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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Gattopardo. Pubblicatelo ma non a mie spese3 giugno 2012
di Gioacchino Lanza Tornasi Sull’origine del Gattopardo non è mancato a suo tempo un alone di legÂgenda, fatto inevitabile e pubblicitario che giovava e accompagnava il succesÂso del romanzo. In veritĂ Lampedusa era riservato, abbastanza amareggiato da uomini e cose ma non leggendario; dopotutto trasparente, con tratti di estrema intelligenza fianco a fianco ad altri infantili, come può accadere agli uomini la cui vita si è svolta fuori delÂla societĂ e che di conseguenza non diÂventano mai veramente scaltri. Le sue doti intellettuali mai torpide, affinate quotidianamente dal contatto letteraÂrio con i classici, ma a differenza di alÂtri dilettanti di letteratura, divoratori di libri e cognizioni, non era un esteÂta: alla letteratura egli non chiedeva godimento (almeno non questo soltanÂto) ma chiedeva stimoli, riflessioni, collegamenti. Si potrebbe affermare che quel dialogo con la societĂ (con uomini della sua levatura e interessi) che gli era mancato dopo il suo definiÂtivo rientro a Palermo negli Anni Trenta si svolgesse invece con la carta stampata. Se mai un giorno saranno pubblicate le sue lezioni di letteratura francese e inglese vi si troverĂ poco metodo critico, ma in compenso la deÂcantazione di queste conversazioni fra un lettore di mobile intelligenza e dei testi cristallizzati che egli in un modo o nell’altro tenta di far rispondere. Un bel giorno Lampedusa si è mesÂso a scrivere. Le cause esterne e gli incentivi definitivi possono esser stati molti, primo fra tutti l’ingresso nel mondo letterario del cugino Lucio PicÂcolo, ma al fondo ciò non sarebbe staÂto possibile se egli quantomeno non avesse avuto coscienza che il dialogo con i morti è soltanto sostitutivo di quello con i vivi; il romanzo, lungaÂmente desiderato, doveva significare quel passaggio all’azione procrastinato fino ai cinquantotto anni. Ancor prima di metter mano a penÂna (o che qualcuno ne fosse a conoÂscenza) esisteva l’idea politica del roÂmanzo (l’incontro frala Siciliae GariÂbaldi basato su un equivoco dal quale nessuna delle due parti avrebbe avuto a guadagnare), esisteva una schemaÂtizzazione della narrazione (« 24 ore di mio bisnonno il giorno dello sbarco a Marsala »). Di tanto in tanto raccontaÂva qualche aneddoto di famiglia sul bisnonno che non aveva conosciuto, aneddoti da cui la figura del principone emergeva come quella di un insopÂportabile tiranno: se gli girava era caÂpace di annunziare a una tavolata di nove figli, nipote, moglie, cappellano, precettori e governanti che « Pasqua per casa Lampedusa quest’anno non sarĂ il 18 marzo, la festeggeremo il Primo aprile », e ci si doveva adeguaÂre al calendario privato del capofamiÂglia in attesa che gli passasse la luna. Se questo schema delle 24 ore fosse stato tradotto in qualche cosa di scritÂto prima de 1955 non saprei. Dalla sua conversazione avrei detto qualche volÂta sì e qualche volta no. Se sì, non si trattava però di uno scritto recente, ma di un tentativo avviato prima delÂla guerra e rimasto incagliato. Ricordo frasi come: « Qualche volta dovrò scriÂvere la giornata di mio bisnonno », e altre come: « Qualche volta dovrò riÂprendere la giornata di mio bisnonÂno ». Ma non bisogna equivocare, non si trattava di un chiodo fisso, erano alÂlusioni occasionali e fugaci. Certo nel 1955 Lampedusa il romanÂzo cominciò a scriverlo per davvero, e quel che esisteva prima, scritto o penÂsato, gli si mutò nelle mani. Le 24 ore del bisnonno non poterono estendersi oltre la durata di un Racconto, la figuÂra del protagonista non si arrestò a quella di un despota capriccioso. Il primo capitolo, racchiuso nelle 24 ore, venne limato piĂą volte (secondo me si vede), vi erano passi tormentati di cui era particolarmente fiero: il giardino dalle specie traviate, il ritrovamento del soldato morto, la descrizione notÂturna della Palermo conventuale. Quanto vi abbia lavorato non saprei dire con esattezza, ma penso di non esser lontano dal vero indicando non meno di quattro mesi. La composizione del primo capitolo aveva dato luogo a un’esplosione della memoria, il fatto letterario passò in secondo piano: Lampedusa fu assalito dal desiderio di ricostruire, e cominciò frettolosamente a stendere i suoi RiÂcordi d’infanzia. Gli premeva ritrovaÂre una memoria topografica, sensoria delle cose. Il manoscritto dei Ricordi contiene disegnini e piantine; v’è ad esempio il viale di accesso al castello della Venaria, crollato nel gennaio scorso. Interrotti i Ricordi al capitolo su Santa Margherita Belice egli li traÂsportò nel romanzo e ne venne fuori un lunghissimo secondo capitolo, dove è compiuta la metamorfosi del tiranÂno, ancora presente nelle 24 del principone, in un buon uomo paternalista e lungimirante. Rotto lo schema delle 24 ore pensò di sostituirlo con lo schema dei 25 anni: 25 anni fra il 1860 e la morte del principe, altri venticinque fra la morte e le reliquie. Anche queÂsti capitoli furono scritti di getto e potĂ© pregare Francesco Orlando di batÂterglieli a macchina sotto dettatura. A questo punto Lampedusa si trovaÂva fra le mani un romanzo in quattro capitoli e pensò subito alla pubblicaÂzione. Il dattiloscritto fu affidato a LuÂcio Piccolo per esser proposto alla Mondadori nella persona del conte FeÂderici, il funzionario della casa editriÂce con cui Piccolo aveva avuto contatÂti. Nel frattempo (si era giĂ verso maggio del 1956) Lampedusa aveva riÂpreso il capitolo su Donnafugata amÂpliandolo nelle due parti attuali, viagÂgio e autunno in campagna, vennero aggiunte altre sezioni, in particolare prese nuova consistenza l’episodio delÂla caccia. Battuto a macchina in questa suddiÂvisione in due capitoli esso raggiungeÂva Federici, il quale aveva risposto asÂsicurando il proprio interessamento e l’inoltro del testo ai lettori della MonÂdadori. Questa stesura in cinque capiÂtoli è il testo dattiloscritto rivisto dalÂl’autore di cui esistevano quattro o cinque copie. Non saprei dire esattaÂmente che fine abbiano fatto. Io ne posseggo una, quella data dall’autore al suo amico Enrico Merlo e che queÂsti mi restituì dopo la morte di LamÂpedusa. Un’altra fu affidata nel 1957 dalla principessa Lampedusa all’ing. Giargia, ed è quella che dopo aver soÂstato nelle mani di Elena Croce perÂvenne a Giorgio Bassani (inizio 1958). Una terza dovette esser inviata a Elio Vittorini. Altre forse a due amici di Lampedusa degli Anni Venti: il prof. Revel e l’ing. Lajolo. Chi abbia esaminato il romanzo per la Mondadoricon precisione non l’ho mai saputo. Alcuni dicono lo stesso Vittorini, ma potrebbe esservi una confusione in quanto egli lo lesse piĂą tardi per Einaudi. Nell’autunno 1957 (ottobre?) il romanzo in cinque capitoli ritornava al Piccolo con un cortese rifiuto di Federici: l’opera aveva molti meriti mala Mondadoriaveva un preciso programma a lunga scadenza da rispettare, per il momento non poteva pubblicarlo, ricordo la restituzione del dattiloscritto, essa avvenne in casa di Bebbuzzo Sgadari; Lampedusa certo era deluso, come c’era da attendersi non lo dimoÂstrò. In quei mesi il dattiloscritto era stato visto da una diecina di persone:la Principessa, i cosiddetti allievi di Lampedusa, Francesco Orlando, l’unico che lo era davvero, Francesco Agnello, Antonio Pasqualino; gli amici Bebbuzzo Sgadari, Corrado Fatta, Enrico Merlo; Lucio Piccolo e i suoi fratelli, me e la mia famiglia; Ubaldo Mirabelli. Fu quest’ultimo, egli conosceÂva Vittorini, a proporre, insieme o tramite Fausto Flaccovio, il libraio editore di Palermo, l’invio a Vittorini per tentare la pubblicazione da Einaudi. Una prima risposta si ebbe nel febbraio 1957 diretta a Flaccovio, essa era interlocutoria: si ringraziava dell’invio, si mostrava interesse, in particolare si assicurava una risposta diretta all’autore. Cosa pensava Lampedusa del romanzo in quel suo ultimo anno di vita? In linea di massima credeva fermamente nel suo valore letterario, ma l’evolversi dei tentativi di pubblicaÂtone lo induceva ad attimi di perplessitĂ . Quel passaggio all’azione, dalla letteratura passiva alla letteratura attiva, non dava i risultati sperati: il diÂlettante restava sempre un dilettante ed era respinto per tale dai militanti. Queste in fondo le occasionali incertezze, aggravate ancor piĂą dalla assoluta mancanza di contatti con i militanti stessi se non per il giorno passaÂto insieme a Montale prima del conveÂgno di San Pellegrino e per gli incontri avvenuti al convegno stesso, dove, taciturno, osservatore e silenzioso si era convinto che quanto a letture non era da meno di Emilio Cecchi o di un Ungaretti. Chi avrebbe potuto aiutarlo? I suoi cosiddetti discepoli avevano vent’anni; Piccolo era un dilettante quanto lui e aveva fatto quel che aveva potuto; gli amici cui aveva letto il romanzo si erano riservati il giudizio dopo quello dei professionisti; soltanto la moglie manteneva un’opinione totalmente poÂsitiva, ma in quel momento poteva apÂparire viziata dall’affetto. PerchĂ© ad esempio non pensò a Montale? Dopotutto aveva riportato l’impressione di una stima personale: « I siciliani sono o gran signori o poliÂziotti », avrebbe detto il poeta, e agÂgiungeva Lampedusa: « Non ha preciÂsato se noi fossimo poliziotti o meno ». Così i tentativi di pubblicazione fra il ’56 e ’57 furono maldestri e in veritĂ nel profondo isolamento dell’uomo mancavano i canali per giungere allo scopo; anche il canale (Principessa-Giargia-Bassani-Feltrinelli) attraverso cui il romanzo giunse alla pubblicazioÂne non era certo un canale diretto, poÂteva restare ostruito a ogni momento e per diversi mesi lo fu. Nel caso della sua opera si ripeteva il soliloquio che egli praticava da anni con la letteratura: poteva giudicare il Gattopardo come giudicava Mann, Tolstoi o Stendhal, i giudizi erano sì proÂduttivi ma in una sfera personale, il pubblico, il famoso inserimento restaÂvano oltre la staccionata, una barriera che a causa della morte repentina non potĂ© varcare mai. Era sereno, punto infatuato di se stesso; una volta, a proÂposito di un abbozzo di racconto di Francesco Orlando, mi disse: « E’ meÂglio del Gattopardo », lui a sessant’anÂni, Orlando a venti, entrambi soli in Sicilia e i letterati tanto distanti. Ancora nel 1956, mentre il GattoparÂdo poltriva da Mondadori, aveva scritÂto i Racconti, il capitolo della scampaÂgnata di padre Pirrone, infine il ballo. Le visite di Orlando si erano diradate e non li fece battere a macchina. VerÂso l’inizio del 1957 si era rinfrancato e ormai scrivere lo assorbiva quanto legÂgere. Il Gattopardo aveva raggiunto i sette capitoli ma ne progettava degli altri. Rotto lo schema dei 25 anni il roÂmanzo avrebbe potuto dilatarsi ancoÂra. Mi raccontò la trama di un altro capitolo da inserire fra la gita di paÂdre Pirrone e la morte del principe. Nella vecchiaia Fabrizio Corbera avrebbe gradatamente rinvenuto in se stesso un trasporto per Angelica; ad Angelica non mancavano le avventuÂre. Per salvarla da un ricatto il princiÂpe la precede nella casa d’appuntaÂmenti dove avrebbe dovuto incontrare il suo amante, i due stanno per riveÂlarsi l’un l’altro come le sole due intelÂligenze della vicenda, ma non varcano il fosso e rientrano nella regolaritĂ delle proprie famiglie. Ne scrisse poÂche pagine e non so che fine abbiano fatto. Nell’aprile del 1957 Lampedusa si sentiva decisamente male. Non usava badare alla sofferenza e soltanto doloÂri reumatici violenti riuscivano a fletÂtere la regolaritĂ della sua vita di cafÂfè, ogni giorno dalle 9 alle 14. La diaÂgnosi stratigrafica non lasciò dubbi e in maggio partì per Roma. Per indurÂlo a partire bisognava spiegargliene il motivo; è stato fra i pochi malati di cancro che sapeva di esserlo. Appena lo seppe si sentì molto ma molto pegÂgio. Giusto prima di partire mi diede un quadernone, era un manoscritto del romanzo ricopiato negli ultimi mesi. Diviso in sette capitoli si intitolava: « Il Gattopardo (completo) ». Lo rividi a Roma, esausto, due giorni prima delÂla morte. Aveva ricevuto la risposta personale di Vittorini: « Una bella reÂcensione », mi disse, « ma pubblicazioÂne niente. Alcuni passi sono di grande levatura, ma trova la trama oleograÂfica; consiglierebbe delle modifiche. E poi, in conclusione, non è un testo adatto per la sua collana ». In un apÂpunto personale lasciato alla moglie e a me precisava: « Gradirei che il roÂmanzo fosse pubblicato, ma non a mie spese ». Giorgio Bassani ricevette il dattiloscritto del Gattopardo (cinque capitoÂli) da Elena Croce nell’inverno del 1958. Io ero allora in viaggio di nozze, seppi soltanto che il Gattopardo sarebÂbe stato pubblicato. Alla fine della priÂmavera Bassani venne a Palermo, aveÂva ricevuto anche un dattiloscritto del quarto capitolo (il ballo) fatto da un manoscritto originale portato da LamÂpedusa con sĂ© a Roma. Non sapeva del capitolo di padre Pirrone in quanÂto Lampedusa era a volte stato indeciÂso se inserirlo o meno e la principessa aveva optato per il no. Bassani era animato da un certo zeÂlo critico e in fondo la sua visita miraÂva a ottenere il testo manoscritto, speÂcialmente per il capitolo del ballo la cui copiatura dall’originale era evidenÂtemente difettosa (la calligrafia di Lampedusa era minuta e nella rapiÂditĂ delle prime stesure la differenza fra le « m » e altre lettere diveniva soltanto indiziaria). Eravamo a casa mia quando, candidamente all’oscuro del contenuto esatto del mio manoscritto, lo diedi a Bassani. Il GattoparÂdo pubblicato è una sintesi operata da Bassani fra dattiloscritto e manoscritÂto. Ossia tutto quel che il manoscritto conteneva in piĂą è stato pubblicato, ma a volte alla lezione manoscritta si è preferita quella dattiloscritta. Questo articolo è stato sollecitato dopo le dichiarazioni del prof. MuscetÂta sulla necessitĂ di ristampare il roÂmanzo nel testo manoscritto che conÂtiene alcune centinaia di varianti riÂspetto a quello pubblicato. In proposiÂto Muscetta ha fatto il paragone con i Promessi Sposi nell’edizione del 1827. Qui occorrono alcune precisazioni. I cinque capitoli originari sono generalÂmente piĂą corretti nel dattiloscritto che nel manoscritto (la punteggiatura vi è ben piĂą accurata); d’altra parte se si può parlare di un testo licenziato per le stampe (il che nel caso in queÂstione è impossibile) esso è il dattiloscritto. Son questi i motivi che hanno indotto Bassani a preferire a volte il dattiloscritto. Gli altri due capitoli soÂno condotti piĂą fedelmente sul manoÂscritto salvo la revisione della puntegÂgiatura, spesso lacunosa, e la scelta fra parole cancellate e riscritte. AgÂgiungiamo che per i cinque capitoli in questione il manoscritto contiene solÂtanto un intero periodo in piĂą (ripriÂstinato da Bassani), le altre centinaia di varianti riguardano piuttosto la punteggiatura e a volte la scelta di un vocabolo. I suntini dei capitoli comÂpaiono soltanto nel manoscritto. Per i cinque capitoli siamo quindi in preÂsenza di una ricopiatura dove l’autore ha apportato molte ma piccole varianÂti al testo; penso che in questa misura esse avvengano ogni volta che uno scrittore corregga le bozze, e aggiunÂgo: Lampedusa non ha corretto il maÂnoscritto e non si poneva problemi filologici. Fra il Gattopardo pubblicato e quelÂlo che si potrebbe pubblicare sul maÂnoscritto corre la stessa differenza che fra le partiture di Verdi edite da RiÂcordi e i manoscritti di origine. Nella polemica verdiana si parlò di migliaia di varianti ed errori, ma son d’accordo con Mila che il Rigoletto resterĂ il RiÂgoletto anche dopo l’edizione critica. Così nessuno si aspetti un altro GattoÂpardo; il paragone con i Promessi SpoÂsi è tirato per i capelli. LĂ si tratta di una revisione linguistica del testo, meÂditata dall’autore, abbondantemente discussa e passata alla storia. Ciò non toglie, come nel caso di Verdi, che l’eÂdizione critica sia auspicabile, ma per il        Gattopardo essa non potrebbe limiÂtarsi alla pubblicazione del manoscritÂto, bensì dovrebbe comprendere pubÂblicazione e collezione di ogni fonte disponibile (eventuali manoscritti oriÂginari, dattiloscritto, manoscritto ricoÂpiato), qui il problema non è di restiÂtuire un testo piĂą genuino di un altro, bensì di fornire un materiale di studio che mostri lo stato delle cose nella loÂro genesi e prima dell’intervento di Bassani. Tutto ciò è della massima importanÂza per chi crede nella filologia e poÂtrebbe dare adito a ogni sorta di ipoteÂsi (per un paio di varianti saprei indiÂcare motivi punto letterari e affatto personali) ma il Gattopardo resta quello che è: un materiale giunto a una stesura dettagliata, ma anteriore alla correzione delle bozze. Queste le ha corrette Bassani; penso che chiunÂque possa aver fiducia nella sua capaÂcitĂ di rivedere una punteggiatura e di scegliere fra due aggettivi. Letto 419 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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