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LETTERATURA: I MAESTRI: Il priore di Barbiana

7 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[da ‚ÄúIl Corriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 26 giugno 1970]

Tra le cose essenziali che distinguono il laico dal cristiano c‚Äô√® questa: per il laico, storicista, la carit√†, come tutto ci√≤ che appartiene al mondo morale, √® un‚Äôespressione della cultura; per il cristiano viceversa anche la cultura come tutto ci√≤ che √® ¬ę essere per gli altri ¬Ľ, √® strumento di cari¬≠t√†. Di qui il pragmatismo, l’antintellettualismo, l’intolleranza per l’otium che spesso appa¬≠renta l’uomo religioso ai fana¬≠tismi pi√Ļ crudi, anche quando egli operi in una sfera di pu¬≠rissima e per ci√≤ stesso aristo¬≠cratica intensit√† spirituale. La straordinaria dirittura di don Lorenzo Milani consisteva nell‚Äôaver fatto una simile scelta con piena e quasi provocato¬≠ria consapevolezza, [lui che proveniva da una famiglia di radicate e nobili tradizioni culturali (era pronipote di Domenico Comparetti, filologo principe, nipote di L. A. Milani, etruscologo illustre, figlio di un raffinato classicista)]. E sbaglierebbe perci√≤ chi vedes¬≠se nel suo deliberato rifiuto del mondo borghese una scel¬≠ta di classe, invece di vederlo primariamente come un’opzio¬≠ne di carit√†.

Si vantava di non avere mai letto un libro, dopo essere di¬≠venuto prete, se non ad alta voce insieme con i ragazzi della sua scuola. Insisteva su una teoria della lingua (i poveri hanno da dire pi√Ļ degli altri ma non sanno dirlo; la lingua come mezzo per esprimersi √® l’unica cosa che si deve imparare dalla borghesia) che √® demagogica se non la si consideri nella sua luce pastorale: difendere i poveri ¬ę da chi ha pi√Ļ parola ¬Ľ. Fin√¨ con lo sbattere la porta in faccia agli intellettuali, anche agli amici, libreschi e non chiari, cui non veniva mai in mente, dopo mangiato, a Barbiana, di lava¬≠re i piatti. Non si trattava di scatti di nervi, ma di una in¬≠transigenza cos√¨ profondamente vissuta da divenire tiranni¬≠ca. A un prete amico che gli chiedeva consiglio sulle offer¬≠te dei fedeli per le Messe cele¬≠brate secondo l’intenzione dei singoli, rispose con una peren¬≠toria definizione di s√©: ¬ę Io non vendo le mie singole pre¬≠stazioni, ma la mia vita inte¬≠ra a una comunit√† intera ¬Ľ; nel suo integralismo esisten¬≠ziale (che solo in via secon¬≠daria diventa dottrinario) sta il segreto e la luce della sua personalit√†.

*

Era entrato in seminario a vent’anni compiuti, nel ’43, e, inviato vice parroco a San Do¬≠nato di Calenzano, aveva su¬≠bito rivelato la sua vocazione di maestro dei poveri. La sua scuola serale, coraggiosamente realistica, antiumanistica, popolare anche nel senso di una rivendicazione di classe, inserita in una lucida diagnosi della crisi religiosa e istituzio¬≠nale della parrocchia, fece molto chiasso, specie dopo che il libro che ne riferiva le vi¬≠cende (Esperienze Pastorali, Firenze, 1958) fu definito ¬ę inopportuno ¬Ľ dal Sant’Uffi¬≠zio e ritirato dal commercio. Nel ’54 fu mandato priore a S. Andrea di Barbiana, un piccolissimo borgo montano di meno di cento anime sper¬≠duto tra i boschi del Mugel¬≠lo, senza strada e senza elettricit√†. Ma proprio in quel romitaggio seppe dare alla sua missione la dimensione ¬ę in¬≠tera ¬Ľ che gli era congeniale: la sua scuola post-elementare non fu pi√Ļ solo serale ma a tempo pieno, dalla mattina al¬≠la sera per i 365 giorni del¬≠l’anno. Una scuola ecceziona¬≠le, dove l’esercizio critico si fondava paradossalmente sul¬≠l’entusiasmo della cristianit√†, una scuola popolare che sol¬≠lecitava all’orgoglio di popolo. ¬ę Al posto dello spirito razio¬≠cinante (scrisse Giacomo Devoto), la volont√† di sprofon¬≠dare in una disciplina, con una umilt√† che non risulta da una sottrazione ma da una costru¬≠zione ¬Ľ.

Barbiana fu un punto di ri¬≠ferimento per tutti i ribelli fe¬≠deli alla verit√† cristiana. Un penoso processo intentato al priore per una sua difesa pub¬≠blica degli obiettori di co¬≠scienza suscit√≤ nuovi clamori ed equivoci. La stessa Chiesa diffidava di questo suo figlio eroicamente ostinato a crede¬≠re in lei. Dopo una prima as¬≠soluzione, la corte d’appello irrog√≤ una condanna. Ma don Milani era morto da due an¬≠ni, nel ’66, logorato da una lunghissima malattia, che egli aveva affrontato (ancora il Devoto, non si potrebbe dire meglio) ¬ę da signore di razza, non per sangue ma per carat¬≠tere ¬Ľ.

Un gruppo di Lettere √® ora pubblicato, a cura di Miche¬≠le Gesualdi, dai ¬ę ragazzi di Barbiana ¬Ľ (Mondadori, pagg. 334, lire 1000). Il volume √® filologicamente approssimati¬≠vo: del migliaio di lettere si¬≠nora raccolte, ne sono pub¬≠blicate 127, senza indicazione dei criteri di scelta; in molte pagine sono segnalati tagli ope¬≠rati per ragioni non rivelate. Ci√≤ non toglie che esso risulti eccezionale, uno dei libri pi√Ļ forti, in assoluto, della reli¬≠giosit√† contemporanea. Mi li¬≠miter√≤ a un solo tema: se e in che misura don Milani, pre¬≠te rivoluzionario nei confronti della scuola, del ¬ęsistema¬Ľ e della Chiesa, appartenga alla Contestazione.

E anticiper√≤ la mia risposta: come cadde in equivoco chi, nella Chiesa, volle ridurlo al silenzio, cos√¨ sarebbe in¬≠giusto verso di lui chi inten¬≠desse strumentalizzarlo politi¬≠camente. Non c’√® dubbio che, secondo la nostra terminolo¬≠gia, egli deve considerarsi ¬ę a sinistra ¬Ľ (i suoi migliori al¬≠lievi si avviarono al sindaca¬≠lismo); ma di fronte alla sua rocciosa volont√† di bene √® la nostra terminologia a rivelar¬≠si inadempiente.

*

Non in lui c’√® traccia di eresia, di modernismo, di ten¬≠tazioni scismatiche, di dubbio dottrinario. Era un contesta¬≠tore pastorale, socratico, un contestatore positivo. Pi√Ļ vi¬≠cino alla famiglia dei don Ze¬≠no, dei P√©guy (nettamente p√©guyano √® il disagio per ogni egualitarismo e universalismo, e il legame carnale, inestirpa¬≠bile, con la comunit√† e la ter¬≠ra dove Dio lo ha destinato: ¬ę Amo i miei parrocchiani pi√Ļ che la Chiesa ¬Ľ), o addirittura alla famiglia dei Giuliotti, che a quella dei don Mazzi e de¬≠gli olandesi; pi√Ļ vicino cio√® ai cattolici eroici, profetici che ai riformisti.

Predicava ai suoi poveri che ¬ę l’obbedienza non √® una vir¬≠t√Ļ ¬Ľ, ma per s√© riserbava una obbedienza totale, non cieca ma ¬ę muta ¬Ľ, ¬ę da cane fede¬≠le ¬Ľ. Malcompreso e umiliato dalla Gerarchia, con una sor¬≠tita disperata e sublime ne at¬≠tribuiva la responsabilit√† a co¬≠loro che non avevano a suffi¬≠cienza ¬ę informato ¬Ľ il suo ve¬≠scovo; in ci√≤ intuendo per em¬≠blema nella crisi della Chiesa, al di l√† della decrepitezza dell‚Äôaggiornamento culturale, una colpa di connivenza, di non libert√† rispetto alla cultura cor¬≠rente.

Nel campo morale era il con¬≠trario di un ¬ę facilista ¬Ľ d’og¬≠gid√¨; austero, severo, puritano; non sopportava nulla, n√© giuo¬≠chi n√© canzoni n√© sigarette. Aveva un senso religioso del tempo, e non ne ammetteva lo spreco; odiava la ¬ę ricreazio¬≠ne ¬Ľ come ogni lusinga non vi¬≠rile che incrinasse l’impegno, e non stette molto a buttare fuori dalla porta della parroc¬≠chia anche l’innocente ping-pong. Nessuna concessione nel campo sessuale; come un pa¬≠dre all’antica, non tollerava questo tipo di ¬ę conoscenza ¬Ľ.

Ci sono espressioni di gen¬≠tilezza toccante per una ragaz¬≠zina andata a Londra a stu¬≠diare la lingua: ¬ę Se c’√® gio¬≠vanotti che ti riaccompagna¬≠no a casa (dalla scuola) non ci andare ¬Ľ; la far√† tornare in aereo ¬ę per non farla stare due giorni strasciconi nei treni da sola ¬Ľ.

Dottrinalmente, come a un parroco qualunque, gli basta¬≠vano i dieci comandamenti e il catechismo diocesano da 75 lire. E ai ragazzi in viaggio non mancava di raccomanda¬≠re ¬ę messa confessione comu¬≠nione ¬Ľ.

Anche sul piano politico, la sua indipendenza era integra. Il libro si apre con una stu¬≠penda lettera al comunista Pi¬≠petta: il voto del 18 aprile, gli dice, ha sconfitto insieme con i torti anche le ragioni dei co¬≠munisti (¬ę tra te e i ricchi sarai sempre te povero ad aver ragione ¬Ľ); ma ¬ę quando non avrai pi√Ļ fame n√© sete, ricor¬≠datene Pipetta, quel giorno ti tradir√≤ ¬Ľ, perch√© compito ul¬≠timo del prete √® dare l’¬ę al¬≠tro ¬Ľ Pane. Nella lettera, ai giudici del tribunale individua sottilmente la posizione cristia¬≠na continuamente rinnovatrice ¬ę tra il passato e il futuro ¬Ľ: difesa della legalit√† in quanto la legge √® ¬ę la forza del debo¬≠le ¬Ľ, lotta per mutare la legge in quanto essa √® ¬ę sopruso del forte ¬Ľ.

Era infine del tutto estraneo alla teologia negativa, al cat¬≠tolicesimo ¬ę secolarizzato ¬Ľ: la sua fede rimase ferma ad ogni prova, il suo linguaggio era fondato su valori e simboli semplici e tradizionali, e Dio √® ben vivo nella sua parola. ¬ę Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco perch√© gli voglio bene ¬Ľ. Questo prete ¬ę sovversivo ¬Ľ credeva che i giovani da lui educati alla li¬≠bert√† sarebbero tornati un giorno o l’altro alla Chiesa, ¬ę l√† dove (dir√† con parola vetero-liturgica) si assolvono i peccati ¬Ľ. ¬ę E’ inutile che tu ti bachi il cervello alla ricer¬≠ca di Dio o non Dio. Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche diecine di creature, troverai Dio come premio ¬Ľ. Raramente la carit√† ha tratto dalla fede e dalla speranza parole pi√Ļ sofferte e pi√Ļ alte.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart