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LETTERATURA: I MAESTRI: Il segno

18 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 12 maggio 1970]

Erano pochi giorni dopo la Pasqua. Quella mattina Simone, servo del pontefice Caifa, saliva di buon’ora a Getsema¬≠ni con un barile vuoto sulle spalle, che doveva portare al frantoio. Era quasi arrivato quando, in mezzo all’orto, lo prese una grande stanchezza.

Dalla notte che avevano portato in casa del suo padro¬≠ne Ges√Ļ di Nazareth, non si sentiva pi√Ļ lui. Simone non era davvero un uomo facino¬≠roso. Ma quella notte, in quel tumulto atroce, dapprima per non parere da meno degli al¬≠tri agli occhi del principale e dei suoi ministri, poi traspor¬≠tato dalla furia che sempre si propaga nel ribollir di una turba briaca di violenza, e l’uno imbestia l’altro, quasi senza accorgersene s’era tro¬≠vato tra quelli che infierirono contro Ges√Ļ. Il giorno dopo, verso l’ora nona, era stato in un luogo detto Calvario dove lo avevano crocif√¨sso, appena a tempo per vederlo morire; aveva assistito ai prodigi che accompagnarono la sua mor¬≠te, udito con le sue orecchie le parole del centurione romano, il quale non era certo una femminuccia: ¬ę Veramen¬≠te questo era figlio di Dio ¬Ľ.

E ora in citt√† circolavano strane voci. Si diceva che il sepolcro dove lo avevano riposto fosse stato trovato vuo¬≠to: i pi√Ļ credevano il suo cor¬≠po essere stato trafugato dai discepoli, non si sapeva co¬≠me, senza che i soldati di guar¬≠dia se ne avvedessero; altri invece affermavano, adducendone prove e testimonianze, Cristo essere risorto dai morti.

Simone scosse il capo tre o quattro volte, come per scrollarne questi pensieri: fe¬≠ce qualche altro passo, a fa¬≠tica: le gambe non lo porta¬≠vano. Scherzi della primavera, pens√≤. A un tratto, sent√¨ die¬≠tro a s√© una voce che lo chia¬≠mava: ‚ÄĒ Simone, Simone ‚ÄĒ. Sobbalz√≤ impaurito, perch√© entrando nell’orto s’era guar¬≠dato intorno e non aveva vi¬≠sto nessuno: il barile gli sfug¬≠g√¨, cadde sul sodo della viot¬≠tola risonando come un tam¬≠buro, rotol√≤ qualche poco per il pendio.

Accanto a lui era un uomo vestito di bianco; sulla sua ve¬≠ste e sul suo volto, quasi tra¬≠sparente, il sole mattutino pa¬≠reva splendere pi√Ļ che sopra ogni altra cosa all’intorno. Ri¬≠pet√®: ‚ÄĒ Simone ‚ÄĒ; n√© Simo¬≠ne mai aveva udito una voce cos√¨ dolce, simile a una mu¬≠sica che venisse di lontano. Balbett√≤: ‚ÄĒ Signore, come fai a conoscere il mio nome se, se io non ti conosco?

Mi conosci, invece: e io ti conobbi quella notte, in ca¬≠sa del tuo padrone. Ero ben¬≠dato e mi schiaffeggiavano, di¬≠cendo: ¬ę Profetizza, indovina chi t’ha battuto ¬Ľ. Tu, fosti il terzo a percuotermi.

Rispose Simone: ‚ÄĒ In che modo potesti vedermi, avendo gli occhi bendati?

Nel modo in cui posso conoscere il tuo nome senza averti mai conosciuto, se non quando mi battesti, da sotto le bende che mi coprivano.

Simone fu preso da un tre¬≠mito in tutte le membra; le ginocchia gli si piegarono e cadde con la faccia a terra: ‚ÄĒ Signore, abbi piet√† di me! Signore, perdonami.

– Simone, Simone, per que¬≠sto il Figlio di Dio s’√® fatto figlio dell’uomo; per questo s’√® lasciato battere da te; per que¬≠sto s’√® fatto schernire, sputac¬≠chiare, straziare e uccidere da chi, come te, non sapeva quel che faceva; per questo √® risuscitato: per perdonare, non condannare; non per punire, ma per salvare.

– Salvami dunque, Signore; insegnami, che ne ho pi√Ļ bisogno degli altri, cosa l’uo¬≠mo pu√≤ fare per trovare la pace.

– Credere. Ma non gi√† co¬≠me te, che hai creduto perch√© ti ho detto: ¬ę Fosti il terzo a percuotermi ¬Ľ; e ormai gi√† discredi. Quando risposi al tuo padrone, che mi aveva doman¬≠dato se ero figlio di Dio, ¬ęL’hai detto¬Ľ, tu non credesti: crede¬≠sti, tanta √® l’umana miseria, quando ti chiamai per nome: poi, tornasti subito a dubita¬≠re. E ora che mi vedi risusci¬≠tato dopo avermi veduto mo¬≠rire, ora che odi la mia voce, non credi alla mia risurrezio¬≠ne: addirittura non credi nep¬≠pure ai tuoi orecchi, neppure ai tuoi occhi.

– Signore, ora m’accorgo veramente che tutto conosci. E proprio perch√© conosci quel¬≠lo che mi bisogna, fa’, te ne supplico, un segno: mostrami che i miei occhi non vedono uno spirito o una visione im¬≠maginaria, ma che sei qui in carne e ossa; che io non va¬≠neggio, ma sono in me; che non dormo n√© sogno, ma sono desto.

– Segni, segni; non sapete chiedere altro. Veduto un mi¬≠racolo, chiedete altri segni e prodigi per credere nel mira¬≠colo. In verit√†, in verit√† ti di¬≠co: ¬ę Beati coloro che non ve¬≠dranno miracoli e crederan¬≠no ¬Ľ. Ma tu no, chiedi segni: ecco i segni. Mostr√≤ le piaghe delle mani dalla parte del dorso, mise l’indice della destra nella piaga della sinistra, poi l‚Äôindice della sinistra nella piaga della destra; infine lev√≤ le braccia mostrando le palme. Attraverso i fori dei chiodi, a Simone, trasognato com’era, parve di veder trapassare i raggi del sole. Poi gli sovven¬≠ne che il sole era invece die¬≠tro le sue spalle, in faccia al Risorto, che tutto ne risplen¬≠deva. Cadde di nuovo col viso a terra. Perse la conoscenza.

*

Quando si riebbe, Simone sent√¨ per prima cosa l’odore dell’erba dove giaceva, il buon odor della terra. Ancora fra¬≠stornato, si lev√≤ un poco, pun¬≠tellandosi con un gomito; se¬≠dette sulla proda della viotto¬≠la. Nell’orto non c’era nessuno, n√© ormai c’era altro che ri¬≠splendesse: vide soltanto i luc¬≠cicori argentei degli ulivi sot¬≠to il sole, nella chiarit√† mattu¬≠tina.

Eppure il Risorto era stato l√¨, lo aveva veduto, gli aveva parlato, ne aveva udito la vo¬≠ce: n’era certo. Volle guarda¬≠re, ma nell’erba i suoi piedi non avevano lasciato nessuna traccia: non si vedeva uno ste¬≠lo piegato, un fiore pesticciato.

Eppure quei piedi li aveva visti coi suoi occhi smuovere, l√¨, quel ciottolo bianco. Ma in lui l’altalena della fede e del dubbio continuava: si sentiva tutto intorpidito e intontito, appunto come chi si desta dal sonno; si ricord√≤ della stan¬≠chezza provata entrando nel¬≠l’orto: forse aveva dormito davvero e il suo non era sta¬≠to che un sogno.

Eppure, no: nel silenzio, gli parve di riudire quella musica lontana: ‚ÄĒ Simone, tu sei sta¬≠to il terzo a percuotermi ‚ÄĒ. Si guard√≤ di nuovo intorno. Ma intorno non c’era proprio nes¬≠suno. Si prostr√≤ ancora sull’er¬≠ba e ancora implor√≤, con una voce dove si mescolavano di¬≠sperazione e speranza: ‚ÄĒ Si¬≠gnore, un segno! ‚ÄĒ Nulla. Si¬≠lenzio grande nell’orto. Ripet√©, angosciato: ‚ÄĒ Signore, un se¬≠gno: abbi piet√† di me ‚ÄĒ. Nulla, nulla: non un alito di ven¬≠to, non un muover di foglia, non un battito d’ala. La natu¬≠ra pareva anch’essa attonita, in quello stupefatto silenzio.

Si rialz√≤ sgomento, mosse qualche passo incerto, fece per riprendere il suo barile; ma dovette far forza, pi√Ļ forza ancora, per sollevarlo un po¬≠co soltanto: come se fosse sta¬≠to pieno. Lo pos√≤, sbalordito, lo batt√© con le nocche, lev√≤ il tappo, mise un dito nel coc¬≠chiume: lo ritir√≤ che ne colava un filo d’oro liquido. Men¬≠tre ne sgocciolavano gocciole sempre pi√Ļ rade, si mise il di¬≠to in bocca: sent√¨ sulla lin¬≠gua il gusto asprigno dell’olio nuovo.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart