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LETTERATURA: I MAESTRI: Il centenario di Vincenzo Cuoco

20 gennaio 2018

di Indro Montanelli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 11 agosto 1970]

Quest’anno scade il bicentenario della nascita di Vincenzo Cuoco, e ci auguriamo che la ricorrenza venga in qualche modo ricordata per esempio con una riedizione delle sue opere. Noi non abbiamo dell’Illuminismo italiano l’alta opinione di certuni, che addirittura lo considerano superiore a quello francese e inglese per la sua «universalità» e «concretezza». Ma appunto per questo ci pare che un Cuoco ci faccia la sua figura.

Sul piano umano, il personaggio desta qualche perplessità. Giovane avvocato a Napoli (ma era nato a Civita-campomarano in quel di Campobasso), fu tra i più severi censori della rivoluzione francese e nemico acerrimo dei giacobini locali. Ma quando costoro nel ‘99 assunsero il potere e proclamarono la repubblica, si arruolò sotto le loro bandiere, e un accesso di zelo istigò Luisa San Felice a denunciare il complotto monarchico dei Baccher, anzi fu lui stesso a redigere l’atto di delazione. Non ebbe il tempo di ritrarne i profitti che probabilmente si riprometteva perché poche settimane dopo il cardinale Ruffo, alla testa delle sue bande calabresi, riprendeva possesso di Napoli e vi restaurava il trono borbonico. Nella mitologia risorgimentale, Ruffo passa per l’incarnazione del più ottuso e feroce reazionarismo. Ma i documenti parlano ben altro linguaggio, e sarebbe ora che la storia rendesse giustizia a questo campione dell’Ancien Régime, certamente nemico della democrazia, ma integro e non privo di una sua magnanimità. Fosse dipeso da lui, che li aveva combattuti e rovesciati, ai repubblicani non sarebbe stato torto un capello. A voler la forca furono Maria Carolina e Nelson che, quando non faceva l’ammiraglio, faceva soltanto delle sciocchezze. Dal burrascoso confronto fra i due uomini, quando si trattò di decidere la sorte dei vinti, è il cardinale che esce meglio sia sul piano umano sia su quello politico.

Per le accuse che gli pendevano sul capo, a Cuoco andò abbastanza bene. Se la cavò con pochi mesi di prigione e una condanna a venti anni di esilio. A Milano, dove frattanto la Repubblica Cisalpina era risorta, lo accolsero come un martire e gli dettero da dirigere il Giornale italiano. Avrebbe potuto contentarsene e continuare la sua carriera di pubblicista agli stipendi di Eugenio di Beauharnais, di cui era diventato il più servizievole portaparola. Ma non resistette alla nostalgia di Napoli, quando i Borbone rifecero fagotto, e più ancora alla smania di tornarvi da vincitore e vindice. A lungo tuttavia contrattò, prima del rimpatrio, il suo scatto di grado. Voleva «un impiego non solamente decente, ma anche di recentissimo», e lo ebbe: fu nominato membro del Sacro Reale Consiglio con diritto a carrozza e balletti, poi direttore del Tesoro Reale di Murat e alto consulente per la pubblica istruzione. Teneva moltissimo alle insegne del potere e ne faceva uno sfoggio spagnolesco, del tutto in contrasto con le sue professioni di fede democratica. Non c’era carica a cui non ambisse, e non c’era piaggeria a cui rinunciasse per procurarsela. Probabilmente fu anche il dolore di perderle, quando i Borbone tornarono sul trono, a procurargli la malattia mentale che afflisse i suoi ultimi anni. Fu una dura espiazione.

*

L’opera più nota e discussa di Cuoco è il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, che ricominciò a scrivere, subito dopo la condanna all’esilio, «parte per mare, parte per gli alberghi di Francia, senz’altro aiuto che quello della memoria», e che poi terminò e pubblicò a Milano. Secondo certi critici di parte radicale, si tratterebbe di un mezzo tradimento agli ideali democratici per le molte riserve che essa contiene sulla Repubblica giacobina e i suoi uomini. Queste riserve, dicono, hanno offerto e seguitano a offrire sostanziosi argomenti ai denigratori della Repubblica partenopea e in genere a quelle forze « moderate », cioè conservatrici, che tolsero al Risorgimento ogni fremito rivoluzionario e contribuirono a farne una semplice avventura sabauda.

Giudizio assurdo. Cuoco non può essere tenuto responsabile dell’uso o dell’abuso che altri avrebbero fatto delle sue tesi. Di fronte agli avvenimenti di cui era stato testimone, egli si pone da storico, prendendo da essi le distanze necessarie a darne una visione critica. E questa visione è ineccepibile. Che la rivoluzione napoletana fosse, come lui dice, «passiva», cioè copiata da quella francese, è documentato nei fatti. E altrettanto documentato è che il suo fallimento fu una vera e propria «crisi di rigetto» della società napoletana a questo corpo estraneo trapiantato nel suo organismo. Furono proprio le masse -quelle cittadine dei «lazzari», e quelle contadine dei « cafoni » – a ribellarvisi. Questo è un fatto spiacevole per gli storici di parte radicale. Ma è un fatto. Cuoco avrebbe tradito il suo impegno se lo avesse disconosciuto, come fa certa nostra storiografia che i fatti spiacevoli, invece di ragionarci sopra per trarne le salutari lezioni, li rifiuta. Ben altri sono gli addebiti che a Cuoco si possono e si debbono muovere. Il primo e fondamentale è quello di essersi messo, per la sua sete di «impieghi decentissimi», in una posizione falsa. Cuoco era se stesso quando diceva, corbellandoli, che i giacobini napoletani non erano che le scimmie di quelli francesi, dottrinari astratti e parolai: da buon illuminista, figliolo di Vico, come giustamente lo definisce Croce, nella rivoluzione non ci credeva. Cessò di esserlo quando, convinto che la rivoluzione vincesse, si iscrisse al suo partito. È questo che dà al Saggio un certo sapore di fellonia. Se Cuoco fosse rimasto sulle sue, a fare il testimone, com’era nella sua vera vocazione, oltre alla galera e all’esilio, si sarebbe risparmiato anche le accuse di doppio giuoco. Aperto fu proprio il suo napoletanissimo scetticismo. «Se si vuol essere qualcosa – scriveva al fratello – bisogna agire», cioè darsi da fare. E lui se lo dava attaccandosi di volta in volta al vincitore di turno.

*

L’altro suo difetto è l’atteg­giamento pedagogico. Cuoco è uno storico di gran classe. La sua diagnosi della società napoletana sulla fine del Settecento è ineccepibile e ancor oggi può essere contrapposta a certo meridionalismo piagnone e vittimista che imputa tutti i mali del Sud al malvolere del Nord. Le sue pagine traboccano di osservazioni ta­glienti come quella sull’impiegomania dei meridionali, del­la quale del resto forniva egli stesso un modello.

Ma non resisteva alla ten­tazione di fare il moralista.

Questa di far discendere la luce dal proprio podio è la vocazione di tutta la storio­grafia illuministica, che in Vol­taire tocca le sue punte più alte e strenue. Ma forse Titone è nel giusto quando dice che Cuoco la derivava ancora di più dalla tradizione precet­tistica italiana che affonda le sue radici fino a Tacito, e at­traverso Machiavelli arriva a Vico. Io tuttavia ci aggiunge­rei anche un altro elemento di ordine psicologico: il cini­smo. I cinici sono tutti mora­listi. Forse si tratta di ciò che la psicanalisi chiama transfert, cioè del bisogno di scaricare, per liberarsene, le proprie col­pe sugli altri.

Cuoco è terribile. Per pagi­ne e pagine, per interi capi­toli, la sua storia si tramuta in requisitoria, e ce n’è per tutti: reazionari e rivoluziona­ri, statisti borbonici e tribuni giacobini, nobili, intellettuali e popolo. Non si salva nessuno. Il Re era un povero irre­sponsabile, la regina una paz­za isterica, i loro ministri de­gl’imbecilli o dei mariuoli. Si procede per capri espiatori. La sconfitta dell’esercito bor­bonico ad opera di quello francese viene disinvoltamente addebitata al povero generale Mack, che forse era effettiva­mente un somaro, ma anche se fosse stato von Moltke, al comando di truppe come quel­le non avrebbe potuto fare di più di quel che fece, cioè scap­pare.

*

Questo è il vero peccato capitale dello storico Cuoco. Gli avvenimenti li racconta da maestro, ma solo fino al momento — che purtroppo viene sempre troppo presto — in cui cede all’uzzolo di sovrapporglisi, per giudicarli ed emanare sentenze. Ecco per­ché, tutto sommato, a me sem­bra che l’opera sua migliore sia non il Saggio, come i cri­tici unanimemente dicono, ma quei Frammenti di lettere a Vincenzio Russo in cui, trattandosi di opinioni e consi­gli, il tono sentenzioso del moralista trova la sua sede più congeniale. E qui vien fuori proprio lui, questo Guicciardini in versione napoletana, cioè più bonario, ma non meno pessimista e sconsolato, fino al punto da elevare la sua sfiducia negli uomini ad articolo di fede e da sentirsi autorizzato a condannare anche quelli che per il fatto di aver creduto, a torto o a ragione, in qualcosa, come i giacobini del 39, si erano rivelati migliori di lui.

Però scriveva bene. E questo, per uno scrittore, non mi sembra merito da poco, specie in un periodo in cui gl’italiani che volevano scriver bene erano costretti a farlo in francese come Casanova e Goldoni (quello delle Memorie), perché la nostra lingua, cresciuta nell’aria stantìa dell’Accademia, era piena di tar­me. Neanche Cuoco aveva, si capisce, l’aerea leggerezza, la tersità, la levigatezza di Vol­taire e dei suoi coetanei fran­cesi e inglesi: gli era mancata una società, gli era mancato il salotto che aveva dato al­l’intellettuale di Parigi e di Londra il sigillo dell’uomo di mondo e la disinvoltura della causerie. Anche lui ogni tanto sbuccia nel solenne, sbadiglia e fa sbadigliare. Ma là dove si abbandona alla sua vera vocazione, ch’era quella del giornalista, la sua prosa di­venta tutta muscolo e va via spedita che è un piacere. « Sem­brerà a molti inverosimile tut­to ciò che io narro di Vanni. E difatti il carattere morale di quell’uomo era singolare. Egli riuniva un’estrema ambi­zione ad una crudeltà estre­ma e, per colmo delle sciagu­re dell’umanità, era un entu­siasta. Ogni affare che gli si addossava era grandissimo; ma egli voleva sempre appa­rire più grande di tutti gli af­fari. Il suo sguardo era sem­pre riconcentrato in se stesso, il color del volto pallido-cine­reo come suol essere il colore degli uomini atroci, il suo pas­so irregolare e quasi a salti, il passo insomma della tigre: tutte le sue azioni tendevano a sbalordire e atterrire gli al­tri ».

Sforbiciate di tale sicurezza ed efficacia non ce ne sono molte nella nostra ritrattisti­ca. Ma avete capito perché Cuoco odiava tanto quel po­vero Vanni? Perché aveva, come i giacobini del ‘99, quel­lo che mancava a lui: l’entu­siasmo.

 


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Bart