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LETTERATURA: I MAESTRI: La lezione di Gobetti

5 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 14 febbraio 1970]

¬ę Caro Prezzolini, certo tu sei sempre Prezzolini, ma so di essere pi√Ļ vicino di te allo spirito della ‘ Voce ‘ ¬Ľ, scrive¬≠va Piero Gobetti in una lettera del ’24. E la frase, con quei timbri di amaro orgoglio che √® proprio delle sue pagine pi√Ļ alte, appare illu¬≠minante. Il nodo della sua personalit√† si stringe infatti intorno alla apparente con¬≠traddizione fra una simile fe¬≠delt√† postuma alle esperienze delle prime avanguardie in¬≠tellettuali del secolo e lo slan¬≠cio con cui bruci√≤ la sua vita per un rinnovamento radica¬≠le, in termini di cultura e di coscienza, della societ√† italia¬≠na; nello stesso modo come il rilievo emblematico della sua figura, nel nostro Nove¬≠cento, balza vivo dal suo col¬≠locarsi, intransigente e ma¬≠gnanimo, sull’incerto confine che divide ¬ę La Voce ¬Ľ dal fascismo. Egli era figlio della ¬ę Voce ¬Ľ e intese andare ol¬≠tre quella lezione, ma lo fe¬≠ce pi√Ļ sul terreno etico-po¬≠litico che su quello schietta¬≠mente critico.

Gobetti opponeva la pro¬≠pria generazione di ¬ę storici ¬Ľ ai ¬ę poligrafi ¬Ľ del tempo del¬≠la ¬ę Voce ¬Ľ; ma questo, cos√¨ come il rovesciamento dei modelli proposto alle √©lites politiche, ¬ę Cattaneo invece di Gioberti, Marx invece di Maz¬≠zini ¬Ľ, rimase una postulazio¬≠ne, una ardente proiezione simbolica. Partito dalla ro¬≠mantica ispirazione dell’attua¬≠lismo del Gentile, volse a uno storicismo drammatico che, nella Torino operaia e gramsciana, lo port√≤ ben ol¬≠tre il Croce a considerare i problemi della libert√† come dialettica e lotta delle classi; ma non arriv√≤ mai a formu¬≠lare una vera e propria ana¬≠lisi della ¬ę Voce ¬Ľ e della sua cultura, n√© a chiarire, se non sul piano del ¬ę volontarismo etico ¬Ľ, il rapporto fra tradi¬≠zione e rinnovamento, che pu¬≠re √® il tema di fondo della sua ricerca. Le sue radici (per ci√≤ che possiamo dire di lui, stroncato a 25 anni dalla vio¬≠lenza fascista) affondano, pi√Ļ che nei nuovi profeti e teo¬≠rici della lotta politica come Marx o Lenin, in autori co¬≠me Oriani, Gentile, Sorel, in una cultura cio√® caratteristi¬≠ca della ¬ę provincia ¬Ľ antilet¬≠teraria italiana. E non solo la molteplicit√† incandescente dei suoi interessi (storia, po¬≠litica, filosofia, letteratura, ar¬≠te, teatro) ma la sua stessa forza stilistica lo apparentano agli ¬ę scrittori di programmi ¬Ľ di cui fu ricca la generazione dei ¬ę poligrafi ¬Ľ vociani.

Quando dunque scriveva al Prezzolini di essere pi√Ļ vici¬≠no di lui allo spirito della ¬ę Voce ¬Ľ, (gusto dei proble¬≠mi, realt√† contro retorica, antidannunzianesimo, respiro europeo) la sua confessione appare sincera. Ma a lui riu¬≠sc√¨ ci√≤ che la guerra aveva impedito ai pi√Ļ fervidi spi¬≠riti del primo quindicennio del secolo. Gli riusc√¨ di tra¬≠sformare l’entusiastico eclettismo delle sue fonti in una lucida, ¬ę protestantica ¬Ľ intransigenza delle scelte morali, e di stringere la pluralit√† delle motivazioni culturali nella ¬ę porta stretta ¬Ľ del dovere storico, cui ciascuno, indivi¬≠dualmente, √® chiamato senza possibili deleghe. E’ qui che l’ottimismo tragico del Gobetti accende il fulgore ancora vivo del suo passaggio d’arcangelo, di questo ragaz¬≠zo che dialogava da pari a pari con l‚ÄôEinaudi e il Croce, con il Salvemini e don Sturzo, e nella sua breve para¬≠bola non venne mai meno a una sferzante energia e alla maturit√† del coraggio. Egli cercava, scrisse Eugenio Montale su queste colonne in una memorabile epigrafe, ¬ę l’uomo di oggi, il compagno di strada, eguale a noi, migliore di noi, l’uomo che fu cercato invano da una generazione perduta, l’uomo che noi ci ostiniamo ancora a cercare nella parte profonda di noi stessi ¬Ľ.

Negli Scritti storici lettera¬≠ri e filosofici (Einaudi, pagg. 778, lire 10.000) ora pubbli¬≠cati dopo la lontana edizione del 1927 come secondo volu¬≠me delle Opere a cura di Paolo Spriano, una simile energia si rivela anche nelle pagine di critica militante, per qualche aspetto minori rispet¬≠to alla sintesi storica di Ri¬≠sorgimento senza eroi e al ric¬≠chissimo frammento del Para¬≠dosso dello spirito russo. Mol¬≠to, moltissimo di queste pa¬≠gine, anche delle pi√Ļ occasio¬≠nali, √® ancora vivo. Il giudi¬≠zio critico scaturisce netto e martellante da una prosa scan¬≠dita e pur trasparente di ten¬≠sioni e sdegni profondi.

La vena autobiografica si risolve costantemente in ap¬≠pello morale, il ritratto rin¬≠via al presupposto di un au¬≠toritratto severo. Sul terreno della letteratura contempora¬≠nea, √® vero, l’angustia del pa¬≠norama entro il quale egli esercitava il suo lavoro di cronista e l’insufficiente di¬≠stacco da una confusa scala di valori ereditata dalla ¬ę cul¬≠tura delle riviste ¬Ľ segnano i limiti di un’opera interpreta¬≠tiva mai fiacca ma talora di¬≠spersiva.¬†¬† Sembra mancargli talvolta la sicurezza dottrina¬≠ria e teorica del Gramsci, la sua sottigliezza metodologica e anche un’uguale finezza del gusto. Ma sempre la prosa critica s’innerva di rapide in¬≠tuizioni, aperture, nessi colti con fresco, giovanile piacere del non-conformismo intellet¬≠tuale.

E soprattutto, ci√≤ che ap¬≠pare intramontabile √® la me¬≠todologia dell’impegno mora¬≠le. Pi√Ļ che il risultato d’arte, gli premeva (vociano anche in questo, ma al di fuori di ogni ebriet√† di lirismo) la volont√† espressiva dell’artista. Per questo il giudizio gli si incarna naturalmente nel ri¬≠tratto, in un confronto impe¬≠gnativo, ultimativo, da uomo a uomo: Boine, Slataper, Prezzolini, Farinelli, Giuliotti… Non un panorama, ma vivi incontri. Il critico si pone frontalmente rispetto ai fatti e ai perso¬≠naggi della vita letteraria, con una esigenza di chiarezza che √®, al tempo stesso, rispetto dell’altro da s√© e gusto dia¬≠lettico della sfida. Le pagine pi√Ļ nobili su un cattolico ¬ę reazionario ¬Ľ come il Giu¬≠liotti (o sul Papini) le ha scritte lui, animate dalla ca¬≠valleresca ammirazione per il combattente di buona fede. Il suo rigoroso radicalismo di illuminista convive con un istinto, uno stile generosamen¬≠te aristocratico. Nello scritto¬≠re, in s√© stesso come negli altri, egli vede l’eroe di una moralit√†, non il sacerdote di una tecnica espressiva.

Si spiega anche cos√¨, oltre che per profonde ragioni di insofferenza politica, il suo rifiuto del futurismo e delle avanguardie, su cui converr√† fermarci un momento. Il Go¬≠betti diffidava dei capricci sperimentali, dell’¬ę epica del provvisorio ¬Ľ, quali espressio¬≠ni di intima irresponsabilit√† e fuga dall’autentico rischio vitale della cultura. Aborriva i personaggi chiassosi ¬ę che predicano la violenza esterna per paura della solitudine, per paura di dover fare i conti con s√© stessi ¬Ľ. Sono parole, queste, che oggi suonerebbero impopolari. Ma non sono qui riferite per speculazione di attualit√†, sibbene per sottoli¬≠neare un punto che credo essenziale. E cio√®. La sua lea¬≠le, irreducibile, assoluta oppo¬≠sizione al fascismo e a ci√≤ che il fascismo rappresentava non prese mai le scorciatoie o i diversivi dell’avventura. Gli ripugnava l’¬ę estetismo di sovversivi ¬Ľ. Non lo incanta¬≠va la facile sirena degli anni zero. Nella sua opera la par¬≠te pi√Ļ vera non √® quella del¬≠la contestazione ma quella del¬≠la resistenza. Non si tratta, inutile dirlo, di una questione terminologica; ma di un acu¬≠to, doloroso senso della di¬≠gnit√† e del servire una socie¬≠t√† nel suo destino. ¬ę Non si pu√≤ essere spaesati ¬Ľ, scrisse in una toccante lettera dal¬≠l’estero; non si pu√≤ essere spaesati neanche nella storia.

Per questo, credo, anche se non ha dato risposta a tutte le infinite domande che si √® posto, la sua passione non la¬≠sci√≤ estranei uomini della pi√Ļ diversa estrazione, razionalisti e cattolici, marxisti e conser¬≠vatori; e anche nelle genera¬≠zioni successive ne troviamo l’eco in esperienze pur lonta¬≠ne fra loro, da Giaime Pintor ai giovani storici ¬ę revisioni¬≠sti ¬Ľ del secondo dopoguerra. Perfino nel campo strettamente letterario la sua lezio¬≠ne √® stata molto pi√Ļ profon¬≠da della sua stessa testimo¬≠nianza di critico. Nel conclu¬≠dere il capitolo che il primo Novecento visse sotto la bandiera dell’antiletteratura, egli ne cambi√≤ il segno, e rove¬≠sci√≤ il curriculum di una generazione che partendo da ¬ę Lacerba ¬Ľ era arrivata all’accademia. Seppe restituire alla ¬ę funzione ¬Ľ letteraria una sua dignit√†, e attribuirle, di fronte alle insufficienze della classe politica e alla dittatura, una sua autonomia morale, un suo refrattario orgoglio. Proprio su questa linea, da Felice Balbo definita esistenziale, che ha nei torinesi Sol¬≠mi e Debenedetti i mediatori pi√Ļ sensibili e nel gobettiano Montale il poeta, si svilupper√†, dal cuore pi√Ļ nobile del¬≠l’antiletteratura, di antica ispirazione gentiliana, la nuova letteratura, dall’ermetismo alla resistenza.

 

 


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Bart