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LETTERATURA: I MAESTRI: Intervista a Cesare Garboli: Guerre e tempeste

17 gennaio 2017

(dalla rivista Panta Рsi sono persi i dati della pubblicazione, ahim̬)

Scrittore, traduttore, critico letterario, professore, poligrafo, Cesare Garboli appartiene al mondo editoriale da sempre. E nonostante da molti anni si sia ritirato nella sua Toscana, anche attraverso il premio Viareggio, continua a vigilare sulle patrie lettere [oggi purtroppo è morto n.d.r.]. Il racconto che ci ha consegnato in un pomeriggio d’estate viareggino è di straordinaria generosità: ma vi compare solo una parte della sua lunga, complessa, ricca storia editoriale.

Quando inizia a fare il consulente?

I miei rapporti con il mondo editoriale non cominciano nel ruolo del consulente ma, nel 1951, in quello del redattore in un’importante iniziativa: l'”Enciclopedia dello Spettacolo”. Era costituita da un gruppo di persone che facevano capo ai figli di Silvio D’Amico, Lele, musicologo, e Sandro, esperto di teatro e di opera lirica. Ci lavoravano anche Niccolò Gallo, Luigi Squarzina, Filippo Maria Pontani, Chicco Pavolini (con lo pseudonimo di Francesco Savio), Andrea Camilleri che si occupava di cinema. Più tardi si aggiunsero Guido Neri, Angelo Maria Ripellino, Giancarlo Roscioni, Luciana Stegagno Picchio. Io rivedevo le voci sul teatro francese, ma scrivevo anche quelle italiane e “generali”, quali esotismo, farsa, festa, cronache dello spettacolo. E le voci medievali. Insomma, quella fu la mia gavetta editoriale. All’università mi annoiavo, così per qualche anno feci quello, anche se a metà degli anni Cinquanta lasciai perché mi dovetti laureare. Ma poi feci ritorno nel mondo editoriale e vi restai a lungo, per un ventennio, fra il Sessanta e gli anni Ottanta. Un lungo periodo inframmezzato dall’attività di critico sui settimanali, sui quotidiani, e da quella di docente universitario. E così ho perduto la mia vita.

Quale fu il primo editore con il quale lavorò?
Doveva essere Feltrinelli perché da lui fui interpellato nei primissimi anni Sessanta. Mi propose di entrare in casa editrice perché venne a sapere che segnalavo libri a editori, a direttori di riviste, insomma, ero ascoltato. Ma questa storia l’ho già raccontata in Falbalas, a proposito della nascita della mia amicizia con Soldati. Andai invece a lavorare con Pampaloni da Vallecchi dove fui chiamato per fare il consulente, ma soprattutto per varare una nuova collana di giovani narratori. La casa madre era a Firenze, ma esisteva una sede anche a Roma dove io talvolta incontravo Pampaloni, allora consigliere delegato. Dopo mi chiamò Vittorio Sereni per propormi di lavorare alla Mondadori romana. A quei tempi l’amministratore delegato era Alberto Mondadori, Arnoldo era il presidente e Sereni il direttore letterario. Alberto lo avevo conosciuto al Premio Viareggio nel 1963. Eravamo su fronti opposti. Io volevo che vincesse Delfini, come poi accadde, lui, credo per ragioni di scuderia, Piovene. Era una specie di corsaro, uno che sposta molta acqua: generoso, tenebroso, affettivo ma anche, quando voleva, molto allegro e capace di scherzare. Aveva però un insormontabile complesso di padre, una vocazione a farsi del male, quasi suicida, nel senso in cui sono suicidi gli scialacquatori. Quanto a Sereni, era un capo adorabile, molto amabile, però oppresso da tormenti e da rimorsi. Era un uomo di sensibilità femminile, vulnerabile, inquieto, febbrile. Si turbava per un nonnulla. Era costantemente diviso fra Arnoldo e Alberto: più vicino affettivamente al primo, al padre, ma più prossimo culturalmente al figlio. Per lui, la sua attività di direttore letterario era un tormento, di fronte al quale restavo interdetto. Ricordo che ci scherzavo sopra, sdrammatizzando, ma lui era sempre crucciato: temeva che qualcuno potesse mettere in dubbio la sua trasparenza, la sua rispettabilità di dirigente. E io gli dicevo: “Ma piantala Vittorio, tu vivi di questi fantasmi, tu accrediti questi sospetti. Lascia perdere, fregatene! Tu sei un’anima specchiatissima”. Lui con me si divertiva. Ero giovane allora, e molto diverso dai funzionari che aveva intorno.

Con quali editor lavorava?

Con Niccolò Gallo, e a Sereni, quando veniva a Roma, piaceva molto stare con noi.
Era assunto o aveva un contratto di consulenza?
Fu proprio Sereni che a un certo punto mi propose un “inquadramento aziendale”. Ma non avevo orario d’ufficio, questa fu la condizione che posi quando capii che ci tenevano ad avermi. Dunque, Sereni e Alberto Mondadori mi chiesero di varare una collana di nuovi narratori, la stessa cosa che avevo fatto da Vallecchi. Io feci la “Nuova collezione di letteratura”, dove uscirono i primi libri di alcuni scrittori che poi si sono affermati, come Aldo Rosselli, Sergio Ferrero, Carlo Sgorlon.

Vigeva ancora il modello dei “Gettoni” di Vittorini?
No, perché i “Gettoni” di Vittorini trescavano con il neorealismo, e quella storia ormai era passata. Anzi, era una prospettiva letteraria da rigettare. Alberto Mondadori e Sereni avevano il problema di costruire una collana di narratori giovani che tenesse conto delle esigenze che si erano manifestate nei primi anni Sessanta: la necessità di rompere con la tradizione del tipico narratore mondadoriano, come Piovene, Buzzati, Alba De Cespedes, scrittori collaudati i cui romanzi, tuttavia, ormai erano vecchiotti e loro mostravano la corda. Si rivolsero in un primo tempo a Gallo e poi a me. Gallo portò scrittori come Silvio D’Arzo, Anna Banti, Mario Soldati. Ma non bastava. In realtà molti nuovi narratori erano attirati dalle sirene Einaudi e Garzanti. Come Cassola, Bassani, Fenoglio, Pasolini, Parise. Allora pensarono a una collana dirompente che desse spazio a quei quarantenni che non ne potevano più, e sentivano il bisogno di infrangere lo statuto pesante, l’autorità di quei narratori che chiudevano tutti i varchi. Per questo mi chiamarono. Ma, intendiamoci, alla Mondadori regnava l’ambiguità e un certo compromesso.

È comprensibile, anche perché le ragioni di una certa letteratura sperimentale non si sposavano esattamente con le ragioni del mercato…
C’era ancora Arnoldo che della “Nuova collezione di letteratura” se ne fregava. In quel caso, invece, si ritrovavano d’accordo Sereni e Alberto. Ma ricomparivano gli scrupoli di Sereni che si aggiungevano ai tormenti per le scelte dei poeti. Lo era lui stesso. Era una persona molto fragile, era sospettoso, impaurito, timoroso. Ricordo che parlava sempre per perifrasi: “Perché sai, la nota faccenda…”, “Ma quale nota faccenda?”, oppure: “Il Tale, che tu hai ben capito…”, e io: “Ma di chi stai parlando?”.

Ha in mente un dattiloscritto che fu particolarmente discusso?
Questa domanda viene a proposito dei rimuginii di Sereni. Il dattiloscritto che seminò l’angoscia fu Il comunista di Morselli. Ricordo che alla Mondadori c’era una lettrice di straordinaria intelligenza che godeva dell’ammirazione di Giacomo Debenedetti. Lavorava in una piccola stanzetta, in un cunicolo della sede milanese della casa editrice, in via Bianca di Savoia. Stava in una sorta di abitacolo, con una piccola finestrella da dove non veniva luce, con un golfetto grigio, una macchina da scrivere. Il suo rapporto con Sereni era impraticabile. Credo fosse stato inizialmente di grande simpatia, ma si era tramutato in una relazione di puro sadomasochismo! Questa consulente lesse Il comunista di Morselli e ne diede un giudizio assolutamente negativo, molto intelligente, condotto con un nerbo argomentativo di primissimo ordine. Poi il romanzo arrivò anche a me, io lo lessi e ne scrissi un giudizio in cui dichiaravo che capivo benissimo le ragioni addotte dalla prima lettrice, ma che non potevo condividerle. Secondo me bisognava dare del credito, anche se era un romanzo lungo, grigio, piuttosto plumbeo, uniforme, senza nessuna macchina narrativa, attraversato da una tristezza quasi siloniana. Nonostante questo, il romanzo aveva diritto ad apparire. Questa era la mia conclusione. Però dichiaravo anche: “È molto difficile superare il no di questa lettrice, non tanto per la sua drasticità, quanto per l’intelligenza con la quale articola il rifiuto”. Vi fu l’intervento di un terzo lettore, Niccolò Gallo. Cominciò un rosario inesauribile di telefonate e di riflessioni fino alla decisione, travagliatissima, di Sereni. Per il no. Da lì il dibattito continuò, perché la collaboratrice di Sereni esigeva maggiore intransigenza, compromessi minori, rimproverando di fare degli editing che portavano alla pubblicazione scrittori che non erano tali. Il talento o c’era o non c’era. Io cercai di mediare tra questa posizione un po’ troppo drastica e quella più compromissoria. Passammo l’estate del ’66 a discutere di queste cose, mentre io feci l’editing di un romanzo interminabile di Beniamino Ioppolo. S’intitolava La doppia storia, ed era di una lunghezza impressionante. L’enorme marchingegno della casa editrice aveva delle esigenze che purtroppo non erano solo letterarie, ma anche sociali, di mercato… Il ricordo più bello che ho di quella stagione mondadoriana è la mia lunga collaborazione con Eduardo De Filippo per il suo epistolario, che però non vide mai la luce. A un tratto scoppiò il temporale, durante l’estate successiva dovetti tornare improvvisamente dal Vietnam…

Dal Vietnam? Perché vi era andato?

Per una serie di ragioni, non solo di natura politica. Volevo stare lì, capire cosa fosse quella guerra e la vidi, ovunque, dappertutto. Da Nang, la linea, i bombardamenti, i mitragliamenti sui Vietcong, le ore interminabili chiuso nei caribou, con addosso un vestituccio di lino, in mezzo a una truppaglia americana di marines, il Mekong. Quell’estate fu incredibile. Poi, alla fine tornai. Era il primo di settembre, una data che contrassegna l’esplosione del temporale. Come arrivo a casa – allora vivevo in un monolocale a Roma – trovo un cumulo di telegrammi: “Vieni subito. Lascio la Mondadori. Alberto”. L’indomani, Alberto Mondadori, ricordo ancora che si stava sposando suo figlio, durante il ricevimento a Meina, mi chiamò e mi pregò di raggiungerlo subito perché doveva riorganizzare lo staff di coloro che avrebbero collaborato con Il Saggiatore. Disse, testualmente, che voleva fare la guerra alla Mondadori. Era un brutto affare. Gli feci qualche domanda, ma lui mi rispose solo con uno sguardo che diceva: “Non mi tradirai, vero?”. Da quel momento cominciò la conta: chi va al Saggiatore e chi resta in Mondadori.

Aveva litigato con il padre Arnoldo?
Non lo so, non ho mai capito le vere ragioni del divorzio. Di punto in bianco rischiavo di ritrovarmi senza lavoro. Andavo al Saggiatore a fare che cosa? Al Saggiatore c’era ancora Giacomo Debenedetti, ma Alberto lo estromise perché non voleva padri. Non voleva Arnoldo e non voleva Giacomino, sia pur vulnerabile perché vecchio, malato. Ma Arnoldo era più duro del granito. Fatto sta che a Meina, presenti molti mondadoriani, Alberto decide per una riunione che ancora ricordo. Dunque, convocazione al Principe Savoia, alle 9.30 di sera. Era estate, primi di settembre del ’67. I presenti erano: Alberto Mondadori, Vittorio Sereni, Maria Laura Boselli, avvocato della Mondadori, Giampaolo Dossena, curatore delle Grandi Opere per la Mondadori, Salmaggi, della direzione tecnica, Dante Isella, amico di Sereni e consulente, Mario Spagnol, delegato per gli Oscar. Forse c’era anche qualcun altro. Io e Spagnol arriviamo insieme, il tema dell’incontro è: chi lascia la Mondadori e chi va con Alberto. Alberto è convinto che tutti vadano con lui. Entriamo, io e Spagnol, e lui, col mezzo toscano che gli pende dalle labbra, mi guarda e mormora: “Soprattutto, niente pronunciamientos!”
Spagnol aveva già deciso la sua posizione…
Già, comunque, entriamo e cominciamo. Spagnol se la cava brillantemente chiedendo che cosa c’entravano gli Oscar con il Saggiatore. Gli altri stanno in circolo, preoccupati. Poi prende la parola Maria Laura Boselli, che si schiera con Alberto.
Io sono fatalmente associato a lui. Neppure mi si fa parlare, Alberto mi considera un amico, e quindi non si discute. Poi interviene Dossena, come sempre estroso e in vena di stupire. E, in un’atmosfera di grande tensione, proferisce la seguente frase: “Il problema è se lasciare o no la Mondadori, restare o no alla Mondadori. Ebbene, io resto alla Mondadori”. Ricordo ancora la faccia di Alberto! Evidentemente c’erano già stati degli accordi e non gli tornavano i conti. Dossena fece una pausa, poi continuò: “Restare alla Mondadori vuol dire stare con Alberto Mondadori”. Sollievo di Alberto. Ora toccava a Sereni, così turbato e imbarazzato che non riusciva a parlare. Alberto lo incalzava, Sereni tendeva a sottrarsi o cercava di mediare. Litigarono. C’era qualcosa di femminile in quel litigio. “Ma smettila – sbottò a un certo punto Vittorio – io per anni ho fatto da cuscinetto fra te e tuo padre”. Volò questa frase, un po’ pesante. Ma il senso dell’intervento di Sereni era che non si poteva pretendere da lui che dimenticasse l’affetto per Arnoldo. Questo era il punto: Sereni non se la sentiva proprio di fare un torto al vecchio Mondadori. L’imprenditore col pelo sullo stomaco e il poeta dall’anima sensibile erano molto più vicini l’uno all’altro di quanto si potesse pensare.

Che storia bella e terribile! E come finì? Magari gli addetti ai lavori lo sanno, ma i lettori…
Continuarono a litigare, non se ne veniva a capo. Io ero amico di entrambi e da buon Sagittario, quindi un po’ ingenuo, provai a dire: “Ma per favore, non fate così, non è il caso di litigare!”. Mi si rivoltarono contro entrambi come due tigri, mi sbranarono e tutta la loro rabbia, la collera, l’antipatia reciproca si sfogò su di me. Fui sotterrato dagli improperi. Ma loro non risolsero nulla. Il mattino dopo, alle 7, ricevetti una telefonata di Sereni. Era mortificato, avvilito, mi chiese di parlare con Alberto e di dirgli che non se la sentiva di seguirlo. Attacco la cornetta che risuona subito. È Alberto che mi dice: “A questo punto credo che, tutto sommato, sarebbe meglio che Sereni non venisse con noi. Puoi dirglielo tu?”. Vittorio rimase in Mondadori.

E lei andò al Saggiatore…
E fu la mia rovina. Fui spedito da Alberto a New York per contattare le maggiori case editrici americane. Al ritorno gli feci una relazione e gli suggerii, in una rosa di una quarantina di autori, di comprarne sei o sette, fra saggisti e poeti. Narratori, all’epoca, ce n’erano pochi. Lui li comprò tutti e quaranta. Dissennato. Mi arrabbiai, non aveva tenuto conto di nulla e, soprattutto, stava spendendo troppo. Gli dissi entrambe le cose. E lui mi rispose: “Primo: io ho avuto fin troppi padri. Secondo: non farmi i conti in tasca. Ciao”. Da quel momento l’idillio finì. Era durato cinque mesi. Richiamai quella bravissima lettrice con la quale avevo lavorato in Mondadori e inventai una collana dal titolo “Scritture” nella quale furono pubblicati libri molto belli: come le Favole di Gadda, per esempio, le poesie di Amelia Rosselli, o un libro di Elisabeth Smart, Mi sono seduta alla Victoria Station e ho pianto. Intanto al Saggiatore erano arrivati Edmondo Aroldi ed Enrico Filippini, che creò subito due o tre collane nuove. Ma dopo un paio di mesi la casa editrice cominciò a imbarcare acqua. Molto prima di quanto io avessi previsto. E di lì a poco scoppiò un altro temporale.
Ancora? Che altro successe?
Una tempesta, attraverso la quale siamo passati tutti. Il Sessantotto!!! Il Saggiatore crollò esattamente un anno dopo. Fu l’unica casa editrice occupata, erano diventati padroni i sessantottini. Chiunque entrava e usciva, chiunque. Alberto era là seduto sulla sua poltrona, quasi felice del naufragio. Fu una fine ingloriosa e spaventosa. Per me fu avvilente, una mortificazione. Non c’era più niente da fare. Ma nel ’69 ebbi un guizzo. Andai da Alberto e gli dissi: “Mi è venuta un’idea. Tu hai autori straordinari, come la Klein, Margaret Maed, Levi-Strauss, Curtius, Merleau-Ponty, Carnap, Debenedetti, Cecchi e un portafoglio titoli di primissima qualità. Potresti fare una joint-venture con la Etas-Kompass di Carlo Caracciolo. Sarebbe un affare per tutti e due”. Mi disse di procedere. Così io andai da Caracciolo e gli proposi l’accordo. Ci furono due mesi di concertazione, fra casa di Alberto, casa Caracciolo e l’ufficio del Saggiatore. Poi Alberto fece un’azione che, secondo me, bloccò tutto. Andò dal padre a chiedere consiglio. E il padre gli disse, minaccioso: “Tu vuoi fare questo? Ricordati che Caracciolo non vuole il Saggiatore, vuole la Mondadori. Mai, mai, mai. Dovrà prima passare sul mio corpo, se vuole diventare presidente della Mondadori”. Cosa che Caracciolo diventò, quasi vent’anni dopo. Di lì a poco, una sera, uscendo da casa sua, in via San Damiano sui Navigli, Alberto mi disse: “Sai, ho deciso per il no perché, te lo dico con sincerità, ho paura”. “Siamo alle solite”, gli risposi. “Tu sei uno che ha molte intuizioni da grande editore, solo che devi trovare qualcuno che ti freni sul denaro, come tuo padre non è mai riuscito a fare. Forse, con un rapporto paritario, con una persona che non sia tuo padre, forse riesci a vincere questa sindrome”. Non servì a nulla.

Può fare un esempio concreto di azzardo editoriale da parte di Alberto Mondadori?
Il caso limite del suo bisogno e del suo gusto della sfida fu il rapporto con Antonio Pizzuto. Andava spessissimo a trovarlo a Roma e a un certo punto varò un piano editoriale che prevedeva la stampa di tutte le sue opere. Gli aveva versato un ingaggio da calciatore. Ma, insomma, Pizzuto non aveva venduto mai più di tre copie. Ricordo ancora che una volta, a Roma, in una trattoria che oggi non esiste più, Gadda e Bonsanti, discutevano di letteratura. Richiesto di un parere su Pizzuto, Gadda sentenziò: “Pizzuto? A me sembra un po’ uno scrittore rosa…” E continuò a mangiare con gusto, come sua abitudine.

Come si concluse il suo rapporto con Alberto Mondadori?
Con qualche tristezza. Dopo il mancato accordo con Caracciolo, lui mi scrisse una lettera bellissima nella quale mi ringraziava. Poche righe. Era stanco, poverino. A quel punto eravamo nel 1971, l’anno in cui mi presentai a un concorso per la libera docenza, insieme a Fortini. La vinsi e, purtroppo, accettai una cattedra a Macerata, ma nello stesso anno mi fu proposto un incarico dal Politecnico di Zurigo. Di lì a poco, Soldati mi disse che dovevo assolutamente collaborare con lui a una serie di trasmissioni televisive che stava facendo e che lo stavano riempiendo di quattrini. Io mi ritrovai a passare un anno così concepito: tre giorni alla settimana ero a Macerata, due giorni a Zurigo e intanto dovevo andare, come feci, a Tokio, o ad Addis Abeba per incontrare Ailè Selassiè, per esempio, insieme a Soldati. A primavera ero esausto. Ma, come sempre avviene nella vita, all’improvviso successe qualcosa di nuovo che, tac, ne cambiò il corso. Con mia grande sorpresa, mi telefonò e mi scrisse Sergio Polillo, amministratore delegato della Mondadori. Napoletano, di lì a poco diventò mio grande amico. Era la fine del ’72. Mi chiese di incontrarci per recuperare il rapporto con la casa editrice. Mi chiese di tornare a fare il lavoro che facevo prima a Roma. Mi dimisi dall’università e accettai. Ripresi le mie traduzioni da Molière. E la mia prima uscita in casa editrice fu un macroscopico successo. Mi capitò fra le mani un libro in inglese, io lo lessi e pensai che tradotto in italiano poteva diventare un best seller di quelli rari. Però pensai anche che se lo avessi proposto alla Mondadori attraverso i canali ordinari mi sarei ritrovato in mezzo a interminabili discussioni, con molte incognite. Presi coraggio e decisi di seguire un canale privilegiato e rischiosissimo: telefonai direttamente a Polillo. Gli dissi che la prima volta che fosse venuto a Roma gli avrei parlato di un libro. Di lì a poco comparve e io gli proposi di leggere il dattiloscritto inglese che poteva essere tradotto in italiano dalla stessa persona che lo aveva scritto. Se gli fosse piaciuto, avrebbe dovuto preparare un contratto a scatola chiusa, relativo alla traduzione ancora da fare. Accettò, lesse il dattiloscritto e mi telefonò dicendo: “Affare fatto”. Dopo pochi giorni tornò a Roma e firmò con Susanna Agnelli il contratto di Vestivamo alla marinara, che Susanna tradusse dall’inglese all’italiano. Seicentomila copie, subito. Me la fecero pagare carissima.
I funzionari della Mondadori?
Carissima, carissima. Polillo se ne fregò, ma al ricevimento in casa Formenton in onore di Susanna Agnelli per la presentazione del libro, io fui l’unico a non essere invitato. Nello stesso periodo, successe un’altra cosa stupida e insieme inaudita. Io ho ancora un lunghissimo carteggio fra Sereni, Polillo, Formenton, che tratta dell’affare Morante. Elsa, assediata da tutti gli editori italiani, mi disse che avrebbe voluto dare il suo nuovo romanzo alla Mondadori.

Andiamo verso il 1974, quindi si trattava de La Storia…

La Storia. Le ragioni che lei adduceva erano due: Mondadori era il solo editore che avesse degli economici che funzionassero e lei voleva una edizione popolare per il suo romanzo popolare. La seconda era che lei ricordava Alberto Mondadori come un signore generosissimo che le aveva fatto molta simpatia. Non sapeva niente delle faccende del Saggiatore. Scrissi lettere a non finire. Nessuno rispose, nessuno, fra Formenton, Polillo, Sereni, prese il treno per andare a Roma a parlare con la Morante. Alla fine capii una cosa molto semplice: spesso crediamo che le ragioni di certi avvenimenti siano in qualche modo elevate, soggette a essere penetrate culturalmente e razionalmente, studiate e argomentate. No. Le ragioni per cui avvengono le cose sono frescacce. Sono le più stupide.
La verità è che in Mondadori volevano scrittori che costituissero una società solidale e formassero un gruppo. Figurarsi Elsa! Elsa Morante era un individuo solitario che non sarebbe mai appartenuta al sistema editoriale vigente in quella casa editrice. Vuole sapere qual era lo scrittore ideale per la Mondadori? Sono stati due: Piero Chiara e Guido Piovene. Erano perfetti: Guido Piovene, con la sua brava moglie, e Piero Chiara, con le sue storielle, con cui divertiva ora quello ora quell’altro. Loro avevano bisogno di autori solidali, complici se posso usare una parola cattiva, ma soprattutto solidali. Elsa Morante, con il suo carattere imperioso, con la sua solitudine eccentrica, il profilarsi di un altro scontro Roma contro Milano… Tutte frescacce. Persero La Storia, senza aver nemmeno letto il romanzo. E pensare che Livio Garzanti non faceva altro che stazionare in permanenza davanti alla casa di Elsa per averlo. Il resto degli anni Settanta cominciò a essere una sola cosa: il reperimento delle schede per il premio Strega. Era tutto molto noioso. Tanto più che nel ’78 mi trasferii in Toscana, con grande gioia dei miei capi mondadoriani, a eccezione di Polillo, il quale continuò ad ascoltarmi da lontano. Mi accorgo ora di aver dimenticato di parlare di quella che forse è la vertebra della mia attività editoriale. Il rapporto con Einaudi. Un rapporto molto stretto con tutti i collaboratori della casa editrice, da Ponchiroli, a Calvino, a Bollati, ma caratterizzato dal fatto che io non avevo una grande simpatia verso Giulio Einaudi.
Questo lei non l’ha mai nascosto.
Mai. Così come non è mai stato un mistero il fatto che quando il mio rapporto con Einaudi si fece più stretto operativamente e diventai un vero e proprio consulente, cominciai a partecipare alle riunioni del mercoledì, trovando che non c’era stato nulla di più noioso nella mia vita. Così che a un certo punto chiesi di venire esentato. Chiesi che mi fosse risparmiata la noia infernale in cui, oltre tutto, mi si davano i riassunti di libri che preferivo leggere di prima mano, meglio se ancora in dattiloscritto, senza sentire il tale o il talaltro che me li raccontava ogni santo mercoledì da Einaudi.
Ma questa è un’altra storia.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart