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LETTERATURA: I MAESTRI: La parte del lettore

28 giugno 2016

di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 45, giovedì 9 novembre 1967]

Rinascita (6 ottobre) apre un’in­chiesta su chi sia il reale destinatario dell’opera letteraria, e pubblica, do­po una nota introduttiva di Gian Car­lo Ferretti, alcuni interventi di vario interesse (Caruso, Gallino, Giudici, Lunetta, Volponi). Edoardo Sanguineti, nella sua intervista alla Fiera let­teraria (19 ottobre) si sofferma ab­bastanza a lungo sul tema di chi sia il « committente » dell’opera lettera­ria cui lo scrittore risponde, cui de­stina il suo lavoro e la sua parola. Nella recente traduzione italiana de Lo spazio letterario di Maurice Blan­chot (ed. Einaudi, trad. Gabriella Zanobetti, con una nota di Guido Neri), si leggono pagine raffinatissime sulla lettura e la comunicazione; mentre altri suggerimenti indiretti ci vengo­no da un limpido e utile libro di Ezio Raimondi (ed. Einaudi: Tecniche della critica letteraria). Il tema è dun­que di attualità, e merita qualche nota di cronaca.

Nell’Italia contemporanea, il « per chi si scrive » ha un’origine etico-po­litica. Il suo passo d’avvio fu l’« an­dare al popolo » su cui ancora si sof­fermava uno scrittore come il Pavese. Esso presupponeva un « popolo » ver­so il quale la letteratura, abituata, come diceva il Vittorini, a un « im­pulso consacratorio » dell’ordine so­ciale e culturale esistente, e ancora carica di privilegi e carismi oracolari, doveva sentirsi « responsabile ». L’ac­cento primario di tale esigenza era di natura morale, e sfociava diretta- mente nel moralismo, e addirittura nell’intimidazione. Il Sanguineti osser­va brutalmente (e giustamente) nel­la sua intervista che nel dopoguerra uno dei « committenti » dello scritto­re era il partito comunista; non certo il meno autorevole, e autoritario.

Si trattava di una posizione abba­stanza rozza se pure per molti aspet­ti inevitabile, e che prescindeva quasi totalmente dalla letteratura co­me valore e ricerca autonomi. In real­tà, mentre da un lato la letteratura, per un malinteso ossequio alla socia­lità, si prestava a farsi strumentalizza­re, dall’altro lato denunciava una sconfinata presunzione nel porsi come la più qualificata interlocutrice del « popolo » nei confronti della realtà. Nel « per chi si scrive » era scontato non solo un « indirizzarsi a », ma an­che uno scrivere « a favore di ». La letteratura era considerata sì un ser­vizio, ma un illuministico servizio.

La situazione di oggi è radicalmen­te mutata, soprattutto per due ordini di motivi. Si sono introdotte, nella considerazione dei fatti letterari, no­zioni molto più sottili sul linguag­gio come un in sé, che, in linea di principio almeno, non abbisogna di particolari destinatari, di una storia successiva al suo esser posto in es­sere dall’opera d’arte, poiché la sua facoltà di comunicare è intesa come connaturale con la sua intima legge e struttura. E d’altro canto il concet­to di « consumo » si è esteso anche al campo dei prodotti dell’arte, e il rapporto di « fruizione » di un’opera, di un libro, viene sottoposto imme­diatamente al mutevole corso dei va­lori proprio dei fatti di mercato. Il dibattito letterario si avvolge nelle spire di codeste due esigenze con­traddittorie, da entrambe le quali pe­raltro esula oramai ogni concetto di « responsabilità ».

Anche i comunisti di Rinascita non parlano più di « popolo » ma di « pub­blico », di interlocutore per lo scrit­tore, che dev’essere individuato in un rapporto reale; arrivano a chiedersi se veramente lo scrittore abbia « una funzione sociale », e concludono con molta misura la loro introduzione al­l’inchiesta ricordando « l’idea di Proust che il pubblico vero di un’ope­ra originale viene formato lentamente dall’opera stessa ».

Se vogliamo ritrovare lo scatto di una ringiovanita fedeltà all’impegno sociale (il « contro-impegno », come lo definiva), occorre risalire al Vittori­ni; egli asseriva (1965) che « Non è l’esprimersi che importa di più. Quel­lo che più importa è l’esprimere », offrendo con questa formula antiro­mantica una moderna definizione del contenutismo. Da cui poi deriva una svalutazione dello scrittore, ridotto a svolgere una « funzione mediatrice », in un mondo nel quale, a suo vede­re, « sono quasi soltanto gli scienziati che informano », che sono all’origine, cioè, dell’« esprimere ».

In sostanza il Vittorini non insiste­va più sul tema della letteratura di contestazione, ma si trasferiva sul vecchio piano, vociano e prevociano, della contestazione alla letteratura. In lui poi, che rimane l’esempio uma­namente più ricco e generoso delle nostre contraddizioni, consisteva un atteggiamento correttivo od opposto alla sfiducia antiletteraria poco prima enunciato: e negli stessi anni (1964) teorizzava una letteratura dotata di forza « congetturale » traguardo di ogni sperimentalismo, quella cioè che è capace di lasciare al lettore « una possibilità di scelta tra varie conget­ture sulla realtà ». Letteratura dun­que come proposta, come ipotesi, da assimilarsi, in questo suo metodo, al­la scienza. Scrivere uguale collabora­re a una sempre aperta congettura sul mondo. Alla domanda « per chi si scrive », la risposta è: per il lettore curioso della realtà, per renderlo sem­pre più consapevolmente curioso.

Siamo, come si vede, in una zona di ancora piena significazione morale. Un passo avanti, ed ecco il Sangui­neti riconoscere il suo « committen­te » nell’intellettuale moderno, anzi nei « gruppi intellettuali », i quali sfuggono al determinismo classista e a qualsiasi condizionamento della lo­ro posizione sociale, perché per defi­nizione sono verso la società, di qual­siasi tipo essa sia, in atteggiamento di dissenso programmatico, esisten­ziale, « rifiutando di farsi coinvolge­re ». La letteratura è una rivoluzione permanente; relatività dei destinatari per lo scrittore, e strategia del dis­senso. Anche se il concetto di « com­mittente », usato dal Sanguineti, si giustifica in un ambito di materiali­smo storico, esso è adoperato per ar­rivare a risultati di estrema aristo­crazia intellettuale.

Giorgio Manganelli (Il Giorno 13 settembre 1967) vuole fondare una nuova retorica su codeste basi aristo­cratiche: « l’inanitĂ  è l’eroica essenza del tragico fascino della letteratura »; « fare letteratura è un’attivitĂ  artifi­ciale… (che) insegna la diffidenza per il         messaggio, per il sentimento, l’in­differenza per la sinceritĂ  »; tende a « costringere il linguaggio a tempera­ture innaturali…, renderlo impratico, anche mostruoso…, restituirgli la sua deforme, minatoria, innaturale liber­tĂ  ». Si scrive dunque per se stessi, o anche contro se stessi? « La scrittura (di uno scrittore), cita Paolo Volpo­ni dal Barthes nel suo intervento su Rinascita, la scrittura è un modo dì pensare la letteratura, non di divul­garla ». E Giovanni Giudici aggiunge che « l’artista vero è tale proprio per­chĂ© non ha un pubblico nel senso con­sumistico del termine: il suo piĂą pro­babile pubblico in tale accezione è semmai un pubblico imprevedibile e remoto, piĂą di cromosomi futuri che di persone presenti ». Ma qui sembra che il cerchio si chiuda: mi sbaglio, o queste stesse cose, con altre parole, le avrebbe accettate anche Benedetto Croce?

Un’analoga impressione di lungo periplo verso le origini si ricava dal­le pagine di prodigiosa eleganza del Blanchot: estenuanti nel loro labirin­tico ricamo tra le antinomie appa­renti dell’ambiguitĂ , ma, pur in una loro certa sinuosa superfluitĂ  del dettato, affascinanti per la loro penetra­zione. « La parte del lettore » egli af­ferma, « o ciò che diventerĂ , una vol­ta fatta l’opera, potere o possibilitĂ  di leggere, è giĂ  presente nella gene­si dell’opera… e lo scrittore diventa l’intimitĂ  nascente del lettore ancora infinitamente futuro. (La lettura) per­mette l’affermazione che l’opera è — e niente altro ».

Anche qui un crociano potrebbe consentire senza troppa difficoltĂ , e risentire l’aria domestica dell’univer­sale come attributo dell’arte. Ma se allora dicessimo che « per chi si scri­ve » è un falso problema? Se ci ri­portassimo alla nozione della creativi­tĂ  dell’arte, che ingloba i possibili let­tori, li determina, li mette in condi­zioni di ri-crearla — e non soltanto di «consumarla»? Se in realtĂ  l’artista, pagato il suo tributo alla storia come uomo e persona che vive in un certo tempo della storia, fosse poi in defini­tiva il vero committente di se stes­so? Uno dei postulati piĂą semplici in cui, nel mio modesto empirismo, mi sento di credere senza incertezze, è che « Dante ha creato i “tempi di Dante” »; e non viceversa, come vor­rebbero farci credere certi professori.

Il piccolo mercato della sociologia dell’arte conviene solo ai piccoli scrit­tori. E’ probabile che il vero messag­gio dell’arte non abbia un concreto indirizzo, ma sia un arbitrio origina­rio, una scommessa contro la logica apparente della storia, e sicuramente contro la legge delle analogie, « una novità tanto forte da essere un’alterna­tiva alla realtà » (Volponi). « Il libro che ha origine nell’arte », dice ancora il Blanchot « non ha garanzia nel mondo ». Allo stesso modo, verrebbe spon­taneo di aggiungere, che la libertà non ha dalla sua il tempo ma l’eterno.

Mi accorgo tuttavia che con questo discorso sono andato troppo oltre i li­miti di cronaca che a me spettano. La domanda « per chi si scrive » non è omologa, è profondamente diversa dalla domanda « perché non si scrivo­no capolavori », che La fiera lettera­ria propone agli scrittori italiani nel­le sue interviste. La prima domanda è pertinente per lo scrittore come membro di una società letteraria, che ha dei doveri verso il pubblico e ver­so quell’opinione media sui fatti del­la letteratura che costituisce il clima, la temperatura culturale di un am­biente. La seconda domanda appartie­ne di diritto soltanto ai grandi scritto­ri, che, come suggeriva amabilmente Giulio Preti su queste colonne (19 ottobre), non sappiamo neppure se siamo in grado di riconoscere.

Chiuderò dunque subito a mio sco­rno questa divagazione riprendendo un’amara battuta del pirandelliano I giganti della montagna, una molto umana parafrasi del teorema della non comunicabilità: « Caro giovanotto, ognuno di noi parla, e dopo avere par­lato, riconosciamo quasi sempre che è stato invano, e ci riconduciamo disil­lusi in noi stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo avere ab­baiato a un’ombra ».

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart