai che de¬≠nunci una stanchezza.

Questo ricoverato si chiama Cantarini. Fu ammesso all’o¬≠spedale tanti anni fa, era un insofferente, negava le regole sociali, non le sopportava. Ed ebbe la sventura di incontrar¬≠si con una donna che era l’in¬≠contrario di lui, ligia a ogni abitudine, prona al conformi¬≠smo.

Questa donna lo provocò fi­no a che il Cantarini fu rico­verato in manicomio.

Era il tempo delle camicie di forza, dei secondini, il Can¬≠tarini di pi√Ļ si esasper√≤. E pensare che oggi, con la libe¬≠ralit√†, con le porte aperte, proprio lui √® un tenorino di grazia, fa il portiere come non ce n’√®.

L’appuntato dei carabinie¬≠ri mi fece una precisa do¬≠manda:

¬ęChi pu√≤ facilmente salire le scale e bussare alla sua stanza? ¬Ľ.

¬ę Il portiere, naturalmente¬Ľ.

¬ę Chi era ieri il portiere? ¬Ľ.

Accidenti! Era il Cantarini.

Ci fu di peggio. Mentre l‚Äôappuntato mi interrogava, so¬≠praggiunse con una certa fo¬≠ga l’infermiera del reparto me¬≠dici, la Maria, quella che si era messa a piangere, ancora piena di rabbia e di dolore:

¬ę Lo voglio dire, io sospet¬≠to quel malato, il Cantarini, √® un uomo falso e furbissimo. Perch√© l’hanno incaricato di portiere? ¬Ľ.

L’appuntato dei carabinie¬≠ri, armato di questo sospetto, scese gi√Ļ, al reparto del Cantarini, e lo sottopose a un duro interrogatorio.

*

Ero in colpa, avevo lascia­to troppo correre le parole, l’ira mi aveva offuscato, ero of­feso dal furto, divenuto pessi­mista, era giusta tutta questa liberalità? La follia un invin­cibile drago.

Arriv√≤ mezzogiorno. Ingol¬≠lai alla mensa un asciutto boc¬≠cone e: ¬ę Adesso mi metto a letto. Ci dormo su; sia finita. Ci√≤ che √® stato √® stato ¬Ľ.

Mi sdraiai, chiusi la luce. Subito mi si present√≤ davanti la faccia del Cantarini, del ri¬≠coverato, del sostituto-portie- re. L’avevo incontrato prima di mezzogiorno, dopo che era stato ¬ę duramente ¬Ľ interroga¬≠to dal carabiniere: parlava col cappuccino. Mi aveva alzato uno sguardo interrogativo, de¬≠luso. ¬ę Proprio lei ‚ÄĒ sembra¬≠va dicesse ‚ÄĒ Chi se lo sareb¬≠be aspettato? ¬Ľ.

Mi ero messo a letto e mi rovesciavo come un rettile in gabbia. Sempre sono stato di¬≠sposto all’ira; mi alzai, accesi la luce. Cos√¨, in mutande, ur¬≠lai, andai nel prossimo studio¬≠lo, davanti allo scaffale. Mi trovai a pronunciare:

¬ę Perch√©, perch√©? perch√© √® successo questo? ¬Ľ.

Nell’ira alzai la mano e la battei davanti a me, su un ri¬≠piano dello scaffale dove era¬≠no ammonticchiati i bollettini di Dante.

I fascicoli si squilibrarono. L’orologio che era sotto fece bilancia. Dei fascicoli scivo¬≠larono.

L’orologio apparve, schifo¬≠so, ancora d’oro, ma pi√Ļ pic¬≠colo, rattrappito, con gli stu¬≠pidi fusi orari, ignobile og¬≠getto.

Suonai il campanello per la infermiera. La Maria accorse. Gridai che l’avevo trovato, che era colpa mia; mi ero ricor¬≠dato il cieco movimento della sera prima.

¬ę Che felicit√†! Che felicit√†! Rimaneva un’ombra su tutti ¬Ľ disse la Maria.

¬ę E sono stato io a nascon¬≠derlo ¬Ľ.

Nello stesso tempo davanti a me c’erano gli occhi del Cantarini. Avrei potuto sostenere il suo sguardo?

Dopo due o tre giorni mi feci coraggio. Intanto avevo pregato il cappuccino di smolcirlo, spiegargli che l’affare del carabiniere era stata una semplice inchiesta, come di frequente succede ai veri por¬≠tieri.

Dopo due o tre giorni io stesso l’affrontai. Lo presi da parte e chiaramente gli de¬≠scrissi come erano andate le cose. Mia colpa, cieco atto quello di nascondere l’orolo¬≠gio. Sorvolai il sospetto lan¬≠ciato su di lui al carabiniere.

Mi ascoltò con quel suo va­go sorriso. Non fu del tutto persuaso, pure amabilmente rispose:

¬ę Non se la prenda, dottore. Tutti si pu√≤ sbagliare ¬Ľ.

 


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ÔĽŅ

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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart