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LETTERATURA: I MAESTRI: Il coraggio di Pascoli

2 marzo 2017

di Giovanni Grazzini
[dal Corriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 26 marzo 1968]

Di Giovanni Pascoli stanno per uscire (ed. Mondadori), a cura di Felice Del Bec­caro, le Lettere ad Alfredo Caselli (1898-1910),

in edizio¬≠ne integrale dopo gli anticipi fatti da Pancrazi nel ’47 e la raccolta di Lettere agli amici lucchesi messa insieme dallo stesso Del Beccaro per Le Monnier, preannunciata a sua volta sul Corriere da Cecchi con gli articoli del ’59 (oggi riuniti nella nuova edizione Garzanti della Poesia di Gio¬≠vanni Pascoli, il famoso sag¬≠gio dell’11 con altri scritti pascoliani). Ed √® occasione irri¬≠petibile per toccare anni cru¬≠ciali della nevrosi pascoliana, il decennio di Messina, Pisa e Bologna, degli spasimi per la casa in Toscana, della gara nascosta con D’Annunzio.

***

Gli studiosi del Pascoli co¬≠noscono a memoria la parte che Alfredo Caselli, droghiere lucchese con caff√® nel Fillungo (morto nel ’21), ebbe nel¬≠la sua vita: di amico devoto, consigliere finanziario, e spes¬≠so fattorino di fiducia; e co¬≠me questa amicizia, nata dal¬≠l’ammirazione d’un umile d’a¬≠nimo gentile, seguitasse persino oltre la morte del Pascoli, quando il Caselli, nel clima adorante coltivato da Mari√Ļ, continuava a scrivere all’¬ęado¬≠rato Zvan√¨¬Ľ come fosse vivo (ancora nel 1916), e Mari√Ļ rispondeva. Ma l’edizione inte¬≠grale dell’epistolario ora ag¬≠giunge sfumature, modifica li¬≠nee, e apre pi√Ļ luce su questo rapporto, non sempre di tutto riposo, e d√† nuove chiavi per penetrare la storia di un’ani¬≠ma, la pi√Ļ arrovellata, certa¬≠mente, del nostro primo Nove¬≠cento letterario. Mica grandi sorprese, perch√© la vita del Pascoli resta quella, tutta in¬≠troversa, che paga il trauma infantile con l’inquietudine fantastica e il sottilissimo sen¬≠tire, eppure tante piccole mac¬≠chie che si sciolgono, e grumi che si sfogano, sempre con la rivalsa della poesia fiorita da quel buio sottosuolo.

Fra i tanti motivi che si af¬≠follano come rami d’un soffri¬≠re, ne seguiamo almeno tre: il sogno d’un nido per la vec¬≠chiaia, il flirt con la gloria, la certezza d’essere attorniato di ¬ęrabbiosi nemici ¬Ľ; tutti e tre partiti dal tronco di quella che quasi diremmo ¬ę orgoglio¬≠sa insicurezza ¬Ľ, frequente in molti poeti, ma nel Pascoli portata al parossismo, sino a renderlo ingiusto e a fargli ingiusti i lettori.

***

La casa di Castelvecchio, dove oggi riposa accanto a Mari√Ļ, fu acquistata nel 1902, ma a conclusione di trattative laboriosissime e disperanti. Lo epistolario le documenta con minuzia: basta ricordare che il Pascoli georgico non vide corrisposto, in quell’occasione, il suo amore per gli umili vil¬≠lici. Il faticoso acquisto fu amareggiato da liti coi conta¬≠dini vicini, definiti senza me¬≠no ¬ę vigliacchi e maiali ¬Ľ, ru¬≠morosi, traditori e perfidi al punto da scrivergli contro let¬≠tere anonime (e il cattivo giu¬≠dizio s’estese: ¬ę accidenti alla borghesia ladra, bugiarda, in¬≠fame, laida… ¬Ľ). E’ che dopo esservi andato in affitto dal¬≠l’ottobre ’95, e averne apprez¬≠zate le ¬ę molte risorse per l’ar¬≠te ¬Ľ, il Pascoli carezzava il progetto di acquistare la casa per farne il suo ¬ę nido di ra¬≠diche e fuscelli, piccolo e ca¬≠ro ¬Ľ, seguendo il gran sogno: professore a Bologna e contadino a Barga ¬Ľ. Sicch√© ogni ostacolo ‚ÄĒ a superare quelli finanziari pens√≤ coi proventi delle medaglie d’oro vinte in Olanda ‚ÄĒ gli parve un segno di malasorte, un’ennesima pro¬≠va dell’ingrato destino che congiurando contro di lui dal¬≠l’infanzia lo consegnava a giu¬≠da e strozzini (¬ę l’estero mi premia e l’Italia mi deruba ¬Ľ). Mentre era piuttosto la sua anima trepida, il suo comples¬≠so di cacciato, a ingigantirgli la disperazione col vittimismo, e il terrore che i nemici lo credessero ricco, e per invidia lo osteggiassero (¬ę silenzio pei giornali! ¬Ľ, ¬ę Non parlarne con nessuno, specialmente per telefono! ¬Ľ impone al Caselli).

L’ebbe, finalmente, la casa-rifugio, ai primi del 1902, e si dette con entusiasmo ad ar¬≠redarla e impreziosirla di dub¬≠bie anticaglie e lapidi, bassorilievi, stemmi e madonnine, secondo un gusto che sarebbe pi√Ļ piaciuto a D’Annunzio che a Carducci, il maestro ¬ę non adorato ¬Ľ. E per s√© un timbro: uno scudo con capra rampante, e il motto Haec pabula, carpo. Nell’ambizione di consacrarsi piccolo nume, non del bel mondo come D’Annunzio, ma d’un dome¬≠stico universo, vestale Mari√Ļ, che avesse Lucca nel mezzo, promossa a centro letterario e artistico in cui vibrassero an¬≠tiche virt√Ļ provinciali: e gli amici, primo il Caselli, lo con¬≠fortavano in quel disegno, scansandogli gli impicci.

Ma erano illusioni, alimen¬≠tate dalla speranza inconfessa¬≠ta d’una fama mondana che quetasse la gelosia per Gabrie¬≠le, tenuto per troppo fortuna¬≠to (per√≤ come invidiava la sua disinvoltura), e la solitudine e la goffaggine fisica di cui molto soffriva. Nei barlumi di luce, scorgeva chiaro in se stesso (¬ę Cos√¨ lontano, segre¬≠gato, isolato, qualche volta ve¬≠do doppio o male ¬Ľ, scriveva al Pietrobono da Messina), e si consolava piantando salici piangenti, mimose, lill√†, con¬≠tento d’essere invitato a bere con barrocciai e contadini, di scherzare con lo Z√¨ Meo, di vagheggiare il suo poema anar¬≠chico, e un ¬ę Giornale dei Li¬≠beri ¬Ľ e l’abbondante vendem¬≠mia: tuttavia fiero d’un gilet che gli dia arie da signore. Il rapporto fra il paesaggio di Castelvecchio (i pioppi, le siepi, il campanile, toccati con mano o ripensati da lungi) e la poesia esce benissimo dall’epistolario: l’uno e l’altra intrecciati motivi d’ispirazio¬≠ne, e reciproche ancelle in di¬≠minutivo. Come ne balzano oleografie casalinghe odorose di caramelle, tabacco e gallet¬≠ti arrostiti: ¬ę la dolce vita ‚ÄĒ dir√† da Messina ‚ÄĒ d’un gros¬≠so figliolone con la sua cerea mammina, o d’un buon babbo che √® solo con la cara figlia che √® voluta rimanere nella casa paterna, a far compagnia al vecchio ¬Ľ. Finch√© non scoppiasse la rabbia (¬ę D’Annun¬≠zio e Hugo: il gigante e il suo stronzolo, un giorno che era stitico ¬Ľ), e Mari√Ļ malatina non soffiasse nel fuoco, ine¬≠luttabile ombra in scialle e pezzola.

Che allora, confrontando la propria modestia del vivere agli onori e al frastuono degli altri, sommando lo sdegno per i critici a ¬ę queste piaghe d’Egitto che sono i giornali ¬Ľ, trovava o sperava trovare con¬≠forto identificandosi ancora col rospo, destinandosi ai fan¬≠ciulli, e teorizzando la neces¬≠sit√†, per i grandi, di soffrire (¬ę I comodi l’Italia li accordi a chi non fa nulla: l’agiatez¬≠za la conceda a chi se ne fa ciambella per ca..re. Io ne fac¬≠cio a meno: per ardua ¬Ľ, scri¬≠veva da Messina); ma √® fierezza incrinata di lacrime. Pi√Ļ spesso lamenta d’esser messo da parte, lui, battezzatosi ¬ę il poeta di Castelvecchio ¬Ľ, che nessuno gli scrive, imitato dai poetucoli, inviso a preti massoni, infastidito da esami e lezioni: √® un’altalena di languori, diffidenze e superbie che colora le lettere al Caselli dell’uggia dei misantropi e di malinconico grigio, e tutta la vita del Pascoli cinquantenne di mesti rinvii all’oltretomba, quando infine verr√† la gloria immortale. ¬ę Io so il fatto mio ¬Ľ, ripeteva battendo il pugno grassoccio, con ferma fiducia nel proprio valore, ma poi si smarriva, appena dovesse ricevere un ospite di riguar¬≠do e preparargli il t√®: le cose, ingrandite dalla timidezza, gli ostruivano il canto, quella ¬ę gran voglia di rimare ¬Ľ; gli pesavano, quando le sospettas¬≠se in disarmonia con la natu¬≠ra, come remore agli affetti. (Di qui l’intorbidarsi della ve¬≠na, se per fuggire l’Italia me¬≠schina si rifugiasse nella re¬≠torica antica).

Di tutto, attraverso le let¬≠tere da Castelvecchio, da Mes¬≠sina, da Pisa, dalla ¬ę funesta ¬Ľ Bologna, il Caselli fu confi¬≠dente testimone: dei travagli dell’arte, dei propositi genero¬≠si e delle beghe, avendone in premio una noticina ai Canti, che celebra il suo ¬ę gran cuore e il suo gentile intelletto ¬Ľ, e la poesia Se tu sei nulla, noi siamo nulli. Infatti il Pascoli molto se ne serv√¨, per commis¬≠sioni e consigli, e l’ebbe caro, ¬ę l’amico del suo tramonto ¬Ľ, pur tenendolo ¬ę un po’ leggero come uomo ¬Ľ, e rimprove¬≠randogli di serbare le sue let¬≠tere (¬ę E’ lo stesso che se l’a¬≠mico tenesse un fonografo quando l’amico va a trovar¬≠lo… ¬Ľ); peggio: il ¬ę maledetto vizio ¬Ľ di leggerle in pubblico. Anche di lui tuttavia sospet¬≠t√≤, accusandolo, senti chi par¬≠la, d’avere i nervi un po’ de¬≠boli. Fu quando coinvolse il Caselli nel suo gran disamore per lucchesi e barghigiani, e persino pens√≤ che potesse na¬≠scere una causa giudiziaria, avanzando il Caselli, messosi in brutte acque, certi diritti dall’editore Zanichelli. Un’om¬≠bra di pi√Ļ, che presto si sciol¬≠se con la rinuncia dell’ottimo Alfredo, ¬ę pronto a vendere anche la camicia e il sangue ¬Ľ pur di vedere l’amico sorri¬≠dere.

***

Ora non dico che dall’epi¬≠stolario, in questa veste inte¬≠grale, il Pascoli esca grand’uomo (incerto e ambiguo come la sua musa, il carattere geme fra le righe). Ma nemmeno saprei togliergli rispetto sol¬≠tanto perch√© il suo umor sa¬≠turnino l’impicciolisce. L’immagine che ne discende, sia pure ritoccata e meglio a fuo¬≠co, √® quella saputa, d’un fan¬≠ciullo col cuore in gola e in panni sgraziati. Eppure, su quasi mille pagine (mille fes¬≠sure per i voyeurs, ¬ę uno dei pi√Ļ ricchi depositi e cafarnai della biografia pascoliana ¬Ľ disse Cecchi), nessuna accredita la leggenda mansueta che ancora tradisce la sua vera na¬≠tura. In realt√† ci fu un amaro ma virile coraggio, nel reggere la tentazione di distruggersi, nell’impedire che il pensiero gravitasse al basso: e fu la costanza della poesia a cibar¬≠lo. Forse l’indovin√≤ meglio di altri, e lo scrisse come al Pa¬≠scoli sarebbe piaciuto, proprio il fratello minore, colui che dopo averlo trattato di grasso bottegaio, lo fiss√≤ con plastica evidenza nella Contemplazio¬≠ne della morte: ¬ę Da quel fa¬≠gotto di panni stracchi s’alz√≤ il braccio possente… ¬Ľ.


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Bart