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LETTERATURA: I MAESTRI: La grande pioggia

26 luglio 2018

di Ercole Patti
[dal “Corriere della Sera”, sabato 4 gennaio 1969]

Certe volte mi capita di desiderare la pioggia, una di quelle piogge lunghe lunghe e calme che circondano le case di campagna o di provincia e sembrano isolarle dal mondo; allora è piacevole mettersi a lavorare o a leggere in un an­golo ascoltando il quieto ru­more della pioggia sul terrazzo e sui vetri. Ricordo intermi­nabili piogge degli anni del­l’infanzia in vecchie case di villeggiatura, piogge che se­gnavano la fine delle vacanze e lo straziante inizio dell’an­no scolastico.

Ma la più lunga e furibonda pioggia della mia vita, quella che non ho potuto dimenticare mi sorprese a Trecastagni un piccolo paese sulle falde del­l’Etna, diversi anni fa verso la metà di novembre.

Pioveva già da parecchi giorni, una pioggia noiosa a intervalli che dopo qualche ora di schiarita ricominciava come prima. Una mattina di­ventò fortissima; sembrava uno di quegli acquazzoni che per la loro intensità sono de­stinati a durare poco. Ma le ore passavano e continuava a piovere con lo stesso ritmo.

Da dietro i vetri della casa che era stata dei miei nonni vedevo cadere l’acqua, scorre­re sul lastricato scuro, saltel­lare in tante campanelle sulle ringhiere dei balconi, sulle botti vuote che stavano nel cortile come ai tempi dell’in­fanzia.

La giornata trascorse così e anche la notte; svegliando­mi sentivo la pioggia contro i vetri e sulle foglie del vecchio glicine che ricopriva la terraz­za. La mattina il cielo era scuro e fumoso e la pioggia continuava furiosa come se fosse cominciata proprio allora. Dal cielo opaco giungeva una lu­ce scialba, da sacrestia, che si posava sui vecchi mobili dei miei bisnonni, sugli armadi a specchio, sulle credenze con l’alzata di legno scolpito, sulle cristalliere gremite di piatti e di bicchieri che stavano lì da cinquant’anni senza mai esse­re adoperati.

*

Per due giorni continuò così. Il terzo giorno all’alba la pioggia si intensificò; si era levato un vento affannoso che lanciava l’acqua, a folate, con­tro i vetri, come se fosse but­tata con un secchio. Nei mo­menti di sosta del vento si sentiva un fragore fermo e continuo come di rubinetti aperti. I vetri colavano tre­molando, sembravano scio­gliersi e lasciavano appena in­travedere la strada e le tegole della cantina di fronte: il cam­panile della vecchia chiesetta delle Anime del Purgatorio, vicinissimo, si vedeva come un’ombra leggera.

Il tubo di latta del palmento lanciava da tre giorni un getto fisso e potente che rovinava a catafascio sulla strada. Quel rumore non cessò mai, nean­che un secondo, per tre giorni. La cisterna del cortile traboc­cava.

L’acqua passando sotto i battenti dei balconi si allar­gava silenziosamente sui pa­vimenti, girava attorno ai pie­di delle poltrone e dei tavoli, si spingeva fin sotto i divani e le consoles panciute sulle quali riposavano lumi antichi e vasi istoriati. La macchia di umidità che era apparsa al­cuni giorni prima sul soffitto della stanza da pranzo si in­grandiva sempre più fino a coprire metà della volta, at­taccava già la carta da parato, scendeva verso il basso, scura e minacciosa.

La strada del paese era mol­to ripida, l’acqua la ricopriva di un torrente nervoso e ve­loce.

Da tre giorni mancava la corrente elettrica. I lumi a pe­trolio diffondevano sin dalle prime ore del pomeriggio una luce fioca che gettava lunghe ombre di poltrone, di tavoli a tre gambe, di alti letti in ferro battuto, di massicci comò con­tro le pareti. Gli echi della pioggia risuonavano fin den­tro gli antichi ripostigli bui, stipati di roba fuori uso, tra parasoli ottocenteschi imbotti­ti all’interno, bastoni anima­ti, fucili ad avancarica, pistole da arcione, scatole di cartucce da caccia vuote, tappi, palli­nacci, specchietti per le allo­dole, ammucchiati alla rinfu­sa. L’assedio della pioggia ci teneva prigionieri con tutti quegli oggetti. La piccola radio, bianca e bucata come un teschio, era muta; sembrava tacesse da anni. Gli stracci che erano stati ammassati sotto i battenti dei balconi erano zuppi, bisognava cambiarli e strizzarli continuamente.

*

Durante una breve tregua del vento venne il massaro, balbettando di ter­rore, ad annunciare che un torrente aveva rotto l’argine e si era portata via mezza vigna. L’acqua nella stalla era salita a un metro e mezzo. Il bove, con i suoi occhi innocenti, si era messo a nuotare accan­to alla mangiatoia, cercando scampo; il massaro si era get­tato nell’acqua per salvarlo.

Andammo nella vigna, ai piedi del paese. Là dove fino al giorno prima erano viti e alberi di pere e di albicocche in dolce pendio, si apriva ades­so una larga voragine ripida che ai margini lasciava vedere radici scoperte e contorte nel­l’aria come mani disperate che cercassero di aggrapparsi. Un grosso pero era rotolato giù per un centinaio di metri e giaceva riverso con le radici all’aria e le foglie ancora fre­schissime, come un assassi­nato.

Un largo strato di terra era stato portato via dal rovinare delle acque fino a scoprire le nude rocce sottostanti. Le gros­se pietre del muro crollato era­no sparse a grande distanza una dall’altra; e la vigna, più giù, sul piano, era ricoperta dalla terra venuta giù dall’alto. Su quella piattaforma scura si vedevano affiorare appena le punte dei pali che sostenevano le viti sotterrate e qualche fangoso virgulto. Era tutto quello che rimaneva della vi­gna.

*

Quel pomeriggio smise di piovere, ma il cielo rimase sempre dello stesso colore.

Andai verso la piana di Ca­tania. Il vento ci soffiava ad­dosso aria bagnata. Il dritto stradale di Primosole, appena appena affiorato dall’acqua, correva in mezzo a due ster­minati laghi. Le pietre bianche che segnano i chilometri, scar­dinate alla base, giacevano ri­verse con la radice scoperta come giganteschi molari strappati.

Il paesaggio non si ricono­sceva più. C’erano sui semi­nati degli acquitrini immensi sui quali le anatre selvatiche e gli stornelli, grassi e neri, planavano a frotte. Si sentiva nell’aria carica di umidità qualche schioppettata. Alcuni proprietari saliti su un poggio cercavano col canocchiale le loro terre senza riuscire a ri­conoscerle fra tutta quell’ac­qua.

Nei campi allagati, fra gli aranceti sommersi nel fango, si trovavano uccelli conigli e porcospini uccisi o storditi dall’alluvione. I contadini li raccoglievano e ne riempivano sacchi che poi vendevano a peso.

Le quaglie, sbigottite, se ne stavano a terra rannicchiate contro i muretti e le pieghe del terreno e si lasciavano prendere con le mani guar­dando coi loro occhi rotondi e miti. Avevano appena un piccolo fremito che si avver­tiva tra le dita assieme al bat­tito precipitoso del cuore. Ne furono raccolte centinaia di sacchi.

Quando la mattina dopo, tra quel buio muto e limaccioso, venne fuori il sole e illuminò le distese d’acqua, i profili delle colline, le chiome degli eucalipti e degli ulivi dalle foglie minute e chiare, sembrò l’inizio della creazio­ne del mondo.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart