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LETTERATURA: I MAESTRI: La morte dei cipressi

25 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 9 aprile 1969]

Francesco Guicciardini, an¬≠dando ambasciatore in Spa¬≠gna, dopo aver cavalcato per cinque giornate in luoghi in¬≠culti e selvatici ¬ę da non ve¬≠dere che vi possino stare le capre ¬Ľ, not√≤ in un suo dia¬≠rio di essere arrivato sul ve¬≠spro a Le Buis e di avervi riveduto gli ulivi. La notazio¬≠ne potrebbe parere insignifi¬≠cante a un lettore non trop¬≠po sensibile, e forse lo √®; ma fa un certo effetto a trovarla in un cos√¨ chiuso scrittore e in una cos√¨ scarna scrit¬≠tura. O almeno a me questo effetto lo fece, la prima volta che la lessi, quand’ebbi la for¬≠tuna di scoprire quel diario con altre maggiori opere guicciardiniane. Al grande fioren¬≠tino gli ulivi dovettero ricor¬≠dare, proprio nell’ora dante¬≠sca, ¬ę che volge il desio ¬Ľ, i suoi poggi nativi. Forse ho sentito e sento il chiuso strug¬≠gimento di quelle parole per¬≠ch√©, con gli ulivi, a me √® ca¬≠pitato tante volte lo stesso.

Ma molto pi√Ļ m’√® capitato e mi capita coi cipressi: una pianta che ancor meglio rac¬≠chiude in s√©, e non solamente nel suo aspetto, l’essenza della terra toscana. Avete mai re¬≠spirato, d’estate, l’aria d’una cipressaia? Avete mai con¬≠frontato fra loro gli aromi de¬≠gli abeti e dei cipressi, quelli che emanano dal legno vivo? E quelli che esalano dal legno arso, allorch√©, simile ad un incenso, fumicando rende il suo spirito? Romantico l’aro¬≠ma degli abeti, che sa di fiabe boreali; classico l’aroma dei cipressi: un aroma amaro co¬≠me quello della mia terra, co¬≠me quello della vita umana e della morte.

Mi ricordo di avere letto che questa pianta √® originaria d’altre sponde mediterranee. Pare che anche gli Etruschi lo fossero. Ma certi alberi, co¬≠me certi popoli, trapiantati dalla terra di origine, hanno finalmente trovato la loro ve¬≠ra patria in una terra stranie¬≠ra: quella li ha generati, que¬≠sta rigenerati, e ne √® stata ri¬≠generata a sua volta. Essi han¬≠no a s√© conformato la loro terra fatale, ed essa a s√© li ha fatti conformi.

Così i cipressi. Se ho bene appreso (e per un poeta, del resto, la verità è quella che la sua fantasia gli presenta), allo stato selvaggio, nei loro paesi di origine, avevano i rami orizzontali come le no­stre cipresse, come gli abeti: soltanto qui si sono fatti asciutti e sottili, non altrimenti che ogni altra cosa ge­nerata da questa terra etrusca.

Ragguagliar la Toscana alla Grecia, come Firenze ad Ate¬≠ne, √® cosa tanto comune e usuale da esser passata quasi in proverbio: terre che hanno nutrito, fra i cipressi, due civilt√† somiglianti, state ai loro giorni il sale del mondo: civilt√† cipressine. Una Tosca¬≠na senza ulivi sarebbe una To¬≠scana spopolata; senza cipres¬≠si, non sarebbe pi√Ļ Toscana.

Quante volte, spaesato in qualche paese settentrionale, m’√® accaduto di riscuotermi e di rallegrarmi tutto ad un tratto, ingannato dalle appa¬≠renze di un pioppo cipressino; quante volte, tornandone, mi sono intenerito nel vedere sul¬≠le coste o sulle vette dei poggi, contro la chiarit√† del cielo, quelle pennellate scure, dritte, sottili, cos√¨ bene d’accordo con la secca asciuttezza delle li¬≠nee, con la sobriet√† dei colori. Era il primo incontro con la terra della quale Iddio m’ha impastato, l’antica terra dei miei: quei cipressi, balzando¬≠mi incontro, mi davano il suo primo saluto. E quante altre volte m’hanno dato il suo ad¬≠dio: soli o in processioni lun¬≠ghe sui crinali delle colline, neri e schietti contro l’azzur¬≠ro, o il pallido oro, o la san¬≠guigna porpora dell’orizzonte! Li vedevo fuggire attraverso i finestrini e rimaneva meco sol¬≠tanto un’amorosa malinconia.

*

Ora i cipressi muoiono. Un male misterioso, uno dopo l’al¬≠tro, li uccide. Muoiono come sono morti, per altre cause prodotte dalla inumanit√† de¬≠gli uomini, i pini della Versi¬≠lia. Scompaiono anch’essi, co¬≠me vanno scomparendo le far¬≠falle, le cicale, gli uccelli dell‚Äôaria e tante altre creature, nostre delizie dell’et√† felice. Mi sembra che al genere umano stia capitando quello che c√†pita ad ogni uomo nella vec¬≠chiezza, quando le persone care gli vengono meno ad una ad una, e anche le cose: tutto ci√≤ che egli ha amato e che l’ha accompagnato nella vita lo abbandona, tutto intorno a lui si dissolve, a fare ogni giorno pi√Ļ smarrita e pi√Ļ sola la sua solitudine.

Muoiono i cipressi. Prima ne secca qua e là qualche cioc­ca bassa, che pare cosa da nulla, poi altre, su su, ed altre ancora, poi la punta. E allora incomincia la fine. E quando il morbo, si sarà pro­pagato a tutte le piante, co­me si va propagando, quando la morìa diverrà generale, sa­rà anche la fine del paesaggio toscano.

Al male non si conoscono rimedi che siano alla portata di tutti: pare che una medi¬≠cina sia stata trovata, non so quanto migliore di quelle per cui gli uomini, prendendole, muoiono peggio di prima. Ma poi chi potr√† cospargere tutti, da cima a fondo, questi gi¬≠ganti? Chi, il mio caro cipres¬≠so di Marignolle, grande e grosso come un torrione? Sembra che sia, con quello di Somma, il maggiore d’Ita¬≠lia. Forse i viali monumentalissimi di qualche villa monu¬≠mentale potranno esser salva¬≠ti, spargendo il farmaco dall’alto, o irrorandolo dal basso con pompe potenti: sempre che i proprietari, su questi poggi dove il progresso indu¬≠striale fece deserto, abbiano tanti denari che bastino. E le cipressaie? E le piante sparse per le campagne, per grottoni e costoni impervi? I cipressi morranno.

*

Tutto questo poggio n’√® pieno. Crescono perfino nel duro cuor del macigno: quali sot¬≠tili e aguzzi come spade, quali pi√Ļ grassocci e paffuti. Certi, sparsi nei campi, sembrano nati a caso o piantati a ca¬≠priccio, e segnano invece an¬≠tichi confini: altri ombreggia¬≠no viottole; altri rafforzano balze e ciglioni; altri fanno il giro tondo dove fu gi√† un’uccellaia. Io ne ho due che mi stanno di sentinella davanti alla casa, uno di qua e uno di l√†.

Quello di sinistra, pi√Ļ sot¬≠tile ed aguzzo √® seccato da qualche anno: √® stato, da que¬≠ste parti, quando non se ne aveva ancora notizia, la prima vittima della mor√¨a. Non ho avuto il coraggio di farlo ta¬≠gliare, come avrei dovuto; n’√® rimasto lo scheletro, che l’ede¬≠ra pietosa troppo lentamente ricopre. Quello di destra √® la prima cosa che io vedo ogni mattina, appena apro gli oc¬≠chi, da una finestra della mia camera. Sembra ancor sano e forte; ma da un po’ di tempo, se ci batte il sole, vedo delle ciocche qua e l√† biondeggiare nella sua chioma bruna: e sempre par che ce ne sia qual¬≠cuna di pi√Ļ.

Sono i segni del male, cer¬≠tissimi. Per quanto cerchi di farmi delle speranze, pensan¬≠do a guasti fatti da roditori o da insetti o a impallinate di cacciatori, il cipresso incomincia a morire. E io chiedo a Dio di farmi morire prima di lui: che io non veda ische¬≠letrire anche questo, il pi√Ļ caro, il pi√Ļ vicino, rimasto ve¬≠dovo, rimasto solo ad assistermi nei miei risvegli con un vedovo ippocastano. Morire: ma anche la morte, sen¬≠za l’ombra dei cipressi, che n’√® pur essa confortatrice nel divino carme del Foscolo, mi sembra ora pi√Ļ dura.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart