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LETTERATURA: I MAESTRI: La colpa della tradizione

27 giugno 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 7 febbraio 1969]

Tracciando un consuntivo del ’68, un propagandista ci¬≠nese si √® compiaciuto che in Italia ¬ę migliaia di universita¬≠ri, liceali e allievi delle scuole elementari siano scesi nelle strade a ingaggiare eroiche lotte contro la polizia ¬Ľ. La verit√† non √® cos√¨ truculenta, almeno per quanto riguarda la rivolta dei bambini; ma chi non sa che l’Italia dei gio¬≠vani √® mutata, anche se qual¬≠che riserva sull’¬ę eroismo ¬Ľ sembri necessaria? Rimangono immagini di ieri che paiono lontanissime, in noi.

Questa, per esempio. Un giorno, celebrandosi non ricor¬≠do quale centenario o cin¬≠quantenario, sorsero tribunette di legno in piazza San Marco, dall’alto delle quali duemila ragazzi delle scuole di Vene¬≠zia cantarono gli inni patriot¬≠tici del secolo passato. Non assistetti alla cerimonia ma la immaginai, guardando le tri¬≠bunette vuote nel sole. Mi fu facile, in un certo modo, com¬≠muovermi. Tutti sappiamo commuoverci (oggi pi√Ļ di ieri, forse) se pensiamo al Risor¬≠gimento tradito.

*

Quella stessa sera si svolse una manifestazione teatrale: fu eseguito con molta dignit√† El pare de Venezia, specie di bozzetto in tre atti dedicato a Daniele Manin. Un confe¬≠renziere, la cui voce era inau¬≠dibile dalla maggior parte del pubblico, glorific√≤ Manin o comunque parl√≤ di Manin per un lasso di tempo eccessivo. Esula da me ogni tentativo di giudicare la conferenza in s√©, dal momento che non po¬≠tei coglierne una sillaba; riten¬≠go per√≤ che negli spettatori l’antipatia per le conferenze in genere ‚ÄĒ questo cemento che unisce gli uomini ‚ÄĒ ri¬≠sultasse rafforzata. A un certo punto parve lecito pensare che il conferenziere avrebbe anche potuto non fermarsi pi√Ļ: non leggeva (bisogna diffidare dei conferenzieri che non leggono: sono i meno stringati) e il tono della sua voce lasciava temere, al venticin¬≠quesimo minuto, che la trat¬≠tazione del curriculum di Da¬≠niele Manin si trovasse ancora al preambolo.

Invece il conferenziere croll√≤, e ci fu propinato il boz¬≠zetto. El pare de Venezia √® un’opera del vicentino Rossato, difensore del teatro dia¬≠lettale e per questo motivo, cosa che ai pi√Ļ giovani parr√† a stento credibile, perseguitato dai fascisti. Esistono comme¬≠die di Rossato che molti co¬≠noscono per sentito dire, quali Nina non far la stupida e La biondina in gondoleta il cui valore le rende forse preferi¬≠bili al Pare de Venezia. Non assumo che El pare de Vene¬≠zia sia privo di meriti; il fat¬≠to √® che gli elementi ¬ę epici ¬Ľ e gli elementi ¬ę umani ¬Ľ non riescono a fondervisi se non (talora) sul piano di un umo¬≠rismo probabilmente involon¬≠tario. C’√® una scena del primo atto in cui Manin, uscito di fresco dal carcere e conside¬≠rato a buon diritto dai patriotti una guida spirituale, cerca di convincere un giova¬≠notto dagli istinti belluini che l’uccisione del colonnello au¬≠striaco Marinovich, progettata per l’indomani, sarebbe un bieco delitto. Il giovane ascol¬≠ta in silenzio, dopodich√© ri¬≠volge al padre della citt√† un discorso di questo tipo: ¬ę In seguito alle vostre parole, si¬≠gnor avvocato, domani il co¬≠lonnello Marinovich non mor¬≠r√†. Egli morr√† oggi ¬Ľ. Riten¬≠go che una situazione di tal genere giustifichi la perples¬≠sit√† della critica e rispecchi le incertezze dell’autore.

Nonostante tutto ci√≤, finii con l’accedere alle previste emozioni risorgimentali. Dir√≤ che gli attori di Baseggio recitavano con bravura e con impeto; nessuno ignora che il dialetto veneto pu√≤ acquistare sulla scena una solenne roton¬≠dit√† spagnolesca. Debbo ag¬≠giungere che il teatro era la Fenice, bellissimo. I palchi erano adorni di mazzi di ga¬≠rofani, legati da nastrini tri¬≠colori. Parole come Libert√† e Sacrificio echeggiavano. Uffi¬≠ciali della Marina, dell’Eser¬≠cito e dei Carabinieri, in alta uniforme, si ergevano inorgo¬≠gliti. Nude spalle femminili splendevano. Gli scettici si an¬≠darono persuadendo che, tut¬≠to sommato, l’epopea dell’in¬≠surrezione veneziana sarebbe stata messa in ridicolo, po¬≠niamo, da Gabriele d’Annun¬≠zio (se D’Annunzio si fosse lasciato andare a scrivere si¬≠mili cose) pi√Ļ di quanto la ridicolizzasse l’artigianale Ros¬≠sato. E in fondo non si poteva neanche affermare che Rossato ridicolizzasse l’insur¬≠rezione: il suo bozzetto, non privo di garbo, era povero di retorica, e non dispiacque a nessuno quel Risorgimento in pantofole.

Al terzo atto fu recitata la notissima, malinconica filastrocca che comincia ¬ę E’ fosco l‚Äôaere ‚ÄĒ il cielo √® muto ¬Ľ.

Ci furono applausi; i mazzi di garofani vennero lanciati sul palcoscenico. Un burlone che aveva progettato di spor¬≠gersi dal palco e gridare ¬ę Vi¬≠va Verdi ¬Ľ (a parodia degli anni mitici) non ebbe cuore di farlo.

Ma che cos’√®, alla fine, il ¬≠fascino del teatro? Da spetta¬≠tore facile allo scoraggiamento seppure alieno dalla contesta¬≠zione pubblica, temo di aver provato di rado quel fascino; in nessun modo saprei defi¬≠nirlo.

Uno spettacolo che mi col¬≠p√¨ (forse come nessun altro) fu il Tito Andronico con Laurence Olivier e Vivien Leigh, anch’esso alla Fenice. Notai questo: che la platea, formata in buona parte di snob e di¬≠sposta volenterosamente ad annoiarsi, non ebbe bisogno di annoiarsi. La lingua di Shakespeare era incomprensibile, ma una sorta di furia musicale, dalla prima battuta tenne tutti avvinti.

Fu davvero un grande gioco. Penso che la mediocrit√† del testo fornisse lecitamente agli attori spavalderia: un testo pi√Ļ alto, propizio alla rivelazione solitaria, sdegnoso del compromesso scenico, non avrebbe consentito altrettanto. Molti fra gli spettatori della Fenice ebbero, credo, la sensazione di comprendere per la prima volta ci√≤ che significa classicit√† del teatro: una mi¬≠stificazione rigorosa, l’assenza delle passioni vere, la purez¬≠za e la crudelt√† di una fiaba, la gioia di mentire. Sia lode al regista Peter Brook se riu¬≠sc√¨, come sembra probabile, a travolgere in taluni spetta¬≠tori la fiducia nel realismo. C’erano in sala parecchi at¬≠tori e registi italiani; applau¬≠dirono, naturalmente. Non sa¬≠rebbe giusto, tuttavia, dubi¬≠tare del loro acume al punto di non pensare che non fos¬≠sero, in ultima analisi, consi¬≠derevolmente depressi.

In un certo senso gli uomi­ni del nostro teatro ebbero la rivincita subito dopo lo spettacolo, quando venne of­ferto nelle Sale Apollinee del­la Fenice un ricevimento in onore degli ospiti.

*

Fra gli ospiti scesi dal pal¬≠coscenico, parve che il solo Laurence Olivier conservasse prestigio: era in smoking, co¬≠me gli italiani, e il suo volto familiare serbava un riflesso della gloria filmica. Vivien Leigh, senza dubbio, era soa¬≠ve nell’abito bianco; ma come gli anni, appesantendole le palpebre e disseccandole il collo, traevano vendetta del genio! Nessun’altra donna del¬≠la compagnia era bella; si ri¬≠conobbe che la giovanissima moglie del regista era piutto¬≠sto graziosa, ma troppo sen¬≠suale e volgare. Maxina Audley, la pantera, sembr√≤ sciat¬≠ta e sparuta nella ressa intorno al buffet. Gli eroi della tragedia, che erano stati atletici e balenanti, si comportarono come matricole impacciate. Avevano giacche sportive di gusto mediocre; nes¬≠suno si curava di loro.

Non mi piacerebbe, ora, indulgere a un giudizio mali¬≠gno. Sono certo che gli uo¬≠mini del nostro teatro ave¬≠vano coscienza di avere assi¬≠stito poco prima a qualcosa di raro e di degno. Nondime¬≠no ritengo che la mortificazio¬≠ne, ancorch√© salutare, non du¬≠rasse a lungo nei loro animi. Pochi minuti furono sufficien¬≠ti perch√© i nostri campioni, rifocillatisi al buffet, ritrovas¬≠sero sicurezza. Avevano ca¬≠micie con pizzi, visi floridi, voci sonore. Il confronto di¬≠retto con gli eroi di Shake¬≠speare confermava che gli at¬≠tori italiani sono i pi√Ļ belli e i meglio vestiti del mondo. Pu√≤ darsi che gli inglesi reci¬≠tino meglio; la colpa √® della tradizione. E la tradizione non √® contestabile, anzi da contestare?


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart