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LETTERATURA: I MAESTRI: La lezione di Albertini

11 gennaio 2018

di Indro Montanelli
[dal Corriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 8 gennaio 1969]

Ho conosciuto Luigi Albertini pochi mesi prima della sua morte, a Milano, in casa del comune amico Piero Gadda Conti. Ci andai, ricordo, con una certa trepidazione: final¬≠mente stavo per dare un cor¬≠po e un volto a un fantasma che non aveva cessato di per¬≠seguitarmi da quando, poco pi√Ļ che ragazzo, ero entrato al Corriere.

Pochi giorni dopo aver fir¬≠mato il contratto che mi le¬≠gava al giornale, ero stato convocato in amministrazione da un signore che mi chiese dove usavo prendere i miei pasti. Glielo dissi. Mi rispose che lo sapeva e che mi aveva chiamato appunto per ricor¬≠darmi che Albertini non avrebbe mai consentito a un suo redattore di frequentare un locale di quella categoria. Gli obbiettai che il mio sti¬≠pendio non era tale da con¬≠sentirmene di pi√Ļ dignitosi. E lui mi porse, gi√† compilato, un nuovo contratto a condi¬≠zioni pi√Ļ favorevoli, sul quale non c’era la firma di Alberti¬≠ni, che gi√† da una quindicina d’anni aveva lasciato l’azienda; ma io ce la vidi ugual¬≠mente.

Da allora non me l’ero pi√Ļ scrollato di dosso. La sua om¬≠bra mi seguiva implacabile. Non si stancavano di evocarla quelli della sua ¬ę vecchia guardia ¬Ľ per accampare un titolo di supremazia su noi giovani. Essi non dicevano che i nostri articoli erano brutti.

Dicevano che ¬ę ai tempi di Albertini non sarebbero pas¬≠sati ¬Ľ. Ricordo la tremenda battaglia che dovetti ingaggia¬≠re per il col. Il revisore me lo correggeva regolarmente in con il perch√©, diceva, Alber¬≠tini il col non lo avrebbe tol¬≠lerato. E non vi dico cosa suc¬≠cedeva quando qualche lettore smentiva un nostro dato o notizia. Per settimane il famtasma di Albertini ci appariva in sogno, svegliando di soprassalto e in sudore, per indicarci col dito la porta.

Fui quindi commosso fin quasi alle lacrime, quel giorno, quando dalla voce viva e vera di Albertini udii degli apprezzamenti su certe mie corrispondenze, dai quali capii che esse sarebbero passate anche ai suoi tempi. Il vecchio si¬≠gnore che mi stava di fronte somigliava ben poco al cerbe¬≠ro grintoso e scontroso, dagli atteggiamenti scostanti e dai giudizi taglienti, che avevo im¬≠maginato dalle descrizioni dei suoi epigoni. Lo trovai fer¬≠missimo nella condanna del regime, ma per nulla rancoroso, misoneista e arroccato nei suoi ricordi, anzi molto ag¬≠giornato su uomini e cose, pa¬≠cato e amabile. Insomma, mol¬≠to pi√Ļ umano della sua leg¬≠genda.

E ora la giustezza di questa impressione mi viene confer¬≠mata dal suo monumentale Epistolario che, per cura e con un’eccellente prefazione di Ot¬≠tavio Bari√®, l’editore Monda¬≠dori sta per pubblicare. Esso abbraccia il periodo 1911- 1926, cio√® gli ¬ę anni ruggenti ¬Ľ della guerra, dell’impresa di Fiume, della marcia su Roma. E forse rappresenta la deposi¬≠zione pi√Ļ completa e credibile su quegli avvenimenti e i lo¬≠ro retroscena, perch√© resa da un uomo che vi ebbe parte di protagonista, ma non tanto da infirmare la sua qualit√† di te¬≠stimone.

*

Albertini era allora direttore e comproprietario del Corrie¬≠re. Era arrivato a quella catte¬≠dra, la pi√Ļ alta del giornali¬≠smo italiano, nel 1900, che non aveva ancora trent’anni. Veniva da una solida famiglia di ¬ęnotabili¬Ľ marchigiani, e forse il segreto della sua stra¬≠ordinaria carriera sta nel trauma ch’egli sub√¨ da ragazzo quando il banco di suo padre e di suo zio ‚ÄĒ industriali e armatori molto accreditati ad Ancona ‚ÄĒ dovette dichiarare fallimento. Oggi queste sono disavventure che non tolgono il sonno e l’appetito a nessu¬≠no, tanto sono consuete. A quei tempi provocavano tra¬≠gedie. I due Albertini, dopo aver versato nelle tasche dei creditori fin l’ultima palanca, ne morirono di crepacuore. E Luigi, da figlio di pap√† avvia¬≠to alla continuazione di una florida azienda, si trov√≤ di colpo, a vent’anni, orfano, po¬≠vero e con la madre e cinque tra fratelli e sorelle sulle spalle.

Aveva frequentato sin allo¬≠ra il collegio militare e i corsi di Legge all’Universit√† di Bo¬≠logna. Trasfer√¨ i suoi a To¬≠rino probabilmente per sot¬≠trarli alle umiliazioni e meschinerie che i piccoli ambienti provinciali infliggono a chi cade di rango. E l√¨, non senza parecchie difficolt√†, termin√≤ i suoi studi. Non aveva scelto una strada. Aveva soltanto deciso, come scrisse a Nitti, di raggiungere ¬ęuna eminente posizione prima dei trent‚Äôanni ¬Ľ: una posizione, in¬≠tendeva che gli consentisse di restituire alla sua famiglia non solo il conto in banca, ma anche il credito e il prestigio di un tempo. E a questo im¬≠pegno non solo si consacr√≤, ma esigette che si consacras¬≠sero anche i suoi fratelli e sorelle. Li protesse, li spinse, ma li tenne anche ai remi per¬≠ch√© a loro volta spingessero la barca e contribuissero solidal¬≠mente, e senza deviazionismi, a restituire alla ditta l’antico lustro. Anche il suo rigoroso moralismo trov√≤ forse il pro¬≠prio concime in questo ane¬≠lito di rivalsa. Albertini aveva del suo nome lo stesso con¬≠cetto, quasi metafisico, che i Mitsuhi e i du Pont hanno di quello loro.

Nel giornalismo capit√≤ qua¬≠si per caso, grazie a un viag¬≠gio che fece a Londra per ap¬≠profondirvi i suoi studi eco¬≠nomico-sociali. La Gazzetta Piemontese ‚ÄĒ che poi con Frassati divent√≤ La Stampa ‚ÄĒ gli commission√≤ alcune corri¬≠spondenze, in cui Luigi Luzzatti annus√≤ subito un grosso talento. Lo chiam√≤ a dirigere una piccola rivista, Credito e Cooperazione, e poi lo racco¬≠mand√≤ a Torelli Viollier, fon¬≠datore e direttore del Corriere della Sera.

*

Il Corriere era un quoti¬≠diano gi√† abbastanza solido, ma che non aveva ancora con¬≠quistato un primato neanche sul piano cittadino, dove do¬≠veva vedersela con la Perse¬≠veranza e col Secolo. Alber¬≠tini ci entr√≤ come segretario di redazione: un posto che pu√≤ essere importante o tra¬≠scurabile secondo chi lo oc¬≠cupa. Con Albertini divent√≤ importantissimo, un centro ‚ÄĒ come oggi si direbbe ‚ÄĒ di potere decisionale.

Quando il Torelli si ritir√≤ per ragioni di salute, la dire¬≠zione pass√≤ a Oliva, che la esercit√≤ soltanto a mezzo. Sta¬≠va quasi sempre a Roma, di dove si limitava a dettare, con le sue corrispondenze, l’atteg¬≠giamento politico del giornale. Era un atteggiamento che Al¬≠bertini non condivideva, tro¬≠vandolo eccessivamente con¬≠servatore e chiuso ai fermenti sociali che gi√† in quella fine di secolo cominciavano ad agitare le acque italiane. Va¬≠rie volte egli aveva corretto le ¬ę note ¬Ľ di Oliva, provo¬≠candone le reazioni. L’inciden¬≠te che precipit√≤ la rottura av¬≠venne il 18 maggio del 1900, quando Albertini si assunse la responsabilit√† di pubblicare un editoriale del redattore-capo Banzatti, che contraddiceva alla ¬ę linea ¬Ľ Oliva.

Ci sono, su questo episodio, varie versioni. Qualcuno dice che fu un colpo di mano ar¬≠chitettato da Albertini d’ac¬≠cordo col maggior azionista del giornale, Benigno Crespi, per far fuori l’Oliva, legato agli altri due proprietari, De Angeli e Beltrami. Ma dalle lettere che poi i cinque inte¬≠ressati si scambiarono non ri¬≠sulta nulla di tutto questo. Ri¬≠sulta solo che il Crespi condi¬≠videva pi√Ļ le idee del segre¬≠tario che quelle del direttore, e gli riconosceva superiori ta¬≠lenti editoriali. Pu√≤ darsi che Albertini si fosse deciso a quella prova di forza anche perch√© sentiva di avere dalla sua l’azionista pi√Ļ forte. Ma il contrasto veniva proprio da una diversa concezione poli¬≠tica e imprenditoriale, e l’in¬≠cidente affrett√≤ un cambio del¬≠la guardia che prima o poi sarebbe ugualmente venuto e che ‚ÄĒ nessuno potr√† metterlo in dubbio ‚ÄĒ fece la fortuna del giornale.

Albertini non ne mut√≤ sol¬≠tanto l’orientamento. Ne tra¬≠sform√≤ radicalmente le strut¬≠ture sul modello del Times, che aveva studiato nel suo viaggio a Londra. Era un mo¬≠dello pi√Ļ facile da sognare che da realizzare in un giornali¬≠smo come quello italiano, pro¬≠vinciale e ciabattone, fatto di rumorosi ¬ę mattatori ¬Ľ che re¬≠citavano i loro ¬ę a solo ¬Ľ in un pattume di errori di stam¬≠pa (e spesso anche di sintas¬≠si) e di notizie arretrate o sballate.

*

Albertini fu il primo a con¬≠cepire e a dirigere il giornale come un’orchestra. Non si con¬≠tent√≤ di chiamarvi le penne migliori da Einaudi a Gaetano Mosca a Ojetti a Villari a Barzini a Amendola. Ne cav√≤ una sinfon√¨a. E fu proprio in questo che si rivel√≤ grande editore. In pochi anni il Cor¬≠riere divent√≤ non il primo, ma l’unico quotidiano italiano da potersi allineare con i tre o quattro di pi√Ļ alto livello europeo: non solo per l’auto¬≠revolezza delle firme, ma an¬≠che per la ricchezza, l’esattez¬≠za e la tempestivit√† delle in¬≠formazioni. Si diceva che se il Corriere annunziava la par¬≠tenza di un treno per le dodici mentre l’orario ferroviario la dava alle undici, i milanesi andavano alla stazione a mez¬≠zogiorno meno un quarto (e il treno non lo perdevano).

L’Epistolario documenta la straordinaria ascesa del gior¬≠nale e l’influenza ch’esso eser¬≠citava sulla politica, a tutti i livelli. Leggendolo, mi sono chiesto dove i suoi collabora¬≠tori e corrispondenti trovava¬≠no il tempo di scrivere articoli con tutte le lettere che dovevano mandare al loro direttore per informarlo di tutto ci√≤ che dovevano tacere al pub¬≠blico perch√© frutto di confi¬≠denze ch’essi non potevano tradire. Ne vengono fuori par¬≠ticolari ignorati, o poco cono¬≠sciuti, di politica interna ed estera, episodi curiosi, aned¬≠doti, battute, quadri di costu¬≠me dell’Italia e dell’Europa di quel primo quarto di secolo; ma anche il ritratto di una √©quipe giornalistica che, per quanto composta di persona¬≠lit√† discordi e prepotenti, era per√≤ unita da una rigorosa co¬≠scienza professionale e da un orgoglioso spirito di ¬ę scu¬≠deria ¬Ľ.

Il creatore di tutto questo si rivela nelle lettere che a sua volta scriveva ai suoi uo­mini. Perché a tutti risponde­va ringraziando o contestan­do, impartendo ordini o dan­do suggerimenti e consigli. E proprio qui si vede quanto egli fosse diverso e migliore della leggenda che gli epigoni gli avevano creato intorno di cerbero digrignante, di puri­tano inflessibile e arcigno.

Valutandoli col senno del poi, non ci sentiamo di condi¬≠videre tutti i suoi atteggia¬≠menti politici: la sua tenace ostilit√† a Giolitti, per esem¬≠pio, e la campagna per l’in¬≠tervento in guerra. Ma anche questi errori (se tali furono: e chi lo sa?) erano riscattati da un nobile assoluto disinte¬≠resse. Da Giolitti dissentiva non solo per motivi ideologici, ma anche morali. Pi√Ļ che la sua azione, riprovava i suoi metodi, la sua tendenza a sfruttare le debolezze altrui pi√Ļ che a castigarle e correg¬≠gerle, la sua disponibilit√† al compromesso con una realt√† italiana, la quale forse non consentiva che il compromes¬≠so. I due uomini non potevano intendersi, erano di diversa fa¬≠miglia. Albertini apparteneva a quella, intransigente e spi¬≠golosa, dei Ricasoli e dei Sonnino.

Il suo rigore tuttavia non era puntiglio, e lo si vede dai suoi rapporti coi collaborato¬≠ri. Ne esigeva la totale dedi¬≠zione al lavoro, l’esemplare correttezza nella condotta pro¬≠fessionale e privata. Ma le ri¬≠pagava, e talvolta sapeva es¬≠sere anche indulgente. Quan¬≠do uno dei suoi pi√Ļ illustri re¬≠dattori prese una famosa cotta per una certa signora gi√† ac¬≠casata, e tutta Milano ne par¬≠l√≤, Albertini lo sped√¨ per un anno in Giappone, che a quei tempi era la luna o poco me¬≠no. Ma quando il poveraccio gli torn√≤ pi√Ļ innamorato di prima, si rassegn√≤ allo ¬ę scan¬≠dalo ¬Ľ sebbene questo lo fa¬≠cesse visibilmente soffrire.

*

Un altro curioso episodio, di cui nell’Epistolario non c’√® traccia, ma che dimostra l’u¬≠manit√† e anche il sense of hu¬≠mour del severo editore, l’ho sentito raccontare dai vecchi del Corriere, ed ebbe a prota¬≠gonista Guelfo Civinini, il pi√Ļ bislacco, balzano e estroso componente dell’√©quipe. Lo era a tal punto che un giorno si present√≤ a Albertini e gli disse: ¬ę Signor direttore, mi guardi. Come vede, sono brut¬≠to. E siccome sono anche sca¬≠polo, le donne le devo pagare, perch√© per amore con me non ci vengono ¬Ľ. Albertini fu tal¬≠mente sbigottito da quell’inso¬≠lito linguaggio che non trov√≤ la forza di obbiettare che non era vero nulla: Civinini era brutto, s√¨, ma affascinante, e di donne ne aveva a bizzeffe. ¬ę Questo ‚ÄĒ continu√≤ lo scon¬≠sigliato ‚ÄĒ pone un problema amministrativo. Io a Milano ho un’amica in pianta stabile, che mi costa, e questo √® affar mio. Ma quando il giornale mi manda in missione all’este¬≠ro, delle due, l’una: o mi con¬≠sente di portarmi dietro l’ami¬≠ca pagando la diaria anche a lei, o mi d√† un soprappi√Ļ per i surrogati che devo procu¬≠rarmi ¬Ľ.

L’Albertini della leggenda avrebbe replicato a una pro¬≠posta cos√¨ sfrontata con un li¬≠cenziamento in tronco. Quel¬≠lo vero, dopo lunga medita¬≠zione, rispose: ¬ęRiconosco che la sua tesi ha un certo fonda¬≠mento. Ma questo soprappi√Ļ, nella nota-spese, come lo elen¬≠chiamo? Non possiamo mica mettere… ¬Ľ. ¬ę Ci ho gi√† pen¬≠sato ‚ÄĒ rispose trionfalmente Civinini. ‚ÄĒ Bisogna inventa¬≠re una nuova voce. Per esem¬≠pio, l’uomo non √® di legno, li¬≠re…. tot…. ¬Ľ. Albertini accet¬≠t√≤. Ma una volta, riguardando un conto di Guelfo, si accorse che l’uomo non era di legno anche due volte al giorno. Ci scrisse sotto: ¬ę Ma nemmeno di ferro ¬Ľ, e smise di pagare.

La comprensione di Alber¬≠tini per i suoi collaboratori non si limitava alle loro pic¬≠cole veniali debolezze. Si tra¬≠duceva anche in affettuosa sollecitudine per i loro pi√Ļ gravi problemi materiali e mo¬≠rali, e in rispetto per le loro idee, anche quando contraddi¬≠cevano alle sue. Il carteggio con Emanuel, suo corrispon¬≠dente da Parigi subito dopo l’altra guerra, testimonia l’al¬≠tissima coscienza liberale di questo editore, che passava per un despota, e forse in qualcosa lo era, ma non si per¬≠metteva di alterare il pensiero del suo fiduciario, pur dissen¬≠tendone (e aveva ragione lui).

Quando Albertini lasci√≤ il Corriere nel 1925, per impo¬≠sizione di Mussolini, l’addio al giornale dovett’essere il giorno pi√Ļ nero, l’episodio pi√Ļ amaro nella vita di quest’uomo tut¬≠tora nel pieno delle sue ener¬≠gie: non aveva che cinquan¬≠taquattro anni. Il coraggio e la fermezza con cui affront√≤ questo terribile passo fanno di lui, oggi, la pi√Ļ alta pietra di paragone del giornalismo ita¬≠liano.

L’Epistolario si ferma a que¬≠sta data. Ed √® giusto, perch√© da allora tutto non fu, per lui, che un dopo, anche se dur√≤ fino al ’41. L’uomo si era to¬≠talmente incarnato nella sua creatura. Ma anche la sua creatura era talmente incarna¬≠ta in lui che non √® pi√Ļ riu¬≠scita a liberarsene. Tutti gli uomini della sua √©quipe sono scomparsi. Sulla sua poltrona si sono dati il cambio una doz¬≠zina di direttori. Della vecchia sede non √® rimasto che l’indi¬≠rizzo. Ambienti, mobili, at¬≠trezzature: tutto √® mutato. Ma l’ombra d’Albertini √® sempre l√¨. Anche se non ha pi√Ļ la forza di suggerire ci√≤ che si deve fare, ha tuttora quella di ricordare ci√≤ che non si deve fare.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart