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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Selvaggio

13 aprile 2017

di Italo Cremona
[dal “Corriere della Sera”, domenica 4 gennaio 1970]

Nel 1924, a Colle Val d‘Elsa in Toscana, usciva il pri­mo numero del Selvaggio, un giornale di contestazione contro le ipocrisie e gli imbrogli borghesi, che purtroppo identificava la campagna morale e risanatrice con la vio­lenza fascista, e la sanità strapaesana con il naziona­lismo. Tuttavia una forte e acre vena dì ironia, di anti-retorica, di amarezza e autocritica, e un sincero desiderio di quotidiana onestà, agirono come elementi di perturbazione all’interno di quella dichiarata selvaggia fede fascista, e fecero del foglio toscano una pubblica­zione eretica e un centro di libera polemica artistica e di costume. Accanto a Mino Maccari, a Soffici, a Malaparte, a Rosai, a Longanesi, troviamo i nomi di Morandi, di Raimondi, di De Pisis, di Carrà, di Bartolini. E poi i giovani da Bilenchi a Guttuso, da Ricci a Mazzacurati, a Tamburi, a Mucci. Dal paesotto toscano la ventata del becerume moralizzatore aveva investito tutta Italia. Appunto uno dei giovani che, intorno al 1930, collabo­rarono al Selvaggio, Italo Cremona, ci offre una testi­monianza, prendendo spunto dalla Mostra curata da Luigi Cavallo alla Galleria Michaud di Firenze.

Firenze, gennaio.

All’allestimento della mostra si accompagna l’edizione di un nitido ed esauriente Indice del Selvaggio dovuto a Luigi Cavallo che ne ha scritto una prefazione folta di particolari e densa di meditati giudizi per quel complesso fenomeno artistico, letterario e politico, sorto a Colle Val d’Elsa (Siena ) nel 1924 e durato con varie parentesi fino al giugno del 1943 sotto la direzione di Mino Maccari.

La mostra che raduna i documenti grafici e pittorici di questo lungo periodo si insignisce di alcuni dei nomi più autorevoli degli artisti operanti in quegli anni e, con Carrà, Achille Lega, Morandi, De Pisis, Bartolini, Soffici, Rosai, di un folto manipolo di altri più giovani, alcuni dei quali tuttora operanti.

Chi scrive collaborò tardi al Selvaggio, cioè nel periodo torinese, con i suoi coetanei Galvano, Mucci, Righetti, Zeglio; un gruppo di giovani che non erano nati in tempo per fare la guerra e che allora stavano quasi tutti nelle file fasciste come sicuri elementi di disordine.

Il Selvaggio veniva ad offrire un po’ di calore e di ingegno a chi trovava piuttosto stretto l’abito imposto dalla città «cattolica sabauda e fascista» per eccellenza: come allora amava definirsi Torino; e non c’è da stupire se i superstiti partecipi del gruppo ricordano tuttora con affetto quella or­mai lontana esperienza.

Varrebbe ancora la pena di spiegare come l’apporto dei giovani torinesi fosse privo di quegli umori « strapaesani » che, d’altra parte, si erano già assai annacquati dal tempo delle origini e sui quali il primo ad esprimere dubbi ed a sorridere poteva anche essere lo stesso Maccari.

Insomma, leggere oggi a fondo tra le righe del Selvaggio non è impresa facile per chi non abbia l’età e le esperienze appropriate, mentre è possibile e sommamente istruttivo ri­cavare da quelle pagine la certezza di un tono assai elevato di gusto pittorico e tipografico; ed è questo il fine che si è proposto e che ha raggiunto la Galleria Michaud con la mo­stra in questione.

Luigi Cavallo ci avverte della reticenza di Mino Maccari a riaprire certe pagine uscite dai torchi tanto tempo fa. Comprendiamo il suo riserbo; Maccari è stato anche giorna­lista di vaglia e conosce bene quali equivoci possano sorgere da una rilettura del Selvaggio adesso che sappiamo come sono andate a finire tante cose (in verità si crede di sapere, però…) ed è naturale che egli difenda una certa « privacy » personale e di una tendenza a lui congeniale.

Per fortuna nostra Maccari è ben vivo ed operante e, per quanto lo riguarda, l’occasione odierna ha tutt’altro che l’aria di una commemorazione. Per tutti gli altri, nella varietà degli impegni e delle stature, l’insegna del Selvaggio resta delle più onorevoli; e basti pensare, senza ricorrere a troppa malignità, a tutte le cose poco commendevoli (dagli affreschi celebrativi alla caccia ai premi) alle quali «non» ha partecipato la maggior parte degli artisti in questione, per istituire facili paragoni fra comportamenti di uomini nello stesso giro d’anni.

 


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