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LETTERATURA: I MAESTRI: In ricordo di Giorgio Bárberi Squarotti

10 aprile 2017

di Bartolomeo Di Monaco

Era proprio di aprile del 1992 che ricevetti una lettera di Giorgio Bárberi Squarotti nella quale erano espressi elogi al mio romanzo “Mattia e Eleonora – Una storia lucchese”, pubblicato da Maria Pacini Fazzi. Non so come avesse potuto disporre del volume, ma gli elogi mi bastarono. Conoscevo di fama l’illustre studioso e sapere che una mia opera gli era gradita mi riempì di orgoglio. Gli risposi e da quel momento iniziò una corrispondenza che è durata fino a una quindicina di giorni fa. Da qualche mese mi scriveva a macchina, suppongo aiutato da uno dei suoi allievi. Successe che ricevetti una sua lettera e non riconobbi più la sua calligrafia nell’indirizzo che egli vergava sempre in modo personalissimo. Invece di scrivere Al sig., scriveva È per. Quando vidi che la calligrafia non era più la sua immaginai che qualcosa stava accadendo. Mi rivelò che la sua vista lo stava lasciando e per lui era un dolore grandissimo non potersi dedicare a pieno alle sue letture e ai suoi studi. Da quel momento gli scrissi a macchina anch’io, usando il carattere 16, preoccupato di non affaticarlo, e limitandomi all’essenziale. Prima ci scambiavamo le opinioni su questo e quest’altro autore e lui era prodigo di rivelazioni. Credo fosse contento della nostra amicizia. Un giorno venne con sua moglie (anche lei scomparsa qualche anno fa) e pranzammo insieme a casa mia.

Chi ama la letteratura non può non conoscere la vastità della sua produzione. Ad essa hanno attinto fior di studenti e di insegnanti. Gli davo del tu. Un giorno che ci trovammo a tavola insieme, gli altri professori rimasero allibiti dal fatto che gli davo del tu. La sua vita mi ha procurato solo soddisfazioni. Quando con Marcovalerio, il mio editore di Torino, pubblicai diversi volumi di saggi sulla letteratura italiana e straniera, in uno degli ultimi volle che fosse pubblicata la sua testimonianza sul mio lavoro. Una testimonianza che restò e resta un faro a riguardo del mio lavoro. Come potrò continuare a dirgli Grazie?

Nei primi mesi del 2017, sempre il mio editore di Torino, ha pubblicato quello che è quasi certamente il suo ultimo lavoro: “Il Cannocchiale barocco”. È una raccolta di saggi tutti dedicati al periodo barocco. Una miniera per gli studiosi. Ha lavorato fino alla fine. A volte si lamentava della fatica che doveva sopportare per dedicarsi al suo lavoro di studioso, ma non si è mai arreso, e forse ci avrebbe riservato altre sorprese. Ultimamente mi aveva segnalato di avere materiale per la pubblicazione in vari volumi del lavoro di uno scrittore del 1600. Mi scriveva il 17 marzo di quest’anno (la sua ultima lettera a me diretta): “Posso indicarti quello che è il più straordinario romanzo italiano, IL CANE DI DIOGENE, di Fulvio Francesco Frugoni, di quasi 2500 pagine?”.

Avevo subito provveduto a segnalarlo a Marco Civra, direttore della Marcovalerio, il quale non aveva scartato l’ipotesi di affrontare la fatica di una pubblicazione così impegnativa. Giorgio ne avrebbe scritto (così gli richiesi) l’introduzione.

Che riposi in pace a Monforte con la sua sposa tanto amata.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart