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LETTERATURA: I MAESTRI: Isaac Singer. New York come Varsavia

5 marzo 2016

di Claudio Gorlier
[da “La fiera letteraria”, numero 9, giovedì, 29 febbraio 1968]

ISAAC BASHEVIS SINGER
La famiglia Moskat
Longanesi, pagine 865, lire 4000.

« Il Messia arriverà presto », dice al termine della Famiglia Moskat uno dei personaggi chiave del romanzo, e, alla domanda sbalordita dell’interlo­cutore, replica perentoriamente: « La morte è il Messia. Questa è la verità ». La Famiglia Moskat è del 1950; nell’ul­timo, e come al solito imponente, ro­manzo — The Manor — Singer pervie­ne almeno in apparenza a una morale meno tragica e definitiva. Calman Jacoby, l’ebreo polacco che sta al centro del libro e che serve allo scrittore qua­le linea di forza, o quale perno attor­no a cui ruota il ben noto microcosmo dello stetl, il villaggio ebraico mitte­leuropeo, resiste a ogni tentativo di intrusione nel suo mondo economica­mente solido grazie alle fortunate spe­culazioni condotte per decenni e ideo­logicamente compatto perché respinge le infiltrazioni dell’eterodossia o del riformismo: egli si rifugia con sere­nità nei « tesori della Torah » senten­dosi protetto, poiché Dio (con queste parole si chiude il libro) veglia su di lui.

Il contrasto mi sembra soltanto ap­parente, e anche se negli ultimi anni Isaac Bashevis Singer ha probabil­mente perduto una parte considerevo­le della tensione drammatica e dello scatto espressivo caratteristici delle sue opere precedenti, divenendo peri­colosamente prolifico e per conseguen­za piuttosto corrivo, l’alternativa, non conciliabile o addirittura tragica come nella Famiglia Moskat, rimane più o meno intatta.

I libri di Singer riflettono un doppio paradosso, suo e dei suoi personaggi così remoti nel tempo e nello spazio dall’America in cui lo scrittore vive rifiutandone la lingua e molto spesso anche il paesaggio geografico e umano per scrivere in un idioma condannato a morire, se non già morto e da lui evocato. Per me che non leggo lo jiddish e sono portato a scorgerlo nella sua reincarnazione « American-English » degli scrittori ebrei americani, o per lo meno nell’impasto di certi suoi frammenti nel corpo di una lin­gua flessibile e accogliente ma comun­que straniera, lo sforzo di Singer con­ta ovviamente in quanto elemento atti­vante e termine di paragone.

Senza l’eredità jiddish assunta non archeologicamente, ma ancora in pie­no movimento, non esisterebbe oggi nella narrativa americana il cosiddet­to « rinascimento ebraico », o forse, se è consentito il bon mot, non esistereb­be neppure la narrativa americana (basta pensare ai sottoprodotti ripeti­tivi che il tradizionale filone anglosas­sone continua a sfornare con irritante monotonia). Ma sino a che punto il fu­nambolismo di Singer si regga, e la sua pagina non cominci ad assumere l’inquietante e dubbio sentore delle cose rimaste troppo a lungo in un ar­madio, francamente non saprei dire. Certo, The Manor comincia proprio a insospettirmi.

Il paradosso personale di Singer si identifica nella sua parte di rievocato­re di un passato ormai cancellato, di colui che scrive di un mondo scompar­so, come ha osservato Irving Howe, e che lo fa senza alcun abbandono al pa­tetico, senza il compiacimento della ricostruzione, ma come se le storie che deve raccontare fossero radicate con tutta la loro urgenza nel presente. Tutto questo, scrive ancora Howe, fa pensare a una sorta di ispirata follia, ma anche a un deliberato e meditatis­simo gioco. Singer sarebbe, in altri ter­mini, uno splendido burattinaio, un virtuoso che mette in movimento il suo congegno ben sapendo quale tipo di reazioni produrrà, e in che momen­to.

Il secondo paradosso, ossia l’altro paradosso, quello dei personaggi di Singer, rimanda curiosamente, è stato fatto notare più di una volta, a situa­zioni non nuove nella narrativa di lin­gua inglese, a Jane Austen o a Henry James. Difatti, Singer si pone dinnan­zi a una società o a un gruppo sociale in apparenza omogeneo, stratificato, che consente una messa a fuoco preci­sa e delimitata, ma che scrutato nel suo intimo si rivela in preda a uno sfaldamento graduale. Quando, nella Famiglia Moskat, l’esercito nazista giunge in Polonia e il mondo dello stetl viene spezzato via, tanto che i contrasti interni, le dispute ideologi­che, i ripicchi, appaiono ai nostri oc­chi come ridicoli e sterili bizantinismi; quando, in sostanza, i tempi sono ma­turi per la catastrofe, il lettore ricava l’impressione che essa sia il risultato di una scelta indiretta, e che per il finale olocausto i personaggi di Singer abbiano una involontaria quanto fata­le vocazione. Del resto, proprio il per­sonaggio più irregolare e a suo modo libero, il più svincolato dalle leggi del­la tribù, Asa Heschel, il quale sceglie di rimanere per seguire la sorte del suo popolo, è, sul piano pratico, quello che ha mostrato sempre una vocazio­ne al fallimento, alla sconfitta, che nel­la sua disponibilità ha rifiutato sem­pre un approdo sicuro o un ancorag­gio stabile. Asa ritorna così al codice di comportamento del suo gruppo sol­tanto per condividerne il sacrificio, e per essere distrutto insieme a esse: a lui, appunto, Hertz Yanovar spiega che il Messia è la morte.

Nel Manor, – seppure in forma piĂą paradigmatica, il contrasto tra il codi­ce del gruppo e la sua violazione, tra l’ortodossia consolatrice di Calman Jacoby e l’inquietudine quasi blasfema del figlio Sasha, esaspera un’antino­mia devastatrice: « Il meglio per un ebreo è di stare tra ebrei », dichiara ri­solutamente Calman, e se il figlio gli rammenta il peso che i suoi devono portare per espiare la colpa, mentre i gentili ne sembrano immuni, insiste: « Gli ebrei sono figli di Dio, e con il figlio un padre è severo ». « Qualcuno dice che Dio non esiste », ribatte Sa­sha. Nella Famiglia Moskat il vecchio Meshulam prefigura l’atteggiamento di Calman quando ammonisce Adele, la figliastra che ha ambizioni intellet­tuali e che non nasconde il suo di­sprezzo per la cultura ebraica tradizio­nale (Adele gli ha spiegato che sta leggendo Swedenborg, « idiozie », per Meshulam, il quale in realtĂ  non ne sa nulla): « Una vita semplice, te lo ripe­to, è la cosa migliore. Mai porsi do­mande, niente filosofia, niente arrovel­larsi il cervello. In Germania c’era un filosofo che filosofò talmente che si mise a brucar l’erba ».

La saggezza di Calman e di Meshu­lam si accompagna — particolare di importanza non trascurabile — alla fortuna pratica; in loro l’adesione alla dottrina tradizionale, la diffidenza per qualsiasi forma di deviazione, a cominciare persino dal chassidismo, con­ta in quanto verifica del successo, rivelando un singolare parallelismo con il puritanesimo americano, vale a dire della seconda patria di Singer. Ma — e qui sta uno dei punti nodali dell’uni­verso di Singer — il codice di compor­tamento non significa soltanto la pra­tica di una serie di convenzioni sociali trasmesse da generazione a generazio­ne, e che proteggono lo stetl da ogni forma di inquinamento, garantendogli una sua particolare e privilegiata per­manenza.

Esso riflette una visione se non so­prannaturale almeno surreale, in cui un realismo soltanto apparente, sul quale si è appuntata l’attenzione di qualche critico troppo sbrigativo, sconfina di continuo nella magìa o nel diabolismo. Se ne trova la verifica nei racconti, giacchi Singer convince in genere assai più nella misura della narrazione breve, ma lo confermano anche i romanzi. La conoscenza delle verità supreme non si ottiene né si persegue infatti con il soccorso di dot­trine razionalistiche, gli eretici di Sin­ger attingono al chassidismo, a Swedenborg, o più spesso a Spinoza, il filo­sofo più caro allo scrittore. Il loro scacco assume in sé un valore esem­plare almeno nel senso che essi, come rifiutano la consolazione dei beni ter­reni, non si accontentano mai di una verità assoluta o incapace di offrire il fianco alla contestazione. La vita ses­suale riflette questa insoddisfazione peraltro positiva e necessaria; l’atto sessuale diviene ovviamente conoscen­za, e non stupisce affatto che lo Asa della famiglia Moskat si abbandoni ad amori adulteri.

Egli si ribella in tal modo alle impo­sizioni del codice di gruppo che impo­ne matrimoni combinati in spregio dei sentimenti e della libertà individuale, ma soprattutto deve soddisfare una torbida inclinazione per una vita ses­suale abnorme che si definisce comple­mentarmente alla sua ansia di cono­scenza essa pure al di fuori degli sche­mi precostituiti. In questo senso, ben chiara appare la differenza tra l’adul­tero Asa nella Famiglia Moskat e il li­bertino, pervertito conte Jampolski nel Manor. Per il nobile polacco la dis­sipazione costituisce un marchio di impotenza intellettuale, oltre che di pervertimento fisico.

La famiglia Moskat, oltre che il ro­manzo più riuscito di Singer, rimane anche il tentativo più ambizioso di se­guire la storia interna dell’ebraismo polacco dal momento apparente della sua maggiore affermazione, agli inizi del secolo, sino alla sua distruzione, nel corso della seconda guerra mon­diale. Vi compare pure, sia pure indi­rettamente, l’America lontana, attra­verso la « estraniata » giovane Lottie, che tornata in patria a incontrare il vecchio padre misura la distanza aper­tasi irrimediabilmente tra di loro. I vecchi ebrei polacchi sono, per una tragica ironia, maturi per il massacro, i tradizionalisti come Meshulam, gli irregolari come Asa, gli inquieti come Abram, a mezza strada tra la dottrina dei padri e il ripensamento.

Nel Manor lo scrittore compie appa­rentemente un passo indietro, sia sul piano delle idee, sia sul piano delle strutture narrative, proponendo in ef­fetti un’area piĂą ristretta nella quale la tragedia della Famiglia Moskat resta latente, quasi in incubazione. Pure, al­cuni interrogativi posti nel Manor ar­ricchiscono la visione d’insieme, e sve­lano le pieghe di uno sgretolamento inarrestabile, di una serie di scelte ne­gative compiute o da compiere. Forse in Aaron meglio che in altri personag­gi de’ romanzo affiorano le ragioni tor­mentose di un conflitto; Aaron che dapprima si avvicina alla causa della rivoluzione, legge e diffonde i libri di (illeggibile), di Belinski, di Pisarev, di Herzen, ma poi diviene sionista e propaganda l’emigrazione in Palestina, ti­moroso che « la macchina rivoluziona­ria lubrificata con il sangue de­gli ebrei », ai quali nessuno intende guardare in faccia. O nello studente Alenikov, che dopo un pogrom a Kiev grida: « Ci pentiamo ai aver ten­tato di essere russi. Abbiamo commes­so un errore tragico. Siamo ancora ebrei! ».

A costo di contraddire molti critici e qualche rispettabilissimo addetto ai la­vori, fin qui Singer mi sembra un in­gegnoso, onesto, serio epigono. Non intendo mettere in dubbio la genui­nità del suo mestiere e la sua coeren­za di discendente della grande tradi­zione culturale ebraica della Mitteleuropa, nella quale Giuliano Baioni ha mostrato quale posto in senso stretto occupi Kafka. Il sentore di armadio di cui parlavo prima si sprigiona poten­temente dal Manor e non è assente neppure nella Famiglia Moskat. Sin­ger padroneggia con indubbia abilità le nervature del suo mondo sprofonda­to nel nulla, eppure non riesco a sot­trarmi alla sensazione che egli scavi di continuo in una lava che ha sepolto per l’eternità una Pompei ove, andan­do nel profondo, persone, cose, am­bienti, si possono riportare in luce sen­za che abbiano perduto il gesto o lo spazio impalpabile del momento che precedette la morte. Quel che manca, in tutto ciò, è la dimensione cinetica, il respiro, magari lo smaniare del dibbuk, il ricupero del mistero e della magia. Le figure se ne stanno immobi­li, fissate in un movimento ormai ste­reotipo e bloccato, come nell’urna greca di Keats.

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Bart