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LETTERATURA: I MAESTRI: Il diavolo

22 novembre 2018

di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 18 settembre 1970]

Aveva gli occhi liquidi, trasparenti, un celeste palli­do, un lago immobile.
Il dottore perse qualche secondo in quella luce così strana, poi le domandò:

– PerchĂ© l’ha fatto?

– Per purificarmi.

– Come?

– Ora mi sento piĂą legge­ra, potrei volare. Sono felice.

– Adesso il diavolo sta distante — continuò la ragaz­za —. E’ laggiĂą.

– Dove?

– In fondo al parco, die­tro il cancello. Ha paura di me: sono pura.

– E’ un brutto affare que­sta scottatura — mormorò il medico.

La ragazza continuava a tenere le palme delle mani aperte. Erano ricoperte di bolle, di flittene, tese dal sie­ro. Anche il dorso delle ma­ni era ustionato, ma in gra­do minore.

– Non sentiva male?

– Sì, ma la voce mi dice­va: — Se ti vuoi salvare, de­vi bruciare la tua carne, le mani che hanno toccato il diavolo.

– Di dove proveniva la voce?

– Dall’alto.

– Come le è venuto in mente il termosifone?

– E’ stata la voce a indi­carmelo. In questa stagione bollono. Facevo finta di ave­re freddo. Premevo le palme; quando non ne potevo piĂą tornavo a letto. Riprendevo forza, la voce mi animava. PiĂą mi bruciavo, piĂą mi av­vicinavo alla purezza. Il dia­volo digrignava i denti, in­cendiava gli occhi. Io preme­vo di piĂą le mani sul termo­sifone.

– E’ stata una lotta — ammise il medico.

– Ho vinto io — sorrise la ragazza —. Le infermiere non se ne sono accorte!

-E quanto è durata?

– Da stamani presto.

– Alcune ore.

– Sì.

– Dobbiamo medicarla — disse il medico rivolto alla infermiera —. Il pericolo è l’infezione. L’ustione non è molto estesa; il pericolo è che si infetti. Va trattata co­me una ferita. L’esame delle urine tutti i giorni; non se ne scordi.

*

Il medico punse le bolle tese di un liquido sieroso. Gli venne in mente quel dopo­pranzo d’estate quando quel­la malata, la Bitossi, arrivò al manicomio. Fu lui a ricever­la, era di guardia. Le cicale forsennate cantavano per tut­to il parco.

Se mi ricordo bene il diavolo era suo marito. Me lo confessò lei.

– Sì, lo sanno tutti.

– Quando vi vedete?

– La notte. Ma anche di giorno.

– Ha avuto figli?

– Tanti, tanti.

– Come ha gli occhi?

– Chi? il diavolo?

– Sì.

– Rossi.

– Rossi?!

– Per il fuoco.

– E’ peloso?

– No. Ha la pelle liscia come un bambino.

– E’ bruno?

– Nero, i capelli neri; le cornettine come due riccioli.

– Come lo conobbe?

– Si presentò una notte.

– Era vestito?

– MacchĂ©. Nudo! — e la ragazza esplose in una risata irreale, simile a cristalli in frantumi. E fu qui che il me­dico si accorse che anche la sua voce era diversa, squil­lante ma recitata, di un uni­co tono, versi ripetuti distrat­tamente a memoria.

Il medico continuava a pungere le flittene. La ragaz­za non pareva sentisse dolo­re; anzi aveva sul volto un che di esaltazione gaudiosa.

– Le faccio male?

– No. E’ una grande gioia tornare puri.

– Prima di sposare il dia­volo, lei era…

– A tredici anni avevo giĂ  persa l’innocenza.

– Lui venne dopo.

– Sì.

– Che scuole ha fatto?

– Stavo per diventare mae­stra quando cominciarono le voci, mi arrivavano da die­tro le spalle, dall’alto, a vol­te ingiuriose, a volte invece gentili, invitanti. Apparivano e sparivano anche dei volti; c’erano dei maledetti. Poi ven­ne lui, il diavolo. Allora si chiarì tutto. Veniva di notte. I miei genitori facevano fin­ta di non accorgersi che ave­vo tanti figli. Non so perchĂ© un giorno mi portarono qui.

Il dottore era chino al suo lavoro. Ma contemporaneamente aveva in mente il viso della ragazza, gli occhi di una trasparenza rara, un celeste acquoso, un colore immobile come in quel ghiacciaio contemplato tanti anni fa, quando era negli alpini, una luce di indifferenza, frequente negli occhi di delin­quenti abituali. Le guance erano molli e di un pallore come ce l’hanno le donne ci­nesi.

– Non sapevo che il dia­volo avesse gli occhi rossi!

– Li ha accesi, due braci.

– Di notte, quando veni­va, di che parlavate?

– Stava pochi secondi. Sentivo la vampa.

– E spariva?

– Sì, ma ritornava, ecco­me! Era mio marito. Ho avu­to tanti figli.

– Dove sono?

– Li tiene lui. Io li fac­cio e lui li porta via.

– Sono diavolini?

La ragazza invece di ri­spondere rise in quel modo speciale, una mescolanza di ghigno e tensione gioiosa.

– Mi raccomando — mor­mora il medico rivolto alla infermiera —. Come una fe­rita, non deve infettarsi; an­tibiotici ogni dodici ore – Poi, rivolto alla Bitossi, alla ragazza:

– Mi piacerebbe sapere come parla un diavolo.

– Non parla. Mi guarda con gli occhi di brace e sof­fia. Io capisco.

Il medico depositò sulla scottatura le strisce di garza sterile. — La può fasciare lei — disse all’infermiera. E alzò il viso sulla Bitossi.

Quel colore di occhi! una luce immobile, uguale a quel ghiacciaio che aveva contem­plato quando era giovane.

Il medico domandò all’in­fermiera che cura faceva la ragazza.

L’infermiera elencò alcuni psico-farmaci.

L’infermiera voleva scusar­si: — Non è stato possibile indovinare che si voleva scot­tare. Ogni tanto si avvicinava al termosifone come fosse in­freddolita, e se ne tornava tranquillamente a letto. Ce ne siamo accorte che era troppo tardi.

La Bitossi interruppe: — Non ha nessuna colpa. Mi ha dato una felicità. Ora mi sen­to pura, leggera, felice. Il diavolo è sempre più lonta­no. Stanotte dormirò —. E aggiunse con quella voce astratta: — Voi non cono­scete la bellezza di sentirsi puri.

Il medico sospirò un sa­luto e prese la via del reparto n. 9; doveva fare la visita anche in quello.

Per arrivarci si doveva scendere un lungo scalone; poi il corridoio giallognolo, di solito sempre deserto.

Il medico avanzava e con­tinuava ad avere davanti a sé gli occhi della Bitossi: « Provocano disagio, preferi­rei non averli visti, averli già dimenticati ».

La caporeparto del 9, ap­pena lo scorse, gli venne incontro, e cominciò a elencare le novità.

Il vecchio medico tenten­nava la testa dicendo sì, automaticamente, ancora con la mente alla Bitossi.

E d’un tratto, dentro di sĂ©, amaramente, con un profondo senso di solitudine:

« Naturale che mettono a disagio. Sono lontani da noi, nemici della tenerezza uma­na. Sono gli occhi della paz­zìa ».

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart