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LETTERATURA: I MAESTRI: “Il paradiso” di Alberto Moravia

19 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, domenica 12 aprile 1970]

Proviamo ad analizzare sommariamente il primo dei 34 racconti che compongono il recente libro di Alberto Mo­ravia ( Il paradiso, Bompiani. L 2500).
S’intitola « Rischio calcolato » e la vicenda è molto semplice. Una giovane donna, moglie affet­tuosa e innamorata, è a disa­gio di fronte al perbenismo borghese del marito « civile, controllato, gentile, bene edu­cato », pur nei suoi maglioni e blue-jeans di falso artista; realizza la pienezza di se stes­sa soltanto quando lui, esa­sperato dalle perfide e sfron­tate provocazioni di lei, la pic­chia a morte; è delusa che egli minacci così spesso di « andare in bestia » e in real­tà si comporti « bestialmen­te » così di rado; felice quan­do, stretta alla strozza dalle sue mani forti, si avvicina al­la sensazione deliziosa della « morte per strangolamento per mano dell’uomo che ci ama ». Così, una volta, ad Ostia, in una giornata di li­beccio, ostinandosi ad affer­mare contro l’evidenza che il mare è calmo, lo fa incarogni­re, lo graffia a sangue per es­sere più violentemente pic­chiata e morsa, e « urla dal dolore, piena di gioia »; e un’altra volta, attaccandolo con esasperante volgarità nel­la famiglia d’origine, nel fisi­co, nella professione, cioè nel vivo dell’amor proprio bor­ghese, riesce quasi a farsi strangolare, felice di ricono­scersi finalmente « creatura fragile » sul punto di essere « ammazzata da quella be­stia ».

Come si vede, qui si porta al limite una situazione nota. Il masochismo in amore, an­che se attribuito più di fre­quente all’uomo anziché alla donna, non è certo inedito. Quali sono dunque gli ele­menti di attualità apportati dal Moravia? E qual è il mo­tivo per cui il risultato è un racconto a suo modo perfetto?

Anzitutto, c’è lo sfrutta­mento, tipico dell’ultimo Mo­ravia, della convenzione linguistica: la donna si eccita avendo per galeotto l’immagine contenuta nella frase stereotipa « andare in be­stia ». La banalità espressiva, il luogo comune, dice lo scrittore, sono oggi straordinaria­mente operanti; la società di massa, proprio per l’appiatti­mento e morte della « perso­na », gli ha ridato vigore, così come la mancanza di attrito consente che rotoli a lungo anche una pallina già stan­ca: il sentimento individuale, sfiorito e spento, si coagula, si concentra e si riaccende at­torno al nucleo di un sempli­ce richiamo verbale, anodino ma collettivo; l’uomo di oggi è in bilico tra la mistificazio­ne che socialmente lo deter­mina e la frammentaria, schi­zofrenica verità che nonostan­te tutto egli ricava da quella mistificazione; e nelle donne, più istintive e plastiche, tale ambigua contraddizione trova migliore evidenza (i racconti hanno tutti protagonisti fem­minili) .

In secondo luogo, nel suo accanito battere sul tasto del­l’alienazione borghese, il Mo­ravia ha l’abilità (l’intelligen­za artistica) di condurre l’at­tacco per così dire da due fronti. Da un lato noi vedia­mo, attraverso le parole del­la donna, la caricatura, il grottesco amaro di una bor­ghesia conformista, parassi­taria, soddisfatta non si sa di che, fatua e inutile; dall’altro lato la donna, nel momento stesso in cui analizza cruda­mente i difetti della sua socie­tà, ne partecipa da complice e in qualche modo da sfrut­tatrice. Così lo scrittore com­pie un’ulteriore duplice opera­zione:

1)    coglie la natura intima­mente contraddittoria, sado-masochistica, della sua bor­ghesia consapevole, divertita, impotente e dannata di fron­te alle proprie storture;

2)     toglie a quella sua bor­ghesia ogni via di scampo, in quanto la coscienza è già as­sorbita nella colpa storica, ne fa parte, e l’unica libertà è un capriccio dentro una pri­gione. In tale duplice opera­zione egli tocca il suo ideale, che è di essere insieme mo­ralista e narratore.

In terzo luogo infine il Mo­ravia introduce di suo, nel meccanismo un po’ semplicistico della vicenda, la misura essenziale, vitalistica, del suo raccontare. In certi momenti i due protagonisti di « Rischio calcolato » ci appaiono due manichini, due astrazioni (tra parodia e paradosso) nelle mani di un saccente socio-pedagogo: ma subito il san­gue rifluisce, le ingiurie sono ingiurie, i graffi veri graffi furiosi, e anche il mare che schiumeggia davanti alla ro­tonda è un vero, bellissimo mare.

Gli elementi sin qui sinte­tizzati si ritrovano in varie proporzioni negli altri rac­conti. Non tutti, almeno al mio gusto, riescono persuasi­vi. Talvolta la passione ideo­logica dello scrittore lambisce e strina la pagina quasi il fumo verde e acre di un rogo; allora il racconto tende a far­si stilizzato e rigido come un teorema, programmato come un sillogismo. Forse è ciò che lo scrittore si prefiggeva, se ognuno dei personaggi, ci in­forma il risvolto, « concettualizza la realtà illudendosi di afferrarla; ma la realtà sfug­ge ». Tuttavia la natura del Moravia è tale che egli rima­ne un realista anche là dove vuol essere il cronista criti­co dell’irrealtà. Nel libro pre­cedente (Una cosa è una co­sa, 1967) si può leggere un racconto, « Invischiato », nel quale è espressa per emblema una delle sue più fondate arti poetiche. C’è un tale che, do­po una lite con la moglie, vuole uccidersi, perché solo la morte gli appare il corrispet­tivo degno del suo desiderio di un « sentimento assoluta­mente pulito »; ma gli istinti, la curiosità, il caso sempre inventivo, lo riportano alla sua dimensione umana, dove « tutto era proprio reale, non c’era da sperare di evadere nell’aria astratta e pulita del­la morte ». E deve concludere che « la vita la sa lunga, più lunga assai della morte ». Eb­bene, nel nostro scrittore si opera di continuo una distin­zione (che è per lui insieme lucido contrasto dialettico e drammatica convivenza ) tra l’intellettuale moderno, il cui problema è « la realtà », e il narratore classico, la cui ma­teria è « la vita ».

Il Moravia non sarebbe il Moravia senza questa agitata contrapposizione: ma proba­bilmente lo è un po’ meno quando egli parteggia allo scoperto per l’uno o per l’al­tro dei due. Di tutti i mo­menti e le maniere attraver­sati nella sua lunga opera di scrittore, quello che sembra il più resistente, e forse il più congeniale, è quello dell’« im­broglio », l’intrecciarsi cioè di una qualsiasi concupiscenza, carnale o astratta che sia, con la imprevedibile, astuta indifferenza della vita. Pro­prio dai colori cupi dell’« im­broglio » traluce la religiosità moraviana. Sia che egli parta dal ritratto, come accadeva negli anni d’anteguerra, sia che egli parta dal tipo, come accade oggi, c’è sempre un punto nel quale si scatena il casuale, l’irripetibile, e l’« io » è travolto da « altro », che è il modo della vita di « saper­la lunga ». Allora il personag­gio balza asciutto nel raccon­to. e credibilmente lo fascia l’aria secca dell’avventura. Ecco la perfida nevrotica della « Banda del cric »; il fosco cliente della signora-oggetto di « Venduta e comprata »; la provinciale casalinga di « Fe­staiola »; l’ansiosa e sempre incompiuta borghese di « Por­tacenere »; il rito della vesti­zione nell’umanissimo « Padrona e padrona »; la perver­sione mondana del « Lebbro­so »; il fumetto erotico sogna­to nell’« Orgia »; la squallida avventuriera dell’« Immagina­zione »…

Anche in un libro « orienta­to », aggressivamente critico e ideologico come II Paradiso, lo scrittore riesce qui a pas­sare dal tipo al personaggio, dalla definizione alla situa­zione, dal disegno sociologico alla vita. E se nella ricchezza delle variazioni al tema unico noi riconosciamo il suo pun­tiglioso ingegno, in quel rapido e pieno passaggio è la sua potenza.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart