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LETTERATURA: I MAESTRI: Il futuro della realtĂ 

14 marzo 2017

di Angelo Guglielmi
[da “Quindici”, numero 17, maggio 1969]

Che nei modi di essere della realtà quotidiana qualcosa di nuovo sia accaduto, per cui uno stes­so fatto di cronaca politica — per esempio uno sciopero operaio o una qualsiasi manifestazione studentesca — si presenti oggi rispetto a ieri con connotati del tutto diversi e particolari è cosa assolutamente indubitabile. E la diversità sta nel fatto che sono profondamente mutati gli obiettivi e gli scopi e ciò anche quando apparirebbero es­sere gli stessi. Infatti non c’è agitazione operaia o studentesca che dietro gli obbiettivi che denuncia — di rivendicazione salariale o di difesa del diritto allo studio per tutti — non nasconda uno slancio, una tensione, un’aggressività che va di gran lunga al di là degli obbiettivi particolari cui mira e si svi­luppa e cresce in una domanda tanto più dramma­tica quanto più indefinita che diventa il vero conte­nuto di quell’agitazione rispetto al quale gli scopi più concreti che essa persegue passano in seconda linea e perdono importanza. Naturalmente alla di­versità dei significati in cui le lotte operaie ci ap­paiono corrisponde un loro nuovo modo di essere. Un nuovo stile. Non è qui importante dire quale.

Più importante è invece prendere atto che la realtà storico-politica si presenta al momento con connotati originali (fino a ieri non prevedibili e dunque rimasti estranei alla riflessione che fin qui abbiamo condotto su di essa). E di ciò non possiamo non ricavare tutte le debite conseguen­ze a livello dell’elaborazione di un nuovo concetto di realtà o, per tenerci stretti alla sfera dell’impe­gno letterario, di una diversa impostazione del rapporto scrittore-mondo.

Fin qui il tipo di realtà con cui lo scrittore ave­va a che fare si caratterizzava per i suoi attributi di staticità, di paralisi conseguente alla interruzione di ogni processo di circolazione interna, al blocco del movimento dialettico, all’inaridimento delle fonti dell’umore. La realtà era come defluita dal suo corpo vivo, lasciando al suo posto un mecca­nismo affatto rigido e indurito, atto a produrre significati autosufficienti, univoci, senza alterna­tiva, sempre identici a se stessi.

Significati nutriti di una coerenza tutta ester­na, che appoggiavano la propria vitalità al loro apparire timidi, lineari, privi di esitazione e in­somma senza ambiguità cioè che si sforzavano di essere proprio ciò che coincideva con la loro tragica inerzia, significati che dunque si poneva­no, nel momento stesso in cui si formavano, come falsi significati. Di qui nasceva la diffidenza degli scrittori nei riguardi della realtà, e la loro deci­sione di costeggiare lontano da essa, di evitarne gli aspetti aneddottici, sforzandosi di intrattenere con essa rapporti indiretti, obliqui, difficili.

Il problema era di imparare a cogliere la realtà al di sotto dei significati e delle azioni in cui si manifestava, oltre l’improduttiva ricchezza del suo materiale di cronaca, che, come abbiamo vi­sto, proponeva solo immagini divise, a metà, de­viami, false. E questo problema si cercava di ri­solverlo agendo sugli strumenti linguistici e sul tessuto lessicale e cioè promuovendo all’interno dell’istituto della lingua un nuovo sistema di con­tatti, favorendo una nuova circolazione che infran­geva tutte le regole sintattiche e grammaticali fi­no lì praticate, e ciò allo scopo di approntare uno strumento il cui compito non fosse più quello di essere tramite di informazione (giacché era venu­to meno l’oggetto dell’informazione, cioè la real­tà in quanto fonte di messaggi) ma che fosse per se stesso dotato d’informazione e di capacità di discorso.

Ma oggi qualcosa è cambiato. La realtà è tornata ad essere inventiva e si mostra disponibile per i più diversi esiti e possibilità. In ogni momento in cui è, essa non solo è quello che è ma è anche l’altro, il diverso. Il suo discorso non è più uni­voco e dunque autoritario, mistificante ma am­biguo, libero, contraddittorio. E cioè è un discorso che è portato avanti a vari livelli di internaziona­lità e che non si esaurisce mai in ciò a cui mira.

Abbiamo visto che le lotte degli studenti o quel le degli operai — che lo si voglia o no — significa­no al di là degli scopi che denunciano e trovano soltanto dietro i loro obiettivi particolari la loro vera vitalità. Cioè nella conquista di un linguaggio libero, di forme di espressione originali, di nuovi emblemi simboli e parole che essendo per se stessi non di natura nominalistica e cioè non es­sendo semplicemente delegati a descrivere e in­dicare esigenze e bisogni, ma piuttosto ponendosi come denuncia di una nuova volontà di comunica­zione, tendono a spalancare nuovi spazi, a forma­re zone di possibilità semantiche aperte, avven­turose, indefinibili.

Di fronte a questo fatto nuovo lo scrittore vede entrare in crisi la diffidenza, il disinteresse che fino ad ora aveva così giustamente opposto alla realtà (intendendo per essa la cronaca storico-po­litica). Ciò che lo costringe a rivedere l’intera sua posizione di scrittore. Ma come? In che modo può superare quella sua diffidenza? A questo pun­to i problemi sono due: vi è cioè il problema del come e il problema del che cosa. Cioè vi è il pro­blema di appurare come lo scrittore deve rispon­dere alla nuova situazione che si è venuta a creare e l’altro di sapere che cosa deve rispondere. Per quello che riguarda il primo problema non è dif­ficile disegnare le linee di una corretta soluzione ed è proprio a questo compito che dedicheremo il resto di questo scritto. Per quello che riguarda il secondo problema e cioè quale nuova lettera­tura lo scrittore dovrà imparare a fare, ovviamen­te non abbiamo (non possiamo avere) soluzioni di sorta, essendo esse legate al suo (e al nostro) lavoro futuro e per il momento, qui, adesso non possiamo che limitarci a dare qualche indicazione cioè a farci qualche promessa.

Ma torniamo al primo punto: come lo scritto­re deve reagire di fronte al dato incontestabile che notevoli modifiche si sono prodotte nei modi di farsi del reale. Infatti non basta dire che deve prenderne atto. Ma come? Ma dove? Risposta: non vi è dubbio: dentro una sfera della propria speci­ficità cioè dentro la letteratura, non fuggendo in avanti e andandogli incontro. Con la fuga non si risolve alcun problema. Più opportuno invece è applicarsi a rivedere alla luce della nuova situa­zione la nozione di letteratura, riconsiderandone il rapporto con la realtà.

L’importante è che lo scrittore continui a lavo­rare dentro la letteratura giacchĂ© è soltanto muo­vendosi all’interno di essa che egli può portare un contributo di ordine conoscitivo, può collaborare al processo di rinnovamento in corso e alla co­struzione di una situazione generale nuova. Deve quindi resistere alla soluzione facile cioè alla ten­tazione di fuggire in avanti cioè di abbandonare la letteratura ritenendola un momento ormai su­perato e di praticare direttamente la politica, de­dicandosi a coltivare i suoi problemi (della poli­tica) piĂą immediati di elaborazione teorica o di azione.

Lo scrittore non è un emigrante, non può anda­re a cercare in America quello che non ha tro­vato nel suo piccolo paese di nascita sperduto in una landa riarsa del Mezzogiorno d’Italia: l’inne­sto nella nuova terra non riesce quasi mai e se riesce risolve soltanto il problema affatto perso­nale dell’emigrante e mai del Mezzogiorno d’Ita­lia. E se avrà avuto fortuna il nostro emigrante manterrà nel proprio paesello in pura economia di perdita una casetta con orto prospiciente alla quale ritornerà più spesso con i ricordi che con la sua presenza fisica. La letteratura non può es­sere questa casetta. Non servirebbe a nessuno.

Di nuovo peraltro verrebbe proposta la separa­tezza del lavoro e delle varie sfere di attività quan­do invece l’attuale moto di rinnovamento nasce proprio sulla necessità di superare la divisione e fare riconfluire le varie specializzazioni e interessi in un discorso globale che è l’unica garanzia per­ché ognuna delle singole parti del discorso, rima­nendo nella sua specificità, realizzi l’intera sua capacità espressiva. In altre parole quello che og­gi rimproveriamo alla letteratura è proprio la sua separatezza. Così non ha senso riproporne una nuova e per giunta all’interno di un progetto che prevede il declassamento della letteratura e la sua svalorizzazione. Dunque no agli scrittori emigran­ti. Non hanno capito la situazione e non sono uti­li né alla letteratura, come è ovvio, né al processo di rinnovamento della cultura e di costruzione di una situazione generale nuova, come è meno ovvio.

E così siamo arrivati alla seconda questione: quale è la letteratura che, tenuto conto che qual­cosa nel mondo è cambiato, oggi dobbiamo fare. Di certo sappiamo soltanto che non è la lettera­tura che abbiamo fatto fino o ieri: essa e Io ab­biamo visto con gli ultimi libri della neoavanguar­dia che nell’ultimo anno abbiamo avuto occasione di leggere (o con la maggiore parte di essi) non è più incisiva, non lancia più nessuna domanda, non semina più alcuna inquietudine e sgomento; ma a quale altra letteratura dobbiamo mirare?

La vitalità della letteratura sta negli squilibri che produce. Il suo obiettivo è il disordine. E’ proporre una disarmonia permanente come con­dizione necessaria per l’emersione di sempre nuo­vi equilibri e di nuovi ininterrotti esiti. Che non è la letteratura che deve e può indicare. La lette­ratura, lo sappiamo, è solo una domanda. E in questo sta il suo essere sempre. Tuttavia anche la realtà, cioè il luogo dove la letteratura dovrebbe cadere, è oggi una tavola di interrogativi. E qui la questione si imbroglia. La letteratura rispetto alla realtà si porrebbe come una domanda in una domanda. Letteratura e realtà si troverebbero strutturalmente su uno stesso piano. Ciò che indubitalmente comporta un pericolo di morte per la letteratura (in quanto presenza non indispen­sabile).

Occorre subito ricreare il divario, riaprire la disuguaglianza, pur nel rispetto del nuovo dato che vede l’obiettivo riaccostamento dei due termi­ni. E rintrodurre la disegualitĂ  significherĂ  una nuova situazione di rapporto in cui la letteratura rispetto alla realtĂ  non è piĂą il momento del su­peramento, la presenza dell’altro o del diverso ma in cui essa si pone come il futuro della realtĂ  nel senso che coniuga al tempo futuro quegli stessi verbi che la realtĂ  coniuga al tempo presente.

Soltanto attraverso questo scatto, cioè nel qua­dro di questa riformulazione del rapporto lette­ratura-realtà si potrà riuscire ad arrivare a capo di che tipo di domanda la letteratura oggi può continuare ad incarnare, oggi, cioè in una situa­zione in cui anche la realtà tende a porsi come una domanda cioè che anche la realtà pare volersi costruire non tanto mettendo a punto risposte o predisponendo soluzioni ma svelando esigenze, denunciando bisogni, scoprendo insoddisfabili an­sie, abitando ipotetici domini, inventando urgen­ze incongrue.

Ci rendiamo conto che dire che la letteratura deve essere il futuro della realtà può anche signi­ficare niente (nel senso che non dà indicazioni immediatamente utili ai fini dell’operazione let­teraria). Tuttavia può anche significare molto nel senso che pone perentoriamente la necessità per la letteratura di recuperare tutta una zona di riflessione da cui fino ad ieri si era tenuta di­scosta, vogliamo dire la zona di riflessione poli­tica, l’attenzione per il momento della prassi.

Ciò che peraltro non significherà mischiare gli aneddoti della cronaca politica con le invenzioni formali che caratterizzano e sono (ora e sempre) alla base di ogni impegno di creazione letteraria ma piuttosto significa ricavare dalla riflessione politica, evidentemente da scontare oltre quelli che sono i suoi termini realistici e dunque da patire in una sfera di lievitazione utopistica, tutte quelle indicazioni che, trasformate in decisioni formali, portino all’allargamento del progetto del­l’opera restituendole la funzione di essere, in un mondo che pare assorbire (neutralizzare) ogni sfida, di essere, dicevamo, ancora un segno del disordine, ancora una presenza di provocazione.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart