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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Gattopardo. Pubblicatelo ma non a mie spese

3 giugno 2012

di Gioacchino Lanza Tornasi
[da “La fiera letteraria”, numero 12, giovedì, 21 marzo 1968]

Sull’origine del Gattopardo non è mancato a suo tempo un alone di leg­genda, fatto inevitabile e pubblicitario che giovava e accompagnava il succes­so del romanzo. In verità Lampedusa era riservato, abbastanza amareggiato da uomini e cose ma non leggendario; dopotutto trasparente, con tratti di estrema intelligenza fianco a fianco ad altri infantili, come può accadere agli uomini la cui vita si è svolta fuori del­la società e che di conseguenza non di­ventano mai veramente scaltri. Le sue doti intellettuali mai torpide, affinate quotidianamente dal contatto lettera­rio con i classici, ma a differenza di al­tri dilettanti di letteratura, divoratori di libri e cognizioni, non era un este­ta: alla letteratura egli non chiedeva godimento (almeno non questo soltan­to) ma chiedeva stimoli, riflessioni, collegamenti. Si potrebbe affermare che quel dialogo con la società (con uomini della sua levatura e interessi) che gli era mancato dopo il suo defini­tivo rientro a Palermo negli Anni Trenta si svolgesse invece con la carta stampata. Se mai un giorno saranno pubblicate le sue lezioni di letteratura francese e inglese vi si troverà poco metodo critico, ma in compenso la de­cantazione di queste conversazioni fra un lettore di mobile intelligenza e dei testi cristallizzati che egli in un modo o nell’altro tenta di far rispondere.

Un bel giorno Lampedusa si è mes­so a scrivere. Le cause esterne e gli incentivi definitivi possono esser stati molti, primo fra tutti l’ingresso nel mondo letterario del cugino Lucio Pic­colo, ma al fondo ciò non sarebbe sta­to possibile se egli quantomeno non avesse avuto coscienza che il dialogo con i morti è soltanto sostitutivo di quello con i vivi; il romanzo, lunga­mente desiderato, doveva significare quel passaggio all’azione procrastinato fino ai cinquantotto anni.

Ancor prima di metter mano a pen­na (o che qualcuno ne fosse a cono­scenza) esisteva l’idea politica del ro­manzo (l’incontro frala Siciliae Gari­baldi basato su un equivoco dal quale nessuna delle due parti avrebbe avuto a guadagnare), esisteva una schema­tizzazione della narrazione (« 24 ore di mio bisnonno il giorno dello sbarco a Marsala »). Di tanto in tanto racconta­va qualche aneddoto di famiglia sul bisnonno che non aveva conosciuto, aneddoti da cui la figura del principone emergeva come quella di un insop­portabile tiranno: se gli girava era ca­pace di annunziare a una tavolata di nove figli, nipote, moglie, cappellano, precettori e governanti che « Pasqua per casa Lampedusa quest’anno non sarà il 18 marzo, la festeggeremo il Primo aprile », e ci si doveva adegua­re al calendario privato del capofami­glia in attesa che gli passasse la luna.

Se questo schema delle 24 ore fosse stato tradotto in qualche cosa di scrit­to prima de 1955 non saprei. Dalla sua conversazione avrei detto qualche vol­ta sì e qualche volta no. Se sì, non si trattava però di uno scritto recente, ma di un tentativo avviato prima del­la guerra e rimasto incagliato. Ricordo frasi come: « Qualche volta dovrò scri­vere la giornata di mio bisnonno », e altre come: « Qualche volta dovrò ri­prendere la giornata di mio bisnon­no ». Ma non bisogna equivocare, non si trattava di un chiodo fisso, erano al­lusioni occasionali e fugaci.

Certo nel 1955 Lampedusa il roman­zo cominciò a scriverlo per davvero, e quel che esisteva prima, scritto o pen­sato, gli si mutò nelle mani. Le 24 ore del bisnonno non poterono estendersi oltre la durata di un Racconto, la figu­ra del protagonista non si arrestò a quella di un despota capriccioso. Il primo capitolo, racchiuso nelle 24 ore, venne limato più volte (secondo me si vede), vi erano passi tormentati di cui era particolarmente fiero: il giardino dalle specie traviate, il ritrovamento del soldato morto, la descrizione not­turna della Palermo conventuale. Quanto vi abbia lavorato non saprei dire con esattezza, ma penso di non esser lontano dal vero indicando non meno di quattro mesi.

La composizione del primo capitolo aveva dato luogo a un’esplosione della memoria, il fatto letterario passò in secondo piano: Lampedusa fu assalito dal desiderio di ricostruire, e cominciò frettolosamente a stendere i suoi Ri­cordi d’infanzia. Gli premeva ritrova­re una memoria topografica, sensoria delle cose. Il manoscritto dei Ricordi contiene disegnini e piantine; v’è ad esempio il viale di accesso al castello della Venaria, crollato nel gennaio scorso.

Interrotti i Ricordi al capitolo su Santa Margherita Belice egli li tra­sportò nel romanzo e ne venne fuori un lunghissimo secondo capitolo, dove è compiuta la metamorfosi del tiran­no, ancora presente nelle 24 del principone, in un buon uomo paternalista e lungimirante. Rotto lo schema delle 24 ore pensò di sostituirlo con lo schema dei 25 anni: 25 anni fra il 1860 e la morte del principe, altri venticinque fra la morte e le reliquie. Anche que­sti capitoli furono scritti di getto e poté pregare Francesco Orlando di bat­terglieli a macchina sotto dettatura.

A questo punto Lampedusa si trova­va fra le mani un romanzo in quattro capitoli e pensò subito alla pubblica­zione. Il dattiloscritto fu affidato a Lu­cio Piccolo per esser proposto alla Mondadori nella persona del conte Fe­derici, il funzionario della casa editri­ce con cui Piccolo aveva avuto contat­ti. Nel frattempo (si era già verso maggio del 1956) Lampedusa aveva ri­preso il capitolo su Donnafugata am­pliandolo nelle due parti attuali, viag­gio e autunno in campagna, vennero aggiunte altre sezioni, in particolare prese nuova consistenza l’episodio del­la caccia.

Battuto a macchina in questa suddi­visione in due capitoli esso raggiunge­va Federici, il quale aveva risposto as­sicurando il proprio interessamento e l’inoltro del testo ai lettori della Mon­dadori. Questa stesura in cinque capi­toli è il testo dattiloscritto rivisto dal­l’autore di cui esistevano quattro o cinque copie. Non saprei dire esatta­mente che fine abbiano fatto. Io ne posseggo una, quella data dall’autore al suo amico Enrico Merlo e che que­sti mi restituì dopo la morte di Lam­pedusa. Un’altra fu affidata nel 1957 dalla principessa Lampedusa all’ing. Giargia, ed è quella che dopo aver so­stato nelle mani di Elena Croce per­venne a Giorgio Bassani (inizio 1958). Una terza dovette esser inviata a Elio Vittorini. Altre forse a due amici di Lampedusa degli Anni Venti: il prof. Revel e l’ing. Lajolo.

Chi abbia esaminato il romanzo per la Mondadoricon precisione non l’ho mai saputo. Alcuni dicono lo stesso Vittorini, ma potrebbe esservi una confusione in quanto egli lo lesse piĂą tardi per Einaudi.

Nell’autunno 1957 (ottobre?) il romanzo in cinque capitoli ritornava al Piccolo con un cortese rifiuto di Federici: l’opera aveva molti meriti mala Mondadoriaveva un preciso programma a lunga scadenza da rispettare, per il momento non poteva pubblicarlo, ricordo la restituzione del dattiloscritto, essa avvenne in casa di Bebbuzzo Sgadari; Lampedusa certo era deluso, come c’era da attendersi non lo dimo­strò.

In quei mesi il dattiloscritto era stato visto da una diecina di persone:la Principessa, i cosiddetti allievi di Lampedusa, Francesco Orlando, l’unico che lo era davvero, Francesco Agnello, Antonio Pasqualino; gli amici Bebbuzzo Sgadari, Corrado Fatta, Enrico Merlo; Lucio Piccolo e i suoi fratelli, me e la mia famiglia; Ubaldo Mirabelli. Fu quest’ultimo, egli conosce­va Vittorini, a proporre, insieme o tramite Fausto Flaccovio, il libraio editore di Palermo, l’invio a Vittorini per tentare la pubblicazione da Einaudi. Una prima risposta si ebbe nel febbraio 1957 diretta a Flaccovio, essa era interlocutoria: si ringraziava dell’invio, si mostrava interesse, in particolare si assicurava una risposta diretta all’autore.

Cosa pensava Lampedusa del romanzo in quel suo ultimo anno di vita? In linea di massima credeva fermamente nel suo valore letterario, ma l’evolversi dei tentativi di pubblica­tone lo induceva ad attimi di perplessità. Quel passaggio all’azione, dalla letteratura passiva alla letteratura attiva, non dava i risultati sperati: il di­lettante restava sempre un dilettante ed era respinto per tale dai militanti. Queste in fondo le occasionali incertezze, aggravate ancor più dalla assoluta mancanza di contatti con i militanti stessi se non per il giorno passa­to insieme a Montale prima del conve­gno di San Pellegrino e per gli incontri avvenuti al convegno stesso, dove, taciturno, osservatore e silenzioso si era convinto che quanto a letture non era da meno di Emilio Cecchi o di un Ungaretti.

Chi avrebbe potuto aiutarlo? I suoi cosiddetti discepoli avevano vent’anni; Piccolo era un dilettante quanto lui e aveva fatto quel che aveva potuto; gli amici cui aveva letto il romanzo si erano riservati il giudizio dopo quello dei professionisti; soltanto la moglie manteneva un’opinione totalmente po­sitiva, ma in quel momento poteva ap­parire viziata dall’affetto.

Perché ad esempio non pensò a Montale? Dopotutto aveva riportato l’impressione di una stima personale: « I siciliani sono o gran signori o poli­ziotti », avrebbe detto il poeta, e ag­giungeva Lampedusa: « Non ha preci­sato se noi fossimo poliziotti o meno ».

Così i tentativi di pubblicazione fra il ’56 e ’57 furono maldestri e in verità nel profondo isolamento dell’uomo mancavano i canali per giungere allo scopo; anche il canale (Principessa-Giargia-Bassani-Feltrinelli) attraverso cui il romanzo giunse alla pubblicazio­ne non era certo un canale diretto, po­teva restare ostruito a ogni momento e per diversi mesi lo fu.

Nel caso della sua opera si ripeteva il soliloquio che egli praticava da anni con la letteratura: poteva giudicare il Gattopardo come giudicava Mann, Tolstoi o Stendhal, i giudizi erano sì pro­duttivi ma in una sfera personale, il pubblico, il famoso inserimento resta­vano oltre la staccionata, una barriera che a causa della morte repentina non poté varcare mai. Era sereno, punto infatuato di se stesso; una volta, a pro­posito di un abbozzo di racconto di Francesco Orlando, mi disse: « E’ me­glio del Gattopardo », lui a sessant’an­ni, Orlando a venti, entrambi soli in Sicilia e i letterati tanto distanti.

Ancora nel 1956, mentre il Gattopar­do poltriva da Mondadori, aveva scrit­to i Racconti, il capitolo della scampa­gnata di padre Pirrone, infine il ballo. Le visite di Orlando si erano diradate e non li fece battere a macchina. Ver­so l’inizio del 1957 si era rinfrancato e ormai scrivere lo assorbiva quanto leg­gere. Il Gattopardo aveva raggiunto i sette capitoli ma ne progettava degli altri. Rotto lo schema dei 25 anni il ro­manzo avrebbe potuto dilatarsi anco­ra. Mi raccontò la trama di un altro capitolo da inserire fra la gita di pa­dre Pirrone e la morte del principe. Nella vecchiaia Fabrizio Corbera avrebbe gradatamente rinvenuto in se stesso un trasporto per Angelica; ad Angelica non mancavano le avventu­re. Per salvarla da un ricatto il princi­pe la precede nella casa d’appunta­menti dove avrebbe dovuto incontrare il suo amante, i due stanno per rive­larsi l’un l’altro come le sole due intel­ligenze della vicenda, ma non varcano il fosso e rientrano nella regolarità delle proprie famiglie. Ne scrisse po­che pagine e non so che fine abbiano fatto.

Nell’aprile del 1957 Lampedusa si sentiva decisamente male. Non usava badare alla sofferenza e soltanto dolo­ri reumatici violenti riuscivano a flet­tere la regolarità della sua vita di caf­fè, ogni giorno dalle 9 alle 14. La dia­gnosi stratigrafica non lasciò dubbi e in maggio partì per Roma. Per indur­lo a partire bisognava spiegargliene il motivo; è stato fra i pochi malati di cancro che sapeva di esserlo. Appena lo seppe si sentì molto ma molto peg­gio.

Giusto prima di partire mi diede un quadernone, era un manoscritto del romanzo ricopiato negli ultimi mesi. Diviso in sette capitoli si intitolava: « Il Gattopardo (completo) ». Lo rividi a Roma, esausto, due giorni prima del­la morte. Aveva ricevuto la risposta personale di Vittorini: « Una bella re­censione », mi disse, « ma pubblicazio­ne niente. Alcuni passi sono di grande levatura, ma trova la trama oleogra­fica; consiglierebbe delle modifiche. E poi, in conclusione, non è un testo adatto per la sua collana ». In un ap­punto personale lasciato alla moglie e a me precisava: « Gradirei che il ro­manzo fosse pubblicato, ma non a mie spese ».

Giorgio Bassani ricevette il dattiloscritto del Gattopardo (cinque capito­li) da Elena Croce nell’inverno del 1958. Io ero allora in viaggio di nozze, seppi soltanto che il Gattopardo sareb­be stato pubblicato. Alla fine della pri­mavera Bassani venne a Palermo, ave­va ricevuto anche un dattiloscritto del quarto capitolo (il ballo) fatto da un manoscritto originale portato da Lam­pedusa con sé a Roma. Non sapeva del capitolo di padre Pirrone in quan­to Lampedusa era a volte stato indeci­so se inserirlo o meno e la principessa aveva optato per il no.

Bassani era animato da un certo ze­lo critico e in fondo la sua visita mira­va a ottenere il testo manoscritto, spe­cialmente per il capitolo del ballo la cui copiatura dall’originale era eviden­temente difettosa (la calligrafia di Lampedusa era minuta e nella rapi­dità delle prime stesure la differenza fra le « m » e altre lettere diveniva soltanto indiziaria). Eravamo a casa mia quando, candidamente all’oscuro del contenuto esatto del mio manoscritto, lo diedi a Bassani. Il Gattopar­do pubblicato è una sintesi operata da Bassani fra dattiloscritto e manoscrit­to. Ossia tutto quel che il manoscritto conteneva in più è stato pubblicato, ma a volte alla lezione manoscritta si è preferita quella dattiloscritta.

Questo articolo è stato sollecitato dopo le dichiarazioni del prof. Muscet­ta sulla necessità di ristampare il ro­manzo nel testo manoscritto che con­tiene alcune centinaia di varianti ri­spetto a quello pubblicato. In proposi­to Muscetta ha fatto il paragone con i Promessi Sposi nell’edizione del 1827. Qui occorrono alcune precisazioni. I cinque capitoli originari sono general­mente più corretti nel dattiloscritto che nel manoscritto (la punteggiatura vi è ben più accurata); d’altra parte se si può parlare di un testo licenziato per le stampe (il che nel caso in que­stione è impossibile) esso è il dattiloscritto. Son questi i motivi che hanno indotto Bassani a preferire a volte il dattiloscritto. Gli altri due capitoli so­no condotti più fedelmente sul mano­scritto salvo la revisione della punteg­giatura, spesso lacunosa, e la scelta fra parole cancellate e riscritte. Ag­giungiamo che per i cinque capitoli in questione il manoscritto contiene sol­tanto un intero periodo in più (ripri­stinato da Bassani), le altre centinaia di varianti riguardano piuttosto la punteggiatura e a volte la scelta di un vocabolo. I suntini dei capitoli com­paiono soltanto nel manoscritto. Per i cinque capitoli siamo quindi in pre­senza di una ricopiatura dove l’autore ha apportato molte ma piccole varian­ti al testo; penso che in questa misura esse avvengano ogni volta che uno scrittore corregga le bozze, e aggiun­go: Lampedusa non ha corretto il ma­noscritto e non si poneva problemi filologici.

Fra il Gattopardo pubblicato e quel­lo che si potrebbe pubblicare sul ma­noscritto corre la stessa differenza che fra le partiture di Verdi edite da Ri­cordi e i manoscritti di origine. Nella polemica verdiana si parlò di migliaia di varianti ed errori, ma son d’accordo con Mila che il Rigoletto resterà il Ri­goletto anche dopo l’edizione critica. Così nessuno si aspetti un altro Gatto­pardo; il paragone con i Promessi Spo­si è tirato per i capelli. Là si tratta di una revisione linguistica del testo, me­ditata dall’autore, abbondantemente discussa e passata alla storia. Ciò non toglie, come nel caso di Verdi, che l’e­dizione critica sia auspicabile, ma per il         Gattopardo essa non potrebbe limi­tarsi alla pubblicazione del manoscrit­to, bensì dovrebbe comprendere pub­blicazione e collezione di ogni fonte disponibile (eventuali manoscritti ori­ginari, dattiloscritto, manoscritto rico­piato), qui il problema non è di resti­tuire un testo più genuino di un altro, bensì di fornire un materiale di studio che mostri lo stato delle cose nella lo­ro genesi e prima dell’intervento di Bassani.

Tutto ciò è della massima importan­za per chi crede nella filologia e po­trebbe dare adito a ogni sorta di ipote­si (per un paio di varianti saprei indi­care motivi punto letterari e affatto personali) ma il Gattopardo resta quello che è: un materiale giunto a una stesura dettagliata, ma anteriore alla correzione delle bozze. Queste le ha corrette Bassani; penso che chiun­que possa aver fiducia nella sua capa­cità di rivedere una punteggiatura e di scegliere fra due aggettivi.


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