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LETTERATURA: I MAESTRI: Il più bel romanzo Art nouveau

16 febbraio 2017

di Alfredo Giuliani
(da “Quindici”, anno I, numero 4, 15 settembre – 15 ottobre 1967)

Alfred Jarry, « Il supermaschio », Bompiani,
1967, pp. 158, L. 700.

Con Alfred Jarry è facilissimo il gioco del precursore. Futurismo, dada, surrealismo, corse ciclistiche (doping compreso), complesso di Edipo, atto gratuito, teatro della crudeltà, fantasesso e altre panzane dell’era tecnologica: tutto è stato anticipato da questo grande visio­nario e potente irrisore. Ma il gioco è futile. Ogni libro di Jarry è un esperimento di velo­cità calcolata. Quanto corrono i brevi capi­toli del Dottor Faustroll o dell’Amour Absolu o di Les jours et les nuits! La sua opera è complessa e non sempre facile da decifrare (ma dopotutto basta leggerla) perché Jarry non era un poeta alla ricerca di sé, come Rimbaud, né un ciceroniano dell’humour noir come Lautréamont; era uno scrittore con l’imperioso bisogno di proiettarsi, anima e pelame, nelle mitologie più feroci e rompicollo, ma anche un burlone astratto e lucidissimo.

Per scrivere i suoi libri straordinari gli occorreva poco; quando Apollinaire lo conob­be, Jarry viveva in un mezzanino così basso che per scrivere doveva sdraiarsi pancia a terra, e la sua biblioteca consisteva di un Rabelais e di qualche romanzo rosa. Quanto al resto era genialmente vorace, soprattutto di cose e accostamenti piccanti, come capita ai gran bevitori, e tra le sue fonti si trovano allo stesso titolo Platone e Beardsley, Poe e Pierre Louys, Péladan e Veme.

Il personaggio Jarry è perfettamente omo­geneo allo scrittore, pasticheur di miti e spe­rimentatore intrepido: così in lui la provoca­zione intellettuale di inventare in situazioni analoghe atteggiamenti opposti ha lo stesso senso che il combinare un pranzo di pastic­cini e pesci fritti.

Il Supermaschio è un delizioso esempio di Art Nouveau dove avvenirismo, sovranaturalismo, eleganza decorativa, incongruenza, sem­plicità, sadismo e platonismo si mescolano in un gioco nervoso e ironicamente malinconico. Il mito esplicito del racconto — che si svi­luppa in due episodi essenziali: una gara di corsa tra un treno una cicloquintupletta e un semidio nascosto; e un coito ininterrotto tra il semidio e una donnina comune (ma ogni donnina non aspira forse alla superfemminilità?) — è quello dell’Alimento del Moto Perpetuo che i tecnici cercano quale mezzo chimico per ottenere un record e il semidio quale prova teoretica che l’infinito (e l’amore perciò) è privo d’importanza. La sfida del semidio è frustrata dai tecnici, i quali per impedirgli di esistere come puro meccanismo costruiscono una macchina che dovrebbe tra­smettergli elettricamente l’anima; la macchina s’innamora di lui e con la propria eccitazione lo uccide, così come egli aveva ucciso la donna con il suo reiterato coito (e adesso che finalmente la vede egli l’adora). Ma in realtà « le donne non muoiono mai di quel genere di avventure »: la bella Elena era soltanto svenuta. [E, a proposito, alle pagine 108 e 109, dove il traduttore parla di « incontro » e di « bacio » leggasi più letteralmente « am­plesso»]. L’approssimativa struttura del libro consiste nell’alternare alle danzanti conversa­zioni scientifico-erotico-filosofiche gli exempla delle eccezionali imprese del protagonista.

L’esuberanza metamorfica dello svelto pa­sticcio (in cui assistiamo perfino alla trasfigu­rante liquidazione del mito ottocentesco della locomotiva) si rivela meglio quando lo si scopre una ripresa moderna e contaminatissima delle storie di Alcesti e di Eracle e di Orfeo e Eu­ridice; e in questa chiave acquista un sapore di fregio ghignante la fulminea allegoria finale di Amore e Morte (con relativa sopravvivenza e lieto fine per la bella Elena-Euridice rien­trata nell’ombra della fatale mediocrità).

Pubblicato la prima volta nel 1902, Il Supermaschio è forse il libro di Jarry più legato visceralmente alla moda convulsa, anti­cipatrice e ciarpona, del tempo in cui fu scrit­to. Sembra confezionato con tutti gli scampoli e i campioni che l’immaginazione di un gran dissipatore era sempre in grado di utilizzare. Ma proprio per questo è riuscito il più bel romanzo di quel genere deciduamente simbo­lista, a metà tra il libertino e il metallurgico, tra mistica e profanazione, che è proprio dell’Art Nouveau.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart